Alexia e le altre: quando decidono che sei finita

0
In foto, Alexia sulla copertina di Quell'altra, il suo nuovo album di inediti

In foto, Alexia sulla copertina di Quell’altra, il suo nuovo album di inediti

Non so cosa sia andato storto, ma temo che a molti gli anni Novanta non siano andati giù. Per il pop italiano, quel decennio lì è stato necessario, risolutivo, irripetibile, eppure qualcuno (più di qualcuno, a dire il vero) storce ancora il naso. Non ne vuol sentire parlare, conserva pochi e addomesticabili avanzi di pop, mentre il resto è marchiato come un esperimento fallito. Quando parlo di “addomesticabili avanzi di pop” mi riferisco a Laura Pausini e Giorgia, che sono esattamente quello che è rimasto di un decennio che è esistito, nonostante vogliano convincerci del contrario.

Chiarisco un punto determinante: questo mio articolo non si propone il fine di sminuire la storia artistica delle due cantanti sopracitate. Anzi, al contrario, quello che mi preme è mettere in luce un aspetto bizzarro: Giorgia e la Pausini sono state ripulite di quel decennio lì, questo ha permesso loro di vestire nuovi panni, di essere figlie di tempi sempre nuovi, di tentare occasioni insperate. Hanno avuto l’occasione di essere altro da sé, di rischiare ruoli inaspettati, di azzardare definizioni che nessuno avrebbe mai pensato.

Insomma, per Giorgia e Laura Pausini, gli anni Novanta hanno rappresentato il via, il punto d’inizio, non un marchio, né una gabbia. Men che meno un limite. Eppure non a tutte le ragazze degli anni Novanta è toccata la stessa sorte. È vero, è stato un decennio peculiare, figlio degli anni Ottanta e padre del Duemila, vittima degli anni Ottanta e carnefice del Duemila. Un decennio di disordine, in cui il cantautorato ha ripreso a pieno ritmo la propria attività dopo anni di magra, il rock ha vissuto le sue rivoluzioni più indomabili, mentre il pop ha dovuto spogliarsi, a fatica, degli anni Ottanta, per non esserne vittima, né copia fedele.

L’eredità degli anni Novanta e le sue vittime

Insomma, nel decennio precedente al Novanta, il pop aveva vissuto la sua massima espansione con Michael Jackson, Madonna, Prince, Duran Duran e Spandau Ballet, che ne erano i massimi esponenti. In Italia, c’erano la camaleontica Anna Oxa e la ribelle Rettore, ma era ancora prepotente l’eco di Mina, ritiratasi dalle scene nel 1978, di Patty Pravo, di Mia Martini, giusto per fare qualche nome (e per sottolineare che l’Italia, di fatto, i tempi li ha sempre anticipati). Alle nostre ragazze, quindi, è toccato il compito gravoso di abitare anni difficili, di transizione, di cambiamento; anni diventati, per questo motivo, mitici.

È il 1997 quando una giovanissima Alexia, all’anagrafe Alessia Aquilani, conquista il pubblico italiano con la sua Uh la la la, che fa il giro d’Europa e raggiunge la vetta delle classifiche di vendita persino nel Regno Unito. Credo che Alexia, a buon diritto, si possa annoverare tra le vittime degli anni Novanta. Non è l’unica, l’ho detto; ma, certamente, una delle più talentuose. Fateci caso: nonostante, in vent’anni di carriera, abbia realizzato un repertorio che spazia dal pop, al soul, passando per la dance, il rock e il blues, nonostante sia un’interprete, ma anche un’autrice e una compositrice, nonostante abbia fatto più Festival di Sanremo e, in ognuno, abbia mostrato una sfaccettatura diversa della propria personalità artistica, Alexia è rimasta fastidiosamente «quella degli anni Novanta», quella della dance disimpegnata, quella dei tormentoni da spiaggia.

Non per tutti, sia chiaro. Ma per troppi, mi permetto di dire. È come se per lei (e per altre artiste pop) gli anni Novanta, più che il via, abbiano rappresentato una trappola, un’occasione appetibile, ma a tempo determinato: allo scoccare della prima parte degli anni Duemila, il loro tempo si è concluso, un marchio prevaricante ha iniziato a precedere il loro talento e, tra il pubblico, si è diffuso un irritante atteggiamento di sufficienza, come a prenderne le distanze, come a non volerne (o saperne) più riconoscere i meriti, come a dire «è brava, per carità, ma avrà fatto due o tre canzonette, che altro?».

E invece c’è dell’altro. E non bisogna nemmeno andare troppo lontano per scoprirlo.

Il 29 settembre è uscito Quell’altra, il nuovo disco di Alexia, un album capace di valorizzare la sua voce, ma – ancor di più e ancor meglio – l’intima espressione delle sue consapevolezze più sofferte. Quell’altra è un disco denso e stratificato, dignitosamente pop (è bene sottolinearlo, perché in Italia si fa ancora fatica ad attribuire al pop la stessa dignità degli altri generi musicali).

C’è un brano che, su tutti, sa raccontare una verità inscindibile e preziosa: si tratta della title-track, i cui versi dicono più di quanto possa spiegare io o chiunque azzardi un racconto di questo disco: «Quell’altra si muove sicura, conosce la vita a memoria / Quell’altra si muove e seduce, la guardi e ti sembra felice / Ora che mi conosco un po’ di più, ora che mi amo un po’ di più, mi sento pronta a togliere le maschere / Quell’altra che strana creatura, con l’aria di essere sempre felice / Ma poi calava il sipario e aveva paura / Quell’altra non era sicura, recitava la parte a memoria / Quell’altra non era feroce, cercava soltanto la pace». Ecco cosa intendevo, quando dicevo che si tratta dell’espressione più riuscita di una consapevolezza nuova e necessaria: Quell’altra è Alexia.

Quell’altra odora di nuovo, senza improvvisarsi moderno; sa di vita, senza sforzarsi di impressionare; ha il sapore della sincerità, senza l’asprezza del vero; si tratta, piuttosto, di un vero filtrato attraverso la musica pop, quella ben fatta, ben scritta, ben suonata e ben cantata.


Quell’altra è un disco che merita attenzione, non può e non deve pagare lo scotto di un pregiudizio.


Perché, quindi, precludersi la possibilità di conoscere un’artista che ha (ancora) qualcosa da dire? Perché non è chiara a tutti la differenza tra un artista che ha qualcuno da dire e uno che non ce l’ha, ma continua – indisturbato – perché ha il favore di una major potente, quindi delle radio, quindi del pubblico distratto?

Quell’altra è un disco che merita attenzione, non può e non deve pagare lo scotto di un pregiudizio. Perché è di questo che si tratta, senza girarci troppo intorno. Faccio fatica a spiegarmi il motivo che abbia spinto i discografici, quindi il pubblico, a voltare le spalle a buona parte del pop degli anni Novanta. È impensabile e ingiusto che, di un decennio intero, sia rimasto solo ciò che era più semplice addomesticare.

Non sono un nostalgico, sono un convinto sostenitore del bello. E il bello, se si manifesta, non può essere messo in ombra dalle sue radici. È un controsenso.

Ascoltate Quell’altra e quelle altre, che non è vero che sono sparite. Sono state messe all’angolo per una colpa che non hanno. Ma esistono e hanno qualcosa da dire. E sanno dirlo (ancora) bene.

About author

Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

No comments

Potrebbero interessarti

Foto di Valerio Nicolosi

Essere un filmaker a Gaza

Ci sono diversi modi di fare resistenza: uno è quello di reagire e di dimostrare di essere più temibile di chi ti attacca, avendo dalla ...

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi