Madre! e Darren Aronofsky: sul nuovo corso del cinema occidentale

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Jennifer Lawrence e Javier Bardem in Madre!, di Darren Aronofsky

Jennifer Lawrence e Javier Bardem in Madre!, di Darren Aronofsky

Una volta riacquisite tutte le capacità intellettive ed essermi liberato dal senso di disorientamento che mi ha causato Madre! posso dire con certezza due cose (e dopo un film del genere mi sembra un buon traguardo): la prima è che se fossi un cineasta con la pretesa di “essere autore”, sicuramente vorrei che il mio film venisse fischiato ai festival; la seconda è che se pensate di andare al cinema per Aronofsky e poi magari, dopo il film, passare un normale sabato sera con gli amici, state sbagliando tutto.

I titoli di coda di Madre! rappresentano quel lasso di tempo che vi permetterà di pensare a quello che è appena successo. È successo che una persona che vi vuole bene, dopo avervi detto “ho una pessima notizia, siediti!”, vi lascia quel piccolo spazio individuale di silenzio e poi vi sputa in faccia tutto, in pochissimo tempo, senza la delicatezza mostrata poco prima, lasciandovi così confusi e spossati che un pugno sarebbe stato più accomodante di un finale da commedia americana. E allora esci dal cinema, inizi a ridere per il nervosismo e poi ti fermi a pensare: “Ho bisogno di qualcosa di forte”.

È in quel momento, forse (e sottolineo FORSE) si può iniziare a ragionare sul film, senza tralasciare che, però, la notte potreste avere gli incubi e passarla insonne.

Iniziamo a ricostruire quello che abbiamo visto.

Un’incantevole Jennifer Lawrence passa le giornate a ristrutturare la casa incendiata di suo marito, lo scrittore cupo e a corto di ispirazione, Javier Bardem. L’apparente serenità della vita di coppia viene messa in crisi dal contatto con gli estranei che iniziano a insediarsi, in modo misterioso, nella casa mentre l’artista cerca pirandellianamente, da questo contatto con l’esterno, l’ispirazione per superare il proprio blocco. In un’escalation, che è la stessa che dà ritmo al film, vediamo entrare in casa prima un inquietante Ed Harris, poi sua moglie, Michelle Pfeiffer – straordinaria – e i loro due figli. Dalle dinamiche familiari di questi quattro, ambigui personaggi, la casa va via via riempiendosi di estranei.

Il punto di vista, ma soprattutto la “complicità emotiva” dello spettatore, coincide con quello di Jennifer Lawrence, il suo rapporto complicato con il marito e il suo ordine morale, che si riversa sulla pulizia della casa che con tanta cura ha costruito, insieme alla macchina da presa, così vicina alla protagonista e così dentro le sue emozioni che contribuisce attivamente al trasporto che si crea con la giovane attrice: ci permette di vedere gli stessi mostri, di ascoltare i suoni amplificati dalla paura, dall’ansia, ci confonde nel frastuono di una intimità violata e ci lascia da soli a combattere con tutto questo. E con tanta cura anche Darren Aronofky costruisce il terreno per l’esplosione di una bomba emotiva, che trova la sua pausa (breve) nel momento più alto dell’uomo-specie e dell’uomo-artista: la creazione.

Non manca però di riportarci con severità anche nel momento più basso e lo fa con la classe che lo contraddistingue, ma questa volta senza freni. Quando c’è da accelerare il ritmo e dirigersi verso la distruzione, il regista di The Wrestler e Requiem for a dream, non perde la sua verve sadica e, anzi, mollati tutti i freni apre la casa a tutti i mali del mondo in una sorta di allegorica rappresentazione del male per antonomasia che parte dalla disco-music e arriva fino al terrorismo.

Madre! e i suoi eccessi, tra arte e follia

Ed Harris e Michelle Pfeiffer in Madre!, di Darren Aronofsky

Ed Harris e Michelle Pfeiffer in Madre!, di Darren Aronofsky

Un film disturbante, eccessivo ma funzionale all’obiettivo. Un film che vuole prendere prima allo stomaco, stuzzicare nelle paure primordiali e le nevrosi in modo aggressivo, straripante. Un film che dà la sensazione di volerti abbracciare fino a stritolare. Un film che fa leva sulla parte emozionale ed emotiva dello spettatore e che lascia spazio a quella razionale solo ex post. Il titolo con la lettera minuscola (il titolo in lingua originale è reso graficamente come mother!, ndr) e i personaggi senza nome contribuiscono a spersonalizzare quelle che sono delle marionette al servizio dell’opera artistica, intrappolati in un eterno ritorno.

Un film caratterizzato da un eccessivo simbolismo, biblico prima di tutto, ma anche da un sedimentarsi di sotto testi che offrono allo spettatore la possibilità di scegliere quale sposare intimamente. Vecchio e Nuovo Testamento rivisti in chiave ecologista, la parabola della creazione artistica e il suo rapporto con la fama e l’amore, una storia d’amore dalle emozioni amplificate e estremizzate dall’isolamento di una casa abbandonata nel bosco.

Quale verità? Tutte o nessuna. La follia dilagante e imperante di un regista ego-maniaco che ha trovato una produzione che gli ha donato libertà incondizionata di esprimerla o l’opera di un genio nella maturità assoluta che trasporta il cinema in nuova dimensione di autorialità?

Dettaglio del poster di Madre!, di Darren Aronofsky

Dettaglio del poster di Madre!, di Darren Aronofsky

La scelta di schierarsi da una parte, o dall’altra della barricata è una scelta politica. Perché in modo politico è stato concepito il film: Darren Aronofsky ha preso la sua posizione, l’ha preparata in modo sublime e l’ha vomitata in faccia a tutti gli accreditati di Venezia e agli spettatori. Non ci sono mezze misure, non ci sono “ma o però”. Con me o contro di me. Con questo “nuovo corso” o con il cinema “accomodante” e già vecchio.

Madre! non arriva come un fulmine a ciel sereno, i segni ci sono da qualche anno e la strada è già tracciata: nel 2015 sulla Croisette si gridava allo scandalo per Love di Gaspar Noè , Assayas e Refn fischiati a Cannes nel 2016 con due capolavori come Personal Shopper e The neon demon e ora lo stesso trattamento è stato riservato a Madre!.

Il cinema d’autore degli anni ’10 ha imboccato una strada precisa e non saranno i fischi di qualche dinosauro e fare da repellente: piegare il cinema di genere, non solo a dinamiche estetiche, come ci avevano già abituato altri autori in questi anni, ma dipanare i singoli elementi del b-movie e ri-assumerli come canoni estetici (o inestetici) per un discorso antropologico, filosofico e politico sulla società massmediale ai tempi della “web reputation” e dell’economia del sentimento. E se tutto questo fa schifo, non si combatte con i fischi da una posizione di presunta superiorità intellettuale che giustifica una banalizzazione irrisoria e semplicistica.

Questi signori, lo schifo che ci fanno vedere se lo sono guadagnato e hanno dato in pasto alla folla la loro intimità (come in una scena del film). Se si vuole fare critica, c’è bisogno di qualche argomentazione in più. Perché la merda la lancia la folla e la folla è un assembramento di persone senza una identità e ragione, come quella che entra nella casa.

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Antonio Pistone

Antonio Pistone

Classe '91 ma veramente poca (di classe, s'intende). Mi piace pensarmi come un “multipotenziale”, cosa parzialmente confermata dai tanti bivi che mi si sono palesati davanti, fino ad oggi, ma, per una sorta di maledetta contingenza, ho sempre preso la strada sbagliata. Studio Giurisprudenza, mi piace il cinema, la brutta musica, i cappellini di lana colorati, gli odori che cambiano con il cambiare delle stagioni, collezionare libri (anche senza leggerli) e esultare ai goal del Napoli.

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