L'ansia non è un hashtag

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"Aiuto psichiatrico 5 ¢". Vignetta tratta dal fumetto Peanuts

“Aiuto psichiatrico 5 ¢”. Vignetta tratta dal fumetto Peanuts

In un momento storico in cui ci ritroviamo un #mainagioia persino sulle cover del telefono, un momento in cui sui social va di moda mostrarsi asociale, bipolare, depresso… a cosa serve ottobre come mese del benessere psicologico?

Tutto è cominciato con l’uccello rosso antropomorfo del vignettista Labadessa, diventato famoso soprattutto grazie alla sua pagina Facebook, un uccello che ha un sacco di problemi, almeno così dice. Nella quotidianità, questo bizzarro personaggio, trova un mondo in cui sta a disagio. La vita lo deprime e ogni più banale esperienza, come quella di bere un caffè, è descritta come un’esperienza ansiogena.

Il dato preoccupante non è tanto l’ansia dell’uomo-uccello, quanto la condivisibilità dei suoi pensieri. Le vignette di Labadessa sono velocemente diventate popolari e migliaia di persone vi si riconoscono e si rispecchiano negli stessi sentimenti.

Questa storia ci porta a una domanda: che immaginario dei disagi psicologici traspare dai social? Risalta subito la tendenza a banalizzarli, a tradurli in stati d’animo. Ecco che la depressione viene erroneamente interpretata come una profonda tristezza, esperita da tutti nei momenti in cui ci sentiamo “molto giù”, invece l’ansia diventa il soprannome di una forte preoccupazione o, in alcuni casi, l’ansia è semplicemente sinonimo di stress.

Alcuni esempi per capire di che stiamo parlando:

“Depresso” è il modo figo per dire semplicemente “triste”. L’ansia è considerata uno stato emotivo tanto diffuso da ritenere ammissibile l’invito “tagga i tuoi amici ansiosi”.

Ma l’apice di questa tendenza è la sua commercializzazione. Infatti una pagina, Insanity page, che conta quasi due milioni di like, è recentemente arrivata nelle librerie con un titolo che si commenta da solo.

Andrea Cerrone, #ciollansia

Andrea Cerrone, #ciollansia

Inutile aggiungere che né il libro né la pagina parlano di ansia. Si tratta semplicemente della solite battute acchiappa-consensi, come ci si aspetta da una pagina che fa grandi numeri. Altro che “per tutti i veri ansiosi”. Ma dove? Ma perché?

E perché un ansioso dovrebbe indossare questo merchandising?

Davanti a questa svendita del disagio psicologico, sorge il terzo quesito: come mai ci sono così tanti orgogliosi acquirenti? Chi sta bene, chi non soffre di disturbi psicologici, non farebbe meglio a gioirne piuttosto che recitare la parte del disagiato?

Probabilmente nessuno lo fa in malafede, solo con leggerezza. Ci si abitua a leggere i nomi di disturbi psicologici in contesti ironici e si associano quelle parole alle emozioni che conosciamo.

Ma questa banalizzazione, questa riduzione dell’ansia ad hashtag, questo martellante #mainagioia misto a noia per la vita in generale, può avere degli effetti negativi veramente determinanti per la vita di una persona. Un individuo che soffre realmente a causa di uno di questi disturbi potrebbe essere incapace di individuare e riconoscere le proprie emozioni, quindi di accettare il bisogno dell’aiuto di uno specialista.

Ottobre, come mese del benessere psicologico, si propone, tra le altre cose, di scardinare il vecchio cliché, alimentato specialmente dal cinema americano, dello “psicanalista freudiano che non fa altro che riformulare le affermazioni del paziente sotto forma di domande”[1].

La psicoterapia ha una pessima reputazione nell’immaginario collettivo: si ritiene un qualcosa di superfluo, sostituibile a una chiacchierata tra amici o a uno sfogo dal parrucchiere. Questo mese vorrebbe promuovere una rivalutazione del terapeuta, come figura professionale utile e necessaria tanto quanto il medico di base che, in virtù delle sue conoscenze, può fornire al paziente gli strumenti giusti per conoscersi e capirsi.

Semplificando con una metafora, immaginiamo per un attimo i nostri personali ambienti psicologici come delle automobili. Noi siamo i più esperti nel guidare la nostra macchina, sappiamo ascoltarla per capire quando cambiare marcia, sappiamo quanto peso mettere sul freno. Un giorno improvvisamente sentiamo un rumore strano, apriamo il cofano, controlliamo, ma niente, non si capisce. Portiamo la macchina dal meccanico. Ogni auto ha un problema diverso, ma il meccanico ha le conoscenze e le esperienze giuste per individuarlo e gli strumenti adatti a risolverlo. Magari una volta individuato un problema la prima volta, se si ripresentasse, lo sapremmo riconoscere subito. Magari si presenterà un altro tipo di guasto. Forse impareremo da soli a capire cosa va riparato, forse no.

Allo stesso modo chiedere aiuto a uno psicologo non dovrebbe essere un tabù sociale come, purtroppo, è ancora. Si tratta, appunto, del nostro benessere psicologico, molto più importante del pregiudizio sulla psicoterapia, molto più utile di quanto film e serie TV facciano trasparire dall’anonima figura silenziosa che scarabocchia sul blocco per gli appunti mentre il paziente parla sul lettino.

Abbiamo quindi da un lato la banalizzazione della psicoterapia, dall’altro la banalizzazione dei problemi psicologici. Come uscire da questo vicolo cieco?

Innanzi tutto, bisogna stare attenti quando leggiamo di ansia e depressione su Internet. Come disse Umberto Eco, “i social media hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli” e pochi sanno realmente di cosa stanno parlando. Ha affrontato questo problema anche ShooterHatesYou in un video sul suo canale, Breaking Italy. Lo youtuber sardo si apre nel descrivere la sua esperienza con la depressione senza indorare la pillola, senza semplificare, senza volgarizzare e senza fare ironia squallida su una malattia che conosce molto bene.

In secondo luogo, per risolvere i dubbi sulla psicoterapia, bisogna informarsi e informare. La sua efficacia è ormai scientificamente dimostrata. Le neuroscienze oggi possono provare non solo che la psicoterapia è efficace a livello di benessere psicologico, ma anche che il suo effetto si riverbera nelle nostre reti neurali[2], “sbloccando” nuovi circuiti sinaptici e che produce modificazioni osservabili sul cervello[3] a livello di plasticità neurale.

Infatti, secondo gli studi più recenti, la psicoterapia può alterare la forza delle sinapsi tra i neuroni e modificare in modo stabile il cervello, come una vera e propria cura biologica, cambiando in modo evidente le connessioni sinaptiche e causando modifiche strutturali cerebrali.

Con questi chiarimenti, resta solo un passo da fare e questo è il mese giusto per compierlo: trovare il coraggio di saper chiedere aiuto.

Quanti psicologi ci vogliono per cambiare una lampadina? Solo uno. Ma la lampadina deve voler cambiare.BoJack Horseman 3x07

Fonti:
1. Abbiamo davvero bisogno della psicoterapia?, Oliver Burkeman su The New York Times. Traduzione de L'Internazionale
2. Psicoterapia: il cervello che cambia, su 180 gradi
3. La plasticità neurale e i cambiamenti prodotti dalla psicoterapia nel cervello, su State of Mind
4. Il Trauma e il Corpo. L’intervento che cura – Report del seminario con Kekuni Minton, su State of Mind
5. Le moderne neuroscienze delle emozioni, su Neuroscienze affettive

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Milena Vesco

Milena Vesco

Nata ad Alcamo, in una Sicilia troppo lontana dal suo modo di essere, adesso vive a Bologna, dove studia Comunicazione. Il suo obiettivo principale è diventare ogni giorno se stessa.

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