L’Aura: «Il contrario dell’amore è l’imperfezione da cui riparto»

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L'Aura intervistata da Basilio Petruzza © partedeldiscorso.it

L’Aura intervistata da Basilio Petruzza © partedeldiscorso.it

L’Aura è tornata. È tornata dopo quasi sette anni di silenzio, con un disco, Il contrario dell’amore, che, a piegarsi alle regole dell’attuale mercato discografico, non ci sta affatto. È tornata con la consapevolezza di un’artista che ha tredici anni di carriera alle spalle, ma con la leggerezza e l’entusiasmo di una ragazza che ha ancora tutto da scoprire.

«Io sono così», mi ha raccontato, «Mi piace mettermi in discussione, mi piace cambiare, scoprirmi diversa». Non ho fatto in tempo a chiederle il perché. «Amo la musica», mi ha detto, anticipando la mia domanda, «È la mia passione, non posso riciclarmi, le mancherei di rispetto».

Questo è quello che ci siamo detti, in una tiepida mattinata romana d’inizio ottobre.

Iniziamo subito dai sette anni trascorsi tra Sei come me, il tuo precedente disco, pubblicato sul finire del 2010, e Il contrario dell’amore. Cosa ti ha insegnato questo periodo di lontananza dalle scene?

Innanzitutto mi ha insegnato a prendermi cura di un bambino, mio figlio! (ride, ndr) È una cosa che non pensavo avrei mai fatto, ma la vita è strana, sa essere sorprendente. Di sicuro, poi, ho imparato a essere più professionale, io ho sempre vissuto la musica come una passione, ma di fatto, ormai da un bel po’ di anni, è il mio lavoro. Come ogni mestiere, ha i suoi pro e i suoi contro, mi permette di vivere momenti di gioia e momenti di scoramento. Essere professionale, nel mio caso, non significa affatto che io abbia dimenticato che si tratta innanzitutto della mia passione più grande. Anzi, la professionalità mi ha permesso di fare il mio lavoro al meglio.


Ho notato un miglioramento dell’atmosfera tra gli artisti. In passato c’era più competizione. Adesso percepisco un clima più sereno, probabilmente perché non c’è più niente per cui lottare.


In questi anni, il mondo discografico è cambiato radicalmente: in che stato di salute versa, oggi, la discografia?

In realtà, credo che si possa parlare di discografia soltanto fino al 2007. Poi è iniziata una fase di cambiamento senza precedenti. Dal 2010, nulla è stato più lo stesso. Non c’è più niente di ciò che c’era nella prima decade del 2000. Internet ha cambiato completamente il modo di fruire la musica. Tutti parlano dei talent, ma i talent sono solo una conseguenza, la vera rivoluzione è stata quella del web, perché ha permesso alla gente di ottenere la musica con un click. Questo fatto ha tolto soldi a chi la produce, ha tolto soldi a noi artisti. Da un lato, ha facilitato la sua diffusione, dall’altro lato, invece, sono aumentate le lamentele di chi sostiene che la qualità della musica di oggi sia scarsa. Il problema è che non ci sono i mezzi. Hai due possibilità: o decidi di investire a fondo perduto oppure ti accontenti di risultati mediocri. In Italia, si sono una ventina di artisti che questi mezzi li hanno, ma tutti gli altri no. Quindi non resta che stringere i denti e andare avanti finché si può. Però noto una cosa positiva. Hai presente la legge del “mal comune, mezzo gaudio”? Ecco, ho notato un miglioramento dell’atmosfera tra gli artisti. In passato c’era più competizione. Adesso percepisco un clima più sereno, probabilmente perché non c’è più niente per cui lottare. Chi fa musica, oggigiorno, la fa solo per passione. A me va bene così, perché, come ti dicevo prima, io faccio questo lavoro per passione, perché mi piace. E non lo cambierei mai.

Veniamo al presente e al tuo nuovo disco. Vorrei raccontarlo a partire dal titolo. Cos’è per te il contrario dell’amore?

Il contrario dell’amore è il lato nascosto dell’amore, quello che non si vede. Ne è parte integrante, ma resta in disparte. È come guardare una medaglia, una delle due facce resta nascosta. Ne vedi una soltanto, ma sai bene che l’altra esiste. Io non credo affatto al concetto di anima gemella, per me non esiste. Cosa vuol dire, in fondo? Andare sempre d’accordo? Dare all’altra persona quello che si aspetta? Andare sempre e solo in un’unica direzione? No, non ci credo. Credo, piuttosto, che la vita sia fatta di cadute, di guasti necessari, di diversità. Due persone che decidono di camminare insieme, nonostante tutto, nonostante non si riconoscano sempre e a tutti i costi, ecco, quello è l’amore.

Quindi il contrario dell’amore è l’imperfezione che rende veri i rapporti più intimi, è così?

Hai detto bene. Direi proprio di sì. È quel guasto necessario, che nasce dallo scontro tra due persone. È necessario perché ti insegna qualcosa di te che ancora non sai, quindi ti mette di fronte a te stesso. Succede ogni volta che vivi un rapporto importante, in cui ti dai totalmente; inevitabilmente finisci per scontrarti con l’altra persona, di riflesso con te stesso, perché ti stai mettendo in discussione. Lo scontro è inevitabile, è fondamentale, ti permette di scoprirti, di scoprire l’imperfezione. Nel mio caso, mi ha anche permesso di scrivere tanto. È così che è nato Il contrario dell’amore. Poi, a dire il vero, il disco non parla solo d’amore, non solo di quello romantico, perlomeno. Parla di relazioni, parla di tutte le relazioni più intime che viviamo.

Il contrario dell’amore ha una storia particolare. Nasce come un concept album, incentrato su tre decenni, gli anni ‘60, ‘70 e ‘90, ma è destinato a diventare una raccolta di racconti. Me ne parli?

La prima cellula del disco vede la luce nel 2012. I primi brani che ho provinato sono stati La meccanica del cuore, Another bad rainy day e Quest’estate finirà. Mi piaceva l’idea di realizzare un disco che avesse un sound retrò, ma non tutto, perché un disco incentrato soltanto sugli anni ‘60 non avrebbe parlato a tutto il mio pubblico, che raccoglie gente molto diversa. Quindi Simone (Bertolotti, ndr) mi ha detto: «Fare quattordici pezzi tutti diversi l’uno dall’altro non è una buona idea, ma trova due o tre correnti che ti piacciono e cerchiamo un modo che ci permetta di unirle». Allora mi è venuta in mente l’idea di dividere il disco in più parti e di far sì che ognuna di queste si ispirasse a un decennio diverso. Inizialmente avevo pensato soltanto agli anni ‘60 e ‘70. Ma poi ho deciso di inserire anche gli anni ‘90, del resto tutti i cantanti e i gruppi che ho amato di più da ragazzina sono di quel decennio lì. Gli anni ‘60, ‘70 e ‘90 sono stati i decenni più importanti per il cantautorato, l’hanno visto nascere, espandersi e affermarsi, mentre gli anni ‘80 sono stati anni di magra, importanti su altri fronti, ma non per la canzone d’autore. Ecco, quindi, da dove nasce l’idea di rifarmi a questi tre decenni. Però, poi, mi sono detta: «Perché non lavorare su questi brani fino a estrapolarne delle storie in prosa?». Le canzoni di questo disco, quindi, si sono rivelate le cellule dei tre racconti che ho scritto, che dovrebbero vedere la luce a breve, stiamo decidendo se farli uscire tutti insieme o a puntate, come si faceva una volta. Le protagoniste sono tre donne, si tratta di storie diverse, ma legate l’una all’altra. Parlo di alcuni avvenimenti che mi sono realmente accaduti, quindi questi tre personaggi hanno inevitabilmente a che fare con me. Sono tre differenti versioni di me, vivono in tre epoche diverse e, soprattutto, in tre paesi diversi. Si tratta di posti che fanno parte della mia vita. Alla fine, sebbene il disco sia costituito da dodici canzoni e, da queste, sia venuta fuori una racconta di tre racconti, si tratta di un’unica, grande storia.

L'Aura intervistata da Basilio Petruzza © partedeldiscorso.it

L’Aura intervistata da Basilio Petruzza © partedeldiscorso.it

Il contrario dell’amore è una mosca bianca nell’attuale discografia italiana, il suo sound è molto distante da ciò che oggi va per la maggiore. Non hai temuto questa scelta di andare controcorrente?

No! (scoppia a ridere, ndr) Anzi, a dire il vero, non ci ho pensato minimamente! Non ho mai pensato a quello che fanno gli altri, non me ne importa nulla. Sai perché? Io apprezzo molto l’unicità della gente, mi piace il fatto che siamo tutti diversi, il fatto che siano le nostre peculiarità a renderci riconoscibili. Sì, è vero, tutto ciò che ci circonda finisce inevitabilmente per influenzarci, è normale. Ma finisce lì, le mie decisioni le prendo in base al mio sentire, non credo si possano fare delle scelte in base al gusto degli altri. Se si tratta di scelte che non senti, come puoi conviverci? Poi, per carità, il mercato dice un’altra cosa… Però secondo me funziona così: dove c’è carenza di qualcosa, è lì che bisogna agire, un po’ come si fa nel marketing. Immagina di mettere due barattoli, uno accanto all’altro: il primo lo riempi di biscotti fino all’orlo; nel secondo, invece, ne metti pochi. La gente andrà a pescare da quello in cui ce ne sono pochi perché penserà: «Se sono quasi finiti, significa che sono buoni».

Io, a tal proposito, ho come l’impressione che molti artisti tendano a scendere a compromessi pur di continuare a esistere, a volte anche a costo di perdere la propria unicità.

I compromessi sono necessari, ad esempio quando selezioni il materiale su cui hai lavorato. Un artista, quando scrive e compone, si butta a capofitto nel proprio lavoro, non ha la lucidità necessaria per capire cosa vada bene e cosa no. Io mi avvalgo di un produttore, lui è il mio compromesso. È lui che mi dice «Fa cagare», «È bello», «È carino, ma non serve». In quel senso lì, il compromesso è necessario, perché ti spiega come affinare il tuo lavoro, come renderlo accessibile al pubblico, quale forma dargli perché piaccia alla gente. Il produttore non ha scritto i pezzi, quindi conserva il giusto distacco, quello che manca all’artista. È importante che ci sia qualcuno che ti dica cosa puoi migliorare. Questo è l’unico compromesso che io conosca.


C’è qualcosa che mi rimprovero? Sì, eccome. Cambierei qualcosa del mio passato? No.


Vorrei fare un passo indietro e, per farlo, utilizzo le parole di Cose così, il quarto brano de Il contrario dell’amore, in cui canti “può decidere molto anche il fallimento”. C’è qualcosa che ti rimproveri di questi anni, un errore che hai commesso e che cambieresti?

Sì e no. C’è qualcosa che mi rimprovero? Sì, eccome. Cambierei qualcosa del mio passato? No. Perché tutto quello che succede, succede per un motivo. Niente accade per caso. Poi io sono una che cogita, che rimugina. Se faccio una cazzata, ci penso e ci ripenso, non mi do tregua. Questo atteggiamento è l’apoteosi del cattolicesimo, sono gli strascichi che ha lasciato in ognuno di noi! (ride, ndr) È una sorta di imprinting del popolo, si tratta di un senso di colpa che tipicamente riguarda la cultura cattolica, siamo fortemente condizionati da quello che abbiamo fatto.

Tu hai iniziato molto giovane, il tuo primo disco, Okumuki, risale al 2005. Cosa conservi ancora di quella ragazzina appena ventenne e in cosa sei cambiata?

È difficile rispondere a questa domanda, è difficile essere obiettiva. Posso dirti che sono più serena, ma ho sempre i miei sbalzi d’umore! (ride, ndr) Questo, però, credo non cambierà mai, fa parte dell’essere artista. Gli artisti non sono mai perfettamente inquadrati, se no farebbero un altro mestiere.

Hai partecipato per ben due volte al Festival di Sanremo, nel 2006 con Irraggiungibile, nel 2008 con Basta!. Non ti chiedo se ti piacerebbe tornarci, perché credo di conoscere la risposta. Ma, oggi, con che spirito parteciperesti?

Come ti dicevo prima, con la professionalità che ho imparato in questi anni. Quando ho partecipato, ero poco più che una ventenne, mi interessava soltanto far baldoria! (scoppia a ridere, ndr) A quell’età lì, mi piaceva uscire, far casino, stare fuori fino all’alba, andavo a dormire alle cinque… adesso, invece, mi alzo tutte le mattine alle cinque! Ecco, oggi andrei a Sanremo con l’idea di lavorare, con un atteggiamento professionale. Certo, lo ammetto, mi piacerebbe tornarci, a chi è che non piacerebbe? Qualcuno ti ha mai detto che non vorrebbe andarci?

No, però molti sono restii ad ammettere di aver mandato un brano alla giuria selezionatrice, per paura poi di dover dire di essere stati scartati…

Diciamoci la verità, chiunque prova a partecipare a Sanremo! A momenti ci prova anche mio zio! (ride, ndr) La verità è che devi avere un brano forte, non è così semplice arrivarci, perché a provarci siamo in tanti, tantissimi.

L'Aura intervistata da Basilio Petruzza © partedeldiscorso.it

L’Aura intervistata da Basilio Petruzza © partedeldiscorso.it

Nel 2010, è uscito il già citato Sei come me, disco rieditato l’anno successivo con l’aggiunta del brano Eclissi del cuore in duetto con Nek. Sei come me è stato, forse, il tuo album più pop, quello meno peculiare. A distanza di anni, che ricordo conservi di quel disco?

In questi giorni mi è capitato spesso di pensarci e ho capito perché molte volte io ne abbia parlato male. A posteriori, posso dirti di aver capito che quel disco ha rappresentato un’esperienza necessaria. È stato importante per realizzare una serie di cambiamenti. Prima di tutto, ha segnato un cambiamento nella scrittura, nell’approccio alla scrittura, meglio ancora. Seconda cosa, ha modificato il mio approccio al canto, perché prima di quel disco cantavo in un modo molto originale, ma probabilmente molto poco comprensibile. C’erano delle cose che, a lungo andare, hanno danneggiato la mia voce, quindi era chiaro che un problema ci fosse e che avrei dovuto risolverlo. Sei come me è stato un esperimento, perché volevo mettermi in gioco con una produzione molto più canonica, italiana. Di fatto è stato un esperimento fallito. A me piace sperimentare, quindi comprendo quando un esperimento non è andato a buon fine. In quel caso lì, non è andato per vari motivi. Ti dico solo questo: c’è un brano de Il contrario dell’amore che era già pronto ai tempi di Sei come me. Più di uno, in realtà. Questo per dirti che, in quel disco lì, sono finiti solo i pezzi approvati dalla produzione, quelli che avevano una forma più canonica, più pop…

Quindi torniamo al compromesso di cui parlavamo prima…

Sì, esatto. Ma in quel caso i compromessi erano troppo alti. Non fanno per me.

Parliamo di un passato più recente. Hai scritto un brano per Laura Pausini, contenuto nel suo ultimo disco di inediti, Simili. C’è qualcun altro per cui ti piacerebbe scrivere?

Mi piacerebbe scrivere per Vasco! Lui non è soltanto un cantante, lui è un comunicatore. Vasco ha sempre scritto per le donne… Ecco, io vorrei essere la prima donna che scrive per lui.

Concludo le mie interviste sempre allo stesso modo: qual è la parola più importante della tua vita?

Una soltanto? (sorride, ndr) Forse sarà banale, ma ti dico “emozione”. Mi lascio andare sempre all’emozione, è il mio modo di vivere, non so fare altrimenti. Credo non ci sia parola che mi rappresenti meglio.

About author

Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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