Romina Falconi: «Sono una strana, per fortuna»

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Romina Falconi fotografata da Ilario Botti per il lancio del suo nuovo singolo, Cadono Saponette

Romina Falconi fotografata da Ilario Botti per il lancio del suo nuovo singolo, Cadono Saponette

Romina Falconi è una cantautrice romana, «metà uomo ruspante, metà diva con le piume», così si definisce. Ha imparato a far convivere le sue due anime, quella che racconta il dolore con ironia disincantata e quella che cammina sui tacchi a spillo. Da qualche giorno è uscito il suo nuovo singolo, Cadono saponette, che racconta un male comune, ma lo fa «in modo grottesco».

Romina è una cantautrice sopra le righe. E, da quelle righe, non ha alcuna intenzione di scendere, perché «ho trovato altri strani a cui vado bene così come sono». In quest’intervista, quindi, si racconta esattamente così com’è.

Romina, vorrei mi raccontassi chi sei stata prima di iniziare la tua attività di cantautrice. Quali artisti hanno accompagnato la tua crescita?

​Ero una bambina molto particolare, ho iniziato ad ascoltare musica compulsivamente a quattro anni, mollavo i giochi e passavo ore e ore a cantare sopra Whitney, Freddy Mercury. I miei genitori erano colpiti, diciamo pure perplessi, perché nessuno in famiglia ha mai avuto talento in campo musicale. Mi vedevo proiettata su un palco, vestita da diva, ad affrontare temi drammaticissimi. Mia madre mi chiedeva divertita «Ma perché sempre questo tono alla Via Col Vento?», ma a me piaceva così. Guccini è stata una vera illuminazione, durante l’adolescenza, ma lo sono state anche le melodie immortali di Battisti, la grinta della Bertè, la teatralità e la voce potente di Cocciante. Ho passato molto tempo a studiare canto. Ho iniziato a cantare ai matrimoni a dodici anni, per me era come uno sport, invece di andare in piscina, imparavo a cantare di tutto e per molte ore.

La tua storia artistica è particolare, perché attraversa fasi canoniche e altre decisamente atipiche e sorprendenti. Alla prima categoria, appartiene certamente Sanremo: nel 2007, hai partecipato al Festival della canzone italiana con il brano Ama, un pezzo in pieno stile sanremese, decisamente distante dalle tue nuove produzioni. A confrontarlo con i tuoi lavori successivi, si stenta a credere sia tu. Chi era Romina allora?

Io ho sempre scritto cose sopra le righe, solo che a Sanremo ho presentato un brano dal tema universale. Ero una bambina, praticamente, ed ero felice di presentarmi con un brano di “prima lettura”. Crescendo ho affinato la tecnica e ho imparato a mischiare quei due mondi in tutte le canzoni. Una volta, i brani a tema universale li scrivevo come se chiunque altro potesse e dovesse cantarli, mentre i temi scomodi erano proprio cuciti addosso a me; ora ho fatto in modo che tutto appaia mio, anche se il tema è molto comune. Un bel rischio, ma ne vale la pena, a mio parere.


A Sanremo parteciperei mettendo in scena la teatralità e cercherei di sfruttare l’orchestra il più possibile: suonare con quel tipo di orchestra è come vedere il paradiso, non scherzo.


Non ti chiedo se ti piacerebbe tornare al Festival. Ti chiedo, piuttosto, con quali consapevolezze parteciperesti oggi a Sanremo.

Parteciperei con la consapevolezza di avere una vetrina importante per un tempo limitato, quindi farei il possibile per far capire come sono e cosa penso in tre minuti di canzone, senza cercare di migliorarmi o diventare qualcosa che non sono. Per convincere la gente hai a disposizione il tempo di una canzone, è fondamentale non aver timore di farsi vedere per come si è. Parteciperei mettendo in scena la teatralità e cercherei di sfruttare l’orchestra il più possibile: suonare con quel tipo di orchestra è come vedere il paradiso, non scherzo.

Cos’è rimasto, oggi, della Romina di dieci anni fa?

La voglia di fare rivoluzione è la stessa. Dieci anni fa sicuramente ero più plasmabile, nel senso che ero consapevole di non conoscere i meccanismi di questo lavoro, mi lasciavo guidare. Ora, invece, ho imparato che è importante ascoltare i pareri dei collaboratori ma​ è​ fondamentale partire da un’idea netta, anche se sembra la strada più rischiosa. A volte sembra che ce ne dimentichiamo, ma le canzoni restano. Tra dieci anni, guardando indietro, quello che voglio è accorgermi di essere stata coerente con me stessa. Ho imparato tanto e ho avuto l’enorme piacere di circondarmi di gente sana, che ha voglia di fare cose nuove. Rio e Zangirolami sono i produttori perfetti. Ho un’etichetta indipendente che mi lascia libertà assoluta e dei musicisti di fama mondiale che hanno sposato la causa: Gary Novak e Reggie Hamilton, io non smetterò mai di ringraziarli per quello che stanno facendo per me​​. Dieci anni fa non avrei mai potuto fare quello che sto facendo oggi, ma non è una questione di discografica o di budget,​ è una questione di studio, prove, scelte irreversibili che si fanno solo con l’esperienza.​

Tra le esperienze canoniche, inserisco una tappa quasi obbligata per tutti i giovani artisti di oggi: il talent show, nel tuo caso X Factor. Mi racconti quell’esperienza?

È stata una delle lezioni più importanti che abbia mai ricevuto. Il talent è consigliabile solo a chi​ ha talento ma non sa bene come collocarsi o cosa presentare al pubblico. Se invece si hanno le idee chiare, è da evitare. Chi sa esattamente come e cosa cantare, è bene che segua altre strade. X Factor è un ottimo programma televisivo, gestito da autori incredibili, ma la carriera artistica dei cantanti si forma piano piano. Immagina la bellezza di ritrovarsi su un palco a cantare un brano famosissimo con la messa in scena di Tommassini, che è davvero un genio, e il lavoro certosino dei produttori​, del regista, degli autori. Un cantante uscito da lì dovrà comunque ripartire da zero e lì ci vogliono i contenuti, altrimenti sono cavoli amarissimi.

Ho come l’impressione che, col tempo, la componente dello show abbia preso il sopravvento sul talent.

Per tutti gli show di successo le variazioni sono fondamentali. Una volta la novità era: «Ecco il talent: una factory che trasforma i brutti anatroccoli in cigni», tutto girava intorno alla storia dei protagonisti e alla preparazione. Ora tutti sanno cosa è un talent e allora si punta il riflettore sulla resa dopo la preparazione, lo show. La televisione ha regole diverse dalla discografia, dal cinema o dal teatro. Il pubblico è giusto che sappia che la scelta dei brani per un disco, la realizzazione di un album cucito addosso all’artista, non potrà mai essere come la preparazione di un’esibizione di una cover famosa in prima serata. Cambia tutto, ma proprio tutto. Anche con il discografico più geniale al mondo non si arriva da nessuna parte se non si è lucidi. La lucidità, tuttavia, arriva con un minimo di esperienza.


Con Ramazzotti, ogni giorno eravamo in un posto nuovo. Prendere parte a un tour che va in giro per il mondo è un dono vero e proprio.


In realtà, tra Sanremo e X Factor, c’è di mezzo un tour mondiale con Eros Ramazzotti. Me ne parli?

È uno dei ricordi più belli che conservo. Ho imparato tantissimo in quel tour, ho conosciuto musicisti incredibili che hanno suonato con mostri sacri e che raccontavano aneddoti interessanti. Musicisti che diventano la tua famiglia perché, per un anno o più, ti muovi con loro e non hai che loro a cui confessare i tuoi pensieri. Era bellissimo imparare a capire i tempi, conoscere le figure professionali che permettono che uno show di quella portata riesca a essere ineccepibile. Ogni giorno eravamo in un posto nuovo. Prendere parte a un tour che va in giro per il mondo è un dono vero e proprio. Ho imparato che chi è forte-forte non se la tira mai, anzi, sta in pace con se stesso e col mondo.

Tra le esperienze, invece, originali e sorprendenti, c’è la tua collaborazione con Immanuel Casto: all’apparenza due realtà diverse, di fatto due artisti complementari. Non voglio aggiungere altro, vorrei fossi tu a raccontarmi il vostro incontro, il vostro sodalizio artistico e l’affetto che vi lega.

Tutto è nato perchè Casto aveva scritto Crash e Jacopo Levantaci, che è manager di entrambi, ci propose una collaborazione. Appena abbiamo ascoltato le nostre voci insieme, ci siamo sorpresi e appassionati. Siamo due persone molto diverse, eppure funzioniamo. Penso sia perché abbiamo entrambi voglia di dire la nostra, senza volerci omologare. Siamo diventati grandi amici e non passa un giorno che non ci sentiamo. Lui è attentissimo ai visuals, agli slogan, al modo in cui viene presentato un brano o un video. Io, invece, sono molto attenta ai suoni, alle armonie. Ci confrontiamo sempre. Immanuel mi ha vista in ogni modo, sono me stessa con lui. Il tour più figo è quello che abbiamo fatto insieme, il Sognando Cracovia Tour. Non ho mai riso così tanto!

Un’altra scelta atipica, poi, è stata quella di dividere il tuo primo album in tre EP: Certi sogni si fanno, Attraverso e Un filo d’odio, pubblicati rispettivamente a febbraio, maggio e dicembre del 2014. Una scelta coraggiosa, la tua. Da cosa è dipesa?

Finito X Factor, ho capito che la strada da percorrere era lunga e che avevo bisogno di fare le cose piano piano e a testa bassissima. Per quanto possa essere un punto a favore il mio modo di comunicare diretto e inusuale, è pur sempre parte di un prodotto da maneggiare con cura. Far uscire subito un album non aveva senso. Era meglio far uscire un singolo ogni tre mesi. Sono molto contenta ad oggi di aver fatto quella scelta. È stato come rinascere. Piano piano sono aumentati i consensi e, col tempo, ho capito che quello che avevo vissuto come una cosa limitante (e cioè i testi crudi, la voglia di apparire vamp anche se affronto le cose con un fare da muratore) è stato quello che ha appassionato di più le persone che mi seguono oggi. È incredibile: ti senti strana e poi apprendi che ci sono altrettanti strani a cui vai bene così. Non cambierei quello che faccio con nulla al mondo; certo, qualche finanziamento non sarebbe male, ma alla fine l’importante è che ci siano le idee. Avere budget e non avere idee è una condanna. Io e il mio gruppo siamo poveri, brutti e cattivi ma con idee vulcaniche, in futuro vedremo.

Poi, nel novembre 2015, è uscito Certi sogni si fanno attraverso un filo d’odio, il tuo disco di debutto, una sintesi dei tre EP precedentemente pubblicati. L’album ha ottenuto un ottimo successo sia di pubblico che di critica.

È stata la risposta a tutti i miei dubbi degli anni precedenti. Si può essere pop usando un linguaggio forte per il mondo pop? Sì. Si può fare qualcosa pur avendo pochi mezzi e poca esposizione mediatica? Sì. ​​Quasi settemila copie tra il fisico e il digitale, per una che non è passata in radio o in tv è un miracolo. Non so cosa accadrà ma di certo vale la pena. La libertà è una cosa preziosa e non è così scontata quando fai musica.

Romina Falconi fotografata da Ilario Botti per il lancio del suo nuovo singolo, Cadono Saponette

Romina Falconi fotografata da Ilario Botti per il lancio del suo nuovo singolo, Cadono Saponette

Da qualche settimana, è uscito il tuo nuovo singolo, Cadono saponette, e l’ironia la fa da padrona. Com’è nato questo brano?

​È nato come nascono tutti i miei brani:​ ​come un salasso. Ho voluto parlare di un male comune, offrendo una figura retorica assai nota al popolo. Sono molto ironica nella vita e prendo con ironia quasi tutto. Mi piace fare questo genere, lo definisco grottesco, ossia – ridendo e scherzando – dici una cosa​​ che lascia l’amaro in bocca. Abbiamo tutti un pessimismo che ci accompagna dopo le disavventure ed è importante riderci su, altrimenti si rischia di non vivere pienamente una bella occasione.​ Sono più portata a descrivere il preludio di qualcosa, come fosse un’istantanea. Non mi importa passare come una che ha ragione o torto, tengo più a tirare fuori le umane debolezze e a mostrarle senza troppe censure.  ​

È inevitabile, adesso, chiederti cosa succederà dopo Cadono Saponette. Il tuo pubblico si domanda quando uscirà il tuo secondo disco di inediti. Puoi anticiparci qualcosa?

Sto realizzando un album che mi sta facendo passare nottatacce, ma anche momenti bellissimi. Non sono sola​, ho questi produttori e questi musicisti che mi seguono passo passo e accettano la mia follia. Ho chiesto di fare più generi, c’è un brano rock che mi fa impazzire (non credevo nemmeno di essere portata per il rock). Mi piacciono i dischi multicolor, in comune ogni brano avrà dei tipi di suoni precisi (non posso dirlo perché è una sorpresa) e i testi diretti. Non solo gli arrangiamenti, ma anche i temi saranno diversi. Posso dire che interpreterò vari personaggi, la storia che ti dicevo prima del voler proporre delle istantanee, e penso che chi già mi segue apprezzerà la versatilità e i toni di questo album.


A stare sui tacchi, me l’ha insegnato una vicina di casa trans, la quale mi ha permesso di immaginarmi un mondo dove le piume si sposano bene anche coi temi crudi.


Prima di lasciarci, non posso non fare una constatazione: in Italia, sono poche le artiste pop che sanno comunicare anche attraverso il look. Forse si pensa che la sensualità e il sex appeal possano distogliere l’attenzione dalla musica. Tu, invece, comunichi anche attraverso la tua immagine.

Penso che ognuno di noi abbia delle radici profonde, radici che sono sacre: siamo quello che abbiamo provato, siamo il risultato pure di quello che ci è mancato. Sono cresciuta in un quartiere difficile e non posso non portarmelo dietro in tutto quello che faccio. A stare sui tacchi, me l’ha insegnato una vicina di casa trans, la quale mi ha permesso di immaginarmi un mondo dove le piume si sposano bene anche coi temi crudi. Io, dentro, mi sento un uomo ruspante, ma fuori adoro apparire così femminile, ci sono nata con questa dualità e ci ho messo tantissimo a rispettare entrambi i miei due mondi. I contrasti sono importanti, mi ispiro a tutto ciò che è lontano dalla musica come Lina Wertmüller, Troisi, Pasolini.

Concludo le mie interviste sempre con questa domanda: qual è la parola più importante della tua vita?

“Gratitudine” è la parola più importante in assoluto per me​. L’ingratitudine la odiano tutti, facci caso: si finisce per amare persino gli antipatici, gli scontrosi, i tirchi, ma gli ingrati sono odiati da tutti. Mi sento di dire grazie a tutto ciò che mi ha portato, oggi, ad avere la faccia tosta di fare le scelte che faccio, soprattutto a chi mi ha dato dei bei schiaffoni simbolici. Ringrazio pure gli stronzi della mia vita, figurati chi mi ha fatto del bene.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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