In terrazza con Chiara Cappetta: la fotografia è giovane [GIVEAWAY]

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Foto di Chiara Cappetta, tratta dalla serie Komorebi 木漏れ日

Foto di Chiara Cappetta, tratta dalla serie Komorebi 木漏れ日

Chiara Cappetta, in arte Folur, ha vent’anni. Campana d’origine, oggi vive a Bologna, dove studia Scienze della Comunicazione. È timida e dolce, dietro i suoi grossi occhiali da vista e i suoi capelli rosa. Ha uno strano feticismo per l’Islanda e, tornata dopo tanti mesi su quella terrazza, ho ricordato com’è bello incontrare le persone e farsi raccontare per cosa vale la pena vivere secondo loro. Chiara dice: per la fotografia.

Ciao Chiara, ci racconti come è nata questa passione per la fotografia?

Non credo ci sia stato proprio un momento. Quando ero piccola alcuni pensavano che fossi muta. La maestra di pianoforte, solo dopo varie lezioni, ha capito che non lo ero. Guardavo un sacco di televisione e disegnavo tantissimo. Facendo tutte queste cose, cercavo un modo di esprimermi. Poi, per la Comunione, ho ricevuto una macchina digitale e ho iniziato a fotografare mia sorella. Io vivo in un paesino piccolissimo vicino a Bologna e da lì sono diventata “quella con la macchina fotografica”. Ora uso molto l’analogico. Quando guardo il rullino lo capisco subito: questo è quello che voglio fare.

Il tuo primissimo progetto qual è stato invece?

Uhm, c’è da dire che sono alle prime armi. Il primo lavoro è stato di autoritratti. Poi con l’analogica, una volta io e una mia amica siamo state in giro per Bologna tutta la notte fino all’alba: e da lì ho avuto l’idea di fotografarla, l’alba. Voglio farlo in tutte le città in cui vado. Forse è stata quella la prima volta in cui ho fotografato con l’idea di un progetto in testa.

E quali sono le tue fonti di ispirazione?

Come ti dicevo, guardo molti film: amo Wes Anderson. E anche l’arte figurativa, soprattutto il Romanticismo. Quando sono stata a Berlino e ho scoperto che lì erano conservate le opere di Friedrich mi sono sentita svenire per la gioia! Per quel riguarda strettamente la fotografia il migliore a mio avviso è Lukasz Wierzbowski. E poi anche la musica è fondamentale. Mi aiuta proprio a trovare il modo giusto per scattare.

Infatti nel tuo primo libro, Presente. Un’odissea, gli scatti sono affiancati da brani musicali.

Sì, io e il mio amico che studia Styling a Milano abbiamo iniziato a scattare delle foto, ma ci siamo accorti che c’era qualcosa che non andava. Una volta messa la musica è cambiato tutto.


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In questo tuo primo libro, accostate alle foto, ci sono anche delle frasi tratte da pagine di diario. Erano scritti già presenti o sono stati creati per l’occasione?

Entrambe le cose in realtà. Gli scritti del libro sono stati fatti tutti in una sera, l’idea c’era già ovviamente. Ho preso il mio diario e ho scelto le parti che mi sembravano legate alle fotografie, poi sono state rivisitate, ma già c’erano.

Tutte azzeccatissime alle foto direi! Questo progetto nasce sin da subito come editoriale o l’opportunità di fare un libro è capitata per caso successivamente?

Mah, in realtà era da tempo che sentivo la necessità di fare un libro. Da sola non avevo mezzi né i contatti giusti perché questo fosse possibile. Ho visto questa casa editrice di Genova, gli ho mandato l’idea ed è subito piaciuta. In pratica, però, sono stata del tutto libera. Ho avuto aiuti per l’impaginazione, ma per il resto sono riuscita a gestire il tutto da sola.

Foto di Chiara Cappetta tratta dalla serie Wabi-sabi 侘寂

Foto di Chiara Cappetta tratta dalla serie Wabi-sabi 侘寂

Nei tuoi scatti c’è spesso il corpo femminile. Secondo te, che valore la fotografia dovrebbe dare alla donna?

È una cosa su cui mi sto interrogando ultimamente. Al momento, con tutti i blog femministi, trapassa l’idea che i corpi femminili siano tutti prototipi. La cosa mi offende! All’università, sto seguendo un corso di Storia della Fotografia e ieri sul tema del nudo il prof. ci ha mostrato una foto che si chiama Carrie nella sabbia: un nudo femminile (di Herb Ritts, ndr). Molti l’hanno trovato elegante, sembrava una clessidra. Ma a me ha infastidito: all’inizio avevo letto Carne nella sabbia, credo non sia stato un caso.

E come mai secondo te il nudo, oggi, vede soltanto soggetti femminili e non maschili?

Motivi culturali, sicuro! Ho letto da qualche parte una frase: “È come se il mondo avesse paura del pene”. Da lì ho capito che possiamo fare gli emancipati quanto ci pare, ma il mondo ha proprio paura dell’omosessualità – quella tra uomo e uomo intendo. Io ho trovato ragazzi che mi facessero da modelli, ma mai di nudo. È davvero assurdo! È sempre l’uomo che decide: i capezzoli maschili sì, ma quelli femminili no! Ma perché? Oppure, pensa alle pubblicità di intimo: io non l’ho mica mai visto il culo di uomo lì in bella vista, come vedo invece quello della donna.
Io vorrei provare a spaziare il più possibile e scoprire tutti gli ambiti.

E ora che ti aspetta?

Incredibile ma vero: finalmente mi iscrivo a un vero corso di fotografia. E poi questo novembre mi aspetta una mostra a Milano per presentare il mio libro in un posto che si chiama Gogol & Company. Sono stati davvero disponibili con me. Non vedo l’ora!

About author

Sofia Longhini

Sofia Longhini

Sofia, classe 1996. Nasce in una piccola città di mare, ma viene ben presto rapita dai portici di Bologna, ombelico di tutto, dove studia Lettere Moderne. Scrive anche per Mangiatori di Cervello. Ama l'arte, il cinema e il cantautorato. Il teatro e il buon cibo. Leggere leggere leggere. E poi, naturalmente, scrivere.

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