L'inganno: la pazienza di osservare (e di non sopraffare)

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Il cast femminile de L'inganno, film di Sofia Coppola

Il cast femminile de L’inganno, film di Sofia Coppola

Riguardo a L’inganno, ultimo lungometraggio di Sofia Coppola, potremmo dire tanto. Potremmo parlare dell’eleganza della regia, premiata non a caso al Festival di Cannes (non vinceva una donna dal 1961). Oppure, potremmo parlare della ricercatezza delle inquadrature o di quella fotografia dominata da luce naturale e candele che una spettatrice – a un paio di file di distanza dalla mia e con tono di autocompiacimento – si è affrettata a definire «spettacolare» a titoli di coda appena iniziati e che a paragonarla a quella del Barry Lyndon di Kubrick non si direbbe il falso. Potremmo, ancora, parlare dei costumi, della recitazione, ma di tutto questo si è già detto tanto e tanto bene.

Quello che invece faremo è esplorare la scrittura de L’inganno, da un punto di vista molto specifico. O meglio, è proprio il punto di vista che identificheremo, tentando un’analisi che ha tutti i limiti derivanti da una prima (e unica) visione del film, ma che può essere – come tutto – spunto di riflessione.

Ne L’inganno non è ammessa sopraffazione

Elle Fanning e le giovani interpreti de L'inganno, di Sofia Coppola

Elle Fanning e le giovani interpreti de L’inganno, di Sofia Coppola

Se parliamo di punto di vista, riferendoci a un film che salta subito all’occhio come “al femminile”, diretto da una donna e interpretato e realizzato quasi esclusivamente da donne (fanno eccezione Colin Farrell e il DoP Philippe Le Sourd), non possiamo prescindere dalla questione male gaze, che è un’estetica di dominio, nonché la più diffusa, precisamente orientata a fare della donna l’oggetto dello sguardo e mai il soggetto. L’occhio di Sofia Coppola non è invece in alcun modo maschile, o per meglio dire maschilizzato. Non indugia sui corpi delle donne, non li sessualizza più del necessario (non succede neanche nella scena di sesso tra Farrel e Dunst, tra l’altro breve e poco esplicita), ma sa rappresentare perfettamente il desiderio di Martha (Nicole Kidman) mentre lava l’ospite ferito. La tensione e l’attrazione passano però soprattutto dagli sguardi e i respiri inudibili ma perfettamente avvertibili, in tutta la loro pesante profondità; dalle battute e i gesti.

Non c’è un’oggettificazione accentuata. La sopraffazione, infatti, è il principale nemico, tanto nella relazione tra maschile e femminile quanto in quella tra le donne stesse. Il caporale John McBarney porta scompiglio nel collegio femminile della signora Martha e diventa rapidamente oggetto di una competizione che si conclude in tragedia, che frammenta il gruppo e, letteralmente, le ossa. Più le donne si contrappongono tra loro e più facilmente l’uomo riesce a corromperle, come insinuandosi tra le crepe. D’altra parte, Martha, Edwina (Kirsten Dunst) e le più o meno giovani educande (dall’adolescente Alicia, Elle Fanning, alla piccola Amy, Oona Laurence) non sono altro che i frammenti di una sfaccettata ma coesa femminilità, che può trovare equilibrio e forza solo nella collaborazione delle sue parti.

Contro L’inganno, una parola d’ordine: solidarietà

Elle Fanning e Nicole Kidman con le giovanissime Oona Laurence e Addison Riecke ne L'inganno, di Sofia Coppola

Elle Fanning e Nicole Kidman con le giovanissime Oona Laurence e Addison Riecke ne L’inganno, di Sofia Coppola

La solidarietà femminile è la chiave. «Puttane vendicative», le chiama John, scoprendo di essere stato amputato. «Non sono più neanche un uomo», urla nel vedersi senza gamba. Il caporale, essendo stato smascherato il suo doppio gioco, il suo inganno, viene castrato. Amputare la gamba è necessario a salvare la sua vita tanto quanto a preservare la vita sociale, dunque permettere la convivenza di maschile e femminile e impedire il collasso di quest’ultimo. Questo nel collegio, certamente, ma anche su un piano macroscopico di cui l’istituto è la riproduzione in scala. L’uomo è chiamato a castrarsi, che non significa negare se stesso, ma i limiti della – e imposti dalla – maschilità. Se il femminile reclama i propri spazi d’azione, al maschile è richiesto di rinunciare ai suoi privilegi. La reazione può essere violenta. In questo caso, lo è.

All’interno del gruppo femminile c’è una fonte di resistenza: Edwina nega a se stessa l’inganno del maschile, si presta al ruolo di oggetto ed è ben felice di assumerlo. Così facendo, restituisce al caporale la calma che solo il sapersi uomo può dargli. Resta però un’alleata per le altre donne, non si oppone ai loro reclami. Questa ritrovata solidarietà permette al gruppo di tornare padrone dei propri spazi, con calcolo. Con un nuovo inganno, chiuso in bellezza con un ricamo da signore beneducate, mero contorno di una ben più interessante astuzia. I personaggi de L’inganno, infatti, sanno far coesistere tratti di femminilità e maschilità con estrema naturalezza. Martha, in particolare, pur essendo guida del gruppo – per ruolo e anzianità – non cade mai nella banalità di presentarsi come una “figura materna”. È una donna estremamente lucida, rigida anche nei suoi momenti di emotività, solida di fronte al pericolo e alla paura.

L’inganno è un film lento, non perché ridondante (dura 93′ e sa farseli bastare perfettamente) ma perché riflessivo. Riproduce dinamiche attualissime sullo sfondo della guerra di secessione americana, travestendo da racconto storico una narrazione perfettamente attuale. Adatto a chi ha ancora la pazienza di osservare, senza aspettarsi di essere continuamente punto da battute salaci e inquadrature brevi come un battito di ciglia.

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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