Blade Runner 2049, la recensione

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Da sinistra: Jared Leto, Ryan Gosling, Harrison Ford e Ana de Armas sulla locandina di Blade Runner 2049

Da sinistra: Jared Leto, Ryan Gosling, Harrison Ford e Ana de Armas sulla locandina di Blade Runner 2049

AVVERTENZA: nel realizzare questa recensione ho cercato di inserire quanti meno spoiler possibili riguardanti la trama del film, ma in alcuni casi ciò si è rivelato difficile, se non impossibile, al fine di far emergere il significato dell’opera. Sono dunque presenti alcuni spoiler considerabili minori: se pensate che ciò non possa rovinarvi la visione continuate pure la lettura, in caso contrario siete stati avvertiti…

Vi sono film che, in un modo o nell’altro, entrano nella storia del cinema, forse perché legati a personaggi o eventi storici particolari, o forse perché più di altri hanno saputo narrare le passioni, le emozioni, i desideri e le angosce del proprio pubblico. È però possibile imbattersi in una categoria ancor più ristretta, e cioè quella dei film che fanno la storia del cinema, opere in grado di cambiare il modo stesso in cui il cinema viene creato e pensato.  Potremmo chiamarli “Film di non ritorno”, in quanto dopo il loro passaggio nulla, nel mondo della settima arte, sarà più lo stesso.

Ecco, Blade Runner è senza dubbio considerabile un film di non ritorno.

Harrison Ford e il regista Ridley Scott sul set di Blade Runner (1982)

Harrison Ford e il regista Ridley Scott sul set di Blade Runner (1982)

Opera magna di Ridley Scott tratta dalle pagine di Philip K. Dick, perfetto innesto del noir americano nel cuore della fantascienza distopica e cyber-punk, amara riflessione sui limiti dell’umanità di fronte alla tecnologia e alle macchine, a lei infinitamente superiori ma allo stesso tempo da essa create e sottomesse, nonché interrogativo su ciò che distingue umano e non-umano, organico e artificiale, o se tale distinzione esista ancora, la vicenda di Rick Deckard, umano (ma ne siamo certi?) messo sulle tracce di un gruppo di replicanti ribelli desiderosi di poter vivere più a lungo di quanto a loro imposto, è andata incontro al destino di molti altri capolavori: inizialmente incompreso e poco apprezzato, forse perché troppo cupo nell’anno (1982) in cui ai botteghini trionfava la fantascienza benevola di  E.T. L’extraterrestre,  poi lentamente riscoperto, ammirato, celebrato, oggetto di culto per schiere di fan e cinefili in ogni angolo del globo.

Non sono stati in pochi d’altronde a storcere il naso quando Scott stesso, pochi anni fa, annunciò l’intenzione di realizzare un sequel del film, ambientato alcune decadi nel futuro e diretto da Denis Villeneuve, uno dei registi più intriganti degli ultimi anni. Con quale coraggio potevano pensare di fare una cosa del genere? Come osavano intaccare un film il cui ricordo è stampato così profondamente nella memoria collettiva? Con quale fegato si preparavano ad affrontare un’avventura così irta di insidie? Su tutta la vicenda aleggiava l’oscura ombra della semplice operazione nostalgico-commerciale, ciò nonostante Scott e Villeneuve ci si sono gettati a capofitto. Oggi Blade Runner 2049 è realtà e, almeno per il sottoscritto, la sensazione è che i due registi abbiano decisamente vinto la scommessa.

2049: dopo una serie di catastrofi ambientali, che hanno spazzato via quasi tutte le forme di vita organica dalla faccia della Terra, l’umanità è riuscita a sopravvivere solo grazie alle colture biogenetiche create dalla Wallace Corp., la quale inoltre, dopo aver acquistato la ormai fallimentare Tyrell Corp., si occupa anche della produzione dei nuovi modelli di replicanti, ben più sviluppati e affidabili dei precedenti Nexus-8. I Blade Runner hanno tuttora il compito di eliminare i vecchi modelli, ormai illegali, e K. (Ryan Gosling), anch’egli replicante, è senza dubbio uno dei migliori agenti dell’unità. Durante un’operazione di “ritiro”, tuttavia, K. si imbatte in una serie di indizi che rischiano di compromettere il delicato equilibrio tra umani e replicanti e che sembrano in qualche modo essere collegati all’agente Rick Deckard (Harrison Ford), misteriosamente scomparso nel nulla trent’anni prima.

Già in questa breve sinossi è possibile notare un’importante differenza rispetto al capostipite del 1982. Alla base di quel film vi era sostanzialmente il desiderio di alcuni replicanti di poter superare i propri limiti di fabbricazione, la propria “data di scadenza”, di poter vivere insomma, diventando dunque quasi indistinguibili da un normale essere umano. Nel film di Villeneuve, tale presupposto viene a cadere: seppur discriminati, i replicanti possono ora muoversi liberamente all’interno della società e le differenze rispetto alle loro controparti organiche si sono fatte sempre più impercettibili, quasi nulle. Ed è forse proprio questo a generare la maggiore inquietudine, tanto fra i protagonisti del film quanto fra gli spettatori: che cioè i replicanti possano essere troppo simili ai loro creatori arrivando a smettere, di fatto, di essere “replicanti”. Un’inquietudine alquanto giustificata, d’altronde: se si dovesse scoprire che non esiste alcuna differenza tra padroni e schiavi, perché questi ultimi dovrebbe continuare ad accettare di essere trattati come inferiori?

Ryan Gosling in Blade Runner 2049

Ryan Gosling in Blade Runner 2049

Un interrogativo che percorre tutto il film e che trova nella vicenda di Agente K., vero e proprio viaggio di conoscenza di sé e autodeterminazione, con molti punti in comune a quelli condotti da Deckard (che non sapeva se fosse umano o replicante) e Roy Batty (che voleva sfuggire al destino che gli era stato imposto) nel primo film, una naturale rappresentazione scenica. Di fronte al crollo di tutte le sue convinzioni, K. si vede costretto a riconsiderare la visione di sé e del proprio ruolo nel mondo che aveva sempre avuto, consapevole che ogni sua scelta potrebbe avere delle conseguenze inimmaginabili. La sua storia è inoltre un’amara parabola sulla solitudine dell’uomo moderno, quasi impossibilitato a relazionarsi con gli altri e che solo nella tecnologia e nella virtualità (qui portate alle loro estreme conseguenze e impersonificate dalla moglie-ologramma Joi) sembra riuscire a trovare un po’ di felicità: una felicità surrogata, tuttavia, che rischia solo di aumentare ulteriormente la solitudine di chi la prova. Sembra accorgersene anche la stessa Joi, arrivando a ingaggiare una replicante-prostituta su cui sovrapporsi nel tentativo di diventare, anche solo per poco tempo, un po’ più reale. E proprio in tale sovrimpressione imperfetta tra reale e virtuale, umano e non-umano, è forse possibile trovare la più riuscita e struggente proiezione della crisi esistenziale di Agente K.

È dunque un film sulle paure, talvolta lecite, che l’umanità prova nei confronti di una tecnologia sempre più innovativa e in grado di superarla sotto ogni aspetto, ma non solo: sullo sfondo si muove anche l’angosciante ritratto del futuro verso cui tutti noi potremmo incamminarci (o ci stiamo già incamminando). I protagonisti agiscono in un mondo tossico e morente, angosciante, basato su equilibri incredibilmente fragili e in cui la speranza per un avvenire migliore sembra essere stata sommersa da un’infinità di piaceri tanto intensi quanto futili. C’è un evento, in particolare, che è frequentemente ricordato nel corso del film: il “grande blackout del 2022”, che causò la perdita di miliardi di dati e informazioni relative al passato. È difficile che di fronte a tale prospettiva non si raggeli un po’ il sangue agli spettatori, considerando come effettivamente le nostre vite si svolgano in maniera sempre più massiccia nella realtà digitale. L’universo inaugurato da Blade Runner è, nel suo seguito, elevato all’ennesima potenza.

Ryan Gosling e Ana de Armas in Blade Runner 2049

Ryan Gosling e Ana de Armas in Blade Runner 2049

È anche un film che trova un suo punto di forza nel comparto tecnico, dalla stupefacente fotografia di Roger Deakins (che riesce a passare senza scomporsi dalle multicolorate insegne olografiche della città cyber-punk al desolante grigiore delle lande contaminate) alle musiche sempre azzeccate di Johann Johannson e Hans Zimmer, che avevamo già potuto apprezzare rispettivamente in Arrival (sempre di Villeneuve) e Dunkirk di Nolan. Per quanto riguarda le interpretazioni, oltre a quelle dei due protagonisti maschili, è impossibile non sottolineare il corposo comparto femminile, che in non pochi casi ci regala interpretazioni brevi ma comunque intense, come nel caso di Ana de Armas e Carla Juri.

In definitiva, Blade Runner 2049 non solo è un degno sequel all’altezza dell’originale, ma è anche l’ennesima dimostrazione, negli ultimi anni (oltre ai già citati Arrival e Dunkirk, si potrebbe pensare a Mad Max: Fury Road, The Revenant…), di come le barriere fra film rivolti al grande pubblico e opere d’autore non siano così spesse come si è sempre fatto credere, nella speranza di poter dire più spesso in futuro, uscendo dalla sala, “Io ne ho viste cose…”.

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Fabio Guazzetti

Fabio Guazzetti

Sono nato nel 1997 e per 19 anni ho vissuto sulle rive del lago di Como, prima di partire alla volta di Bologna per inseguire la mia passione: la settima arte. "Questa è l'acqua, e questo è il pozzo. Bevi appieno e discendi. Il cavallo è il bianco negli occhi, e oscuro all'interno..."

1 comment

  1. MARISA D'ALFONSO 15 ottobre, 2017 at 17:50 Rispondi

    Io soffro di noia.
    Una malattia sempre più cronica e quasi inguaribile, mi annoiano i discorsi vuoti e inutili che sento pronunciare da più parti attorno a me,
    mi annoiano i ragionamenti triti e ritriti, ambigui, che oramai conosco a memoria, del politichese di destra e di sinistra,
    mi annoiano le litanie perpetrate degli pseudo intellettuali, casalinghi o meno,
    e ultimamente la noia mi assale anche facendo quello che amo di più, cioè leggere, ché difficilmente riesco a superare le prime 30 o 40 pagine di un nuovo libro.
    Noia noia noia.
    Ma ieri sera, nonostante fosse l’ultimo spettacolo, nonostante fossi stanchissima reduce dai 15 giorni più difficili della mia vita, sono rimasta rapita da due ore e mezza di un film, tra l’altro pure lente.
    Fino quasi all’una del mattino, senza interruzione nella proiezione, ho dimenticato davvero tutto, i problemi, le liturgie, i dolori, le stanchezze, i conti che non tornano mai, il quotidiano, il momento: tutto.
    Perché il grande cinema questo fa: ti rapisce e ti conduce con sé, ti rende capace di volare su scenari totalmente diversi dal tuo presente, dimentica persino di te stessa.
    Ed io ieri sera volavo su Metropolis, volavo su un museo tarkovskiano, volavo su un deserto rarefatto, volavo anche tra i grattacieli pubblicitari e mi sentivo la pioggia e le neve addosso, volavo e provavo il sapore del whisky bevuto da Deckard e l’agente K.
    Un film un po’ dark, rarefatto, delicato, struggente, che non ha mai fatto rimpiangere il predecessore, e se qualcuno dice che è solo uno spin-off, beh, a mio avviso mente ma non toglie nulla alla bellezza della fotografia di Roger Deakins, non scalfisce nemmeno un po’ la scena fantastica del corpo sdoppiato della donna nella quale si immerge con tenerezza l’ologramma. Quei minuti e la storia di quell’amore varrebbero già tutto il film, per non parlare del tema del ricordo affidato al personaggio più bello di Blade Runner 2049, Ana Stelline (che ieri sera mia figlia diceva che le assomiglio tanto, boh, evidentemente mi vede proprio con occhi amorevoli).
    163 minuti senza una parolaccia una bestemmia o una qualsiasi volgarità.
    Esci dalla sala, sulle note di Vangelis usate solo nel finale ( ne comprendi il motivo: se le avessero usate durante tutto il film si sarebbe trattato di una sorta di parodia già troppo forzata dalla presenza di Harrison Ford) , con le immagini dell’acqua e della nascita impresse, del tema del ricordo e con la domanda più importante per un essere umano: “Chi sono io?”

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