Alessio Bondì: «Sfardo è lo strappo da cui nasce la mia musica»

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Il cantautore palermitano Alessio Bondì in una foto di Manuela Di Pisa

Il cantautore palermitano Alessio Bondì in una foto di Manuela Di Pisa

Alessio Bondì, classe 1988, è un cantautore palermitano. Nel suo mondo musicale si incontrano atmosfere d’infanzia, profonde e dolci, poetiche e surreali, dipinte da un blues primordiale e da un folk intimo. Scrive e canta in dialetto «perché per me il palermitano rappresenta la risorsa della radice».

Nel 2015, ha pubblicato il suo disco d’esordio, Sfardo, che oggi – a distanza di due anni e mezzo – si appresta a essere distribuito in ben dieci Paesi stranieri. Il 24 novembre, infatti, Sfardo arriverà in Germania, Inghilterra, Francia, Spagna, Austria, Svizzera, Belgio, Lussemburgo, Olanda e Brasile e il booklet del disco sarà tradotto in cinque lingue: inglese, francese, spagnolo, tedesco e portoghese.

Questo è quello che mi ha raccontato.

Prima di parlare di te come artista, vorrei mi raccontassi che ascoltatore sei stato. Quali cantautori e musicisti hanno accompagnato la tua crescita artistica e personale?

Sono sempre stato un ascoltatore vorace e disordinato. Durante l’adolescenza amavo alla follia la poesia punk di Shane MacGowan, la sensibilità di Rufus Wainwright e l’eleganza graffiata di Sam Cooke. Ma anche Marilyn Manson e gli Slipknot, i Porno Riviste, Eminem, il Jazz Manouche di Angelo Debarre, Bobby Womack. Nell’ultimo periodo sono in fissa con tutto quello che esce fuori dall’etichetta Analog Africa e mi sto riabilitando dopo mesi e mesi di ascolto de A mulher do fim do mundo di Elza Soares.

Alessio Bondì in una foto di Francesco Anzelmo

Alessio Bondì in una foto di Francesco Anzelmo

Il tuo album d’esordio, pubblicato nell’aprile 2015, si chiama Sfardo. Sfardo, in dialetto palermitano, significa “strappo”. Come nasce l’idea di questo nome?

È un omaggio alla prima canzone che ho scritto in siciliano, che porta appunto questo nome. Per me la musica è la cura di una grande ferita che qualcuno di noi rintraccia dentro di sé. Se non sai da dove viene il tuo dolore, prova con la musica, che è invisibile e possiede fibre di magia. Sfardo è lo strappo interiore che ha fatto nascere la mia musica.

Sfardo ti ha dato non poche soddisfazione, ne cito una su tutte: sei stato finalista al Premio Tenco nella sezione Album in dialetto. Che esperienza è stata quella lì?

Arrivare a certi livelli mi fa inorgoglire e mi fa capire che quello che faccio ha una qualità che sorvola i divari linguistici, culturali e pregiudiziali che la musica in dialetto mette in moto automaticamente. È una di quelle esperienze che ti fanno fare un upgrade nell’opinione che le persone hanno di te.


Scrivere canzoni in palermitano è stato come piantare per caso un semino in un terreno gerbido e trovarci una foresta il giorno dopo.


Ma veniamo al disco e alle sue peculiarità. Si tratta di un album cantato interamente in dialetto palermitano. È una scelta o una necessità quella di cantare in siciliano?

È nata come urgenza ma la picchetto come una scelta. Scrivere canzoni in palermitano è stato come piantare per caso un semino in un terreno gerbido e trovarci una foresta il giorno dopo. Non escludo nulla ma non vedo il dialetto come un limite, per me rappresenta la risorsa della radice, imprescindibile in qualsiasi forma di arte. C’è una comunicazione che passa attraverso l’emozione: risate, sguardi, intenzioni sono universali; la vita si esprime in modi diversi in ogni angolo del mondo, ma quando un gesto, uno sguardo, una nota sono veri diventano universali. L’analisi commerciale di un progetto artistico per me è un’operazione che deve basarsi su un opus realizzato in libertà assoluta, non deve iniziare durante il processo creativo e non ne deve inficiare in nessun modo la sua architettura.

Vorrei fare un breve viaggio nel mondo di Sfardo, attraverso alcuni dei suoi brani. Inizierei da Granni granni, che sembra raccontare un ritorno all’infanzia. Me ne parli?

È un viaggio verso il mare, a bordo di una vecchia Ritmo. Dentro rimbalzano le eco di tutta un’infanzia sincera, libera dagli schermi, anche se non si capisce mai che età abbia chi racconta questa storia. È una canzone che parla di capanne che si moltiplicano all’infinito, in cui metto dentro ciò che c’è di più sacro e intimo.

Rimmillu ru voti, con la sua atmosfera intima, è forse il brano più intenso del disco.

Mi dispiace, non parlo più di questa canzone.

Con Iccati sangu, invece, i toni si fanno accesi. Sembra l’istantanea di una generazione intera, che chiede di essere ascoltata.

È bello che in una disperazione solitaria si riconosca un grido collettivo, è simile al discorso che facevo prima sull’universalità di un gesto autentico. Fa pensare che, se tutti comunicassimo a un livello più onesto, forse ci sarebbe più umanità nel mondo. Ci insegnano a essere carini, a non dire parolacce, a comportarci in un modo standard. Io, in questa canzone, mando a fare in culo tutti quelli che vogliono calpestarmi e lo faccio con una certa cattiveria. Quannu ‘a scrissi m’allibbirtavu. Questo ha un valore importante, nell’arte possono venir fuori tutti i tratti più perversi e scuri della nostra personalità, soprattutto in periodi in cui la frustrazione si fa pane quotidiano.

Vucciria sembra una breve pellicola, in appena cinque minuti racconta le vicende del suo protagonista in uno dei mercati più famosi di Palermo.

L’hai detto! È una sorta di cunto funky-blues ricco di termini antichi e slang con una drammaturgia che cerca la tensione e la risata, una stretta di mano tra Peppe Schiera e Stevie Wonder. A Piazza Garraffello.

Sfardo, il brano che dà il titolo all’album, è caratterizzato da un incedere malinconico e sognante.

Più che sognante io direi viscerale, terragno, una penna che scava a sangue forme triangolari su un foglio. Un urlo al cielo che viene dall’abisso.

Di cu si anticiperà la pubblicazione di Sfardo in ben dieci paesi esteri; per l’occasione, il booklet del disco sarà tradotto in cinque lingue: inglese, francese, spagnolo, tedesco e portoghese. Ti aspettavi sarebbe successo tutto questo?

Assolutamente no! È una grandissima notizia per me e una sfida non indifferente. Dà una caratura internazionale a questo progetto che già qualcuno indovinava e sottolineava molto prima di questa nuova fase. Sono molto orgoglioso di questo ponte, se ripenso al sogno che accarezzavo fortissimo quando avevo diciassette anni di diventare una rockstar! (sorride, ndr) Per uno po’ di tempo ero ossessionato da Pete Doherty e forse la mia penna gli deve qualcosa, seguivo molto la Rough Trade che era l’etichetta inglese che aveva pubblicato i dischi dei Libertines, ma anche di The Strokes e The Smiths. La distribuzione del mio disco all’estero è curata in molti Paesi proprio dalla Rough Trade. Sono dei piccoli bersagli che restituisco a quell’adolescente dentro di me.

La tua attività live, in questi anni, si è arricchita di centinaia di concerti in Italia e all’estero. Sei una mosca bianca nel nostro attuale panorama musicale: hai fatto la gavetta, che sembra essere passata di moda. In che stato di salute versa la musica, dal tuo punto di vista?

La musica mi pare che stia meglio di qualche anno fa, perché se ne produce di più e a più livelli, e il mercato non è dettato solo dall’industria. La “fascia indipendente” si arricchisce di moltissimi artisti, dischi e canzoni, in una misura che sarebbe stata inimmaginabile prima di Internet. Io spero che si ritorni alle nostre origini anche musicalmente, per rilanciare l’Italia con dei prodotti veramente italiani, che non scimmiottano le grandi industrie internazionali senza apportare contenuti personali. Ciò che succede puntualmente in luoghi dove la tradizione musicale è forte, come il Brasile, fa da scuola: la maggior parte della discografia è realizzata da artisti che cercano nuovi sound e mescolano i propri suoni, le proprie strutture poetiche, i propri ritmi con tutto quello che propone l’estero e accompagnano il tutto con una preparazione musicale straordinaria. Secondo Alan Lomax, bonarmuzza, al tempo delle sue indagini, l’Italia possedeva la musica popolare più bella del mondo. Esistono dei tesori meravigliosi nella musica nostrana di cui non sappiamo neanche l’esistenza, ne sono certo. Immergere di nuovo le mani nella terra e svellere musiche, ossa, suoni profondi, questo bisognerebbe fare, e poi mescolare tutto ciò con l’elettronica, la classica, il soul, l’hip-hop, i canti indiani. Certo, tutto ciò richiederebbe uno studio e una preparazione solide, ma soprattutto la capacità di pensare oltre lo stereotipo della musica dialettale dal sapore anni ‘90 che ha fatto il suo tempo.


LEGGI ANCHE: LA PALERMO CANTAUTORALE DI ALESSIO BONDÌ


Sono passati più di due anni dalla pubblicazione di Sfardo. Hai in cantiere un nuovo progetto discografico?

Esatto, proprio in questi giorni sto chiudendo il disco nuovo, che uscirà nel 2018.

Concludo le mie interviste sempre allo stesso modo: qual è la parola più importante della tua vita?

Non ne ho una ma, visto che me l’hai chiesto, te ne produco una ampress’ ampress’: “riservatezza” è una parola molto importante nella mia vita. Possederla mi consente di essere pubblico e privato, introverso ed estroverso, intimo ed esplosivo allo stesso tempo, ma soprattutto di non invadere mai quella altrui.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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