Elliott Erwitt: uno sguardo «geniale e sovversivo» che può diventare anche il nostro

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In foto, Elliott Erwitt al Museo di Fotografia di Westlicht, Vienna

In foto, Elliott Erwitt al Museo di Fotografia di Westlicht, Vienna

Anche se non avete mai sentito parlare di Elliott Erwitt e di fronte alla parola Magnum pensate solo alla marca di gelati e neanche immaginate che possa trattarsi di una delle più importanti agenzie fotografiche al mondo, io dico che questo articolo non vi annoierà (o almeno lo spero) e che l’argomento potrebbe interessarvi e incuriosirvi anche se di fotografia non vi importa niente. Tanto vale correre il rischio e vedere se ho ragione, no?

Si parla di un fotografo, di una mostra, di tante foto in bianco e nero e di alcune a colori, ma attraverso questa cornice si parla di un modo di relazionarsi con il mondo, si parla di Kennedy e di Marilyn Monroe ma soprattutto degli uomini e delle donne in quanto esseri concreti con cui Erwitt è entrato in contatto. Non c’è da fare molto: basta avere un po’ di curiosità e lasciarsi guidare dalle foto stesse per fare in modo che lo «sguardo acuto e al tempo stesso pieno di empatia» di Erwitt diventi un po’ anche il nostro.

Ma prima di addentrarci nel vivo della mostra, penso sia il caso di fornirvi qualche dettaglio in più: Elliott Erwitt nasce a Parigi nel 1928 da genitori ebrei di origine russa, vive per dieci anni in Italia ma poi, come dice lui, è a causa di Mussolini che diventa americano, dal momento in cui è costretto a emigrare per via del fascismo. Un DNA variegato e multietnico che probabilmente contribuirà a sviluppare la sua grande sensibilità. Dopo aver lavorato come freelance ed essere stato influenzato dall’incontro con fotografi famosi come Robert Capa e Henri Cartier-Bresson, che per lui rimane tutt’ora «la persona a cui bisogna ispirarsi», nel 1953 Erwitt entra a far parte dell’agenzia Magum Photos, per la quale porta avanti progetti fotografici in tutto il mondo.

Personae: Elliott Erwitt in mostra ai Musei San Domenico di Forlì

Marilyn Monroe fotografata da Elliott Erwitt a New York, nel 1956

Marilyn Monroe fotografata da Elliott Erwitt a New York, nel 1956

Sono 170 di questi suoi famosi scatti, selezionati personalmente dal fotografo, a costituire il materiale di Personae, la prima grande retrospettiva delle sue immagini sia in bianco e nero che a colori, queste ultime inedite, che, per tutti gli interessati, è allestita ai Musei San Domenico di Forlì fino al 7 gennaio 2018. E in occasione dell’apertura della settimana del buon vivere e della presentazione della mostra, il 22 settembre di quest’anno, c’è stato a Forlì un incontro con il fotografo statunitense in persona, intervistato da Roberto Cotroneo.

Ma ora bando alle ciance ed entriamo pure nel vivo: «fotografo della commedia umana», «eleganza compositiva», «profonda umanità», «talvolta comicità». A questi concetti chiave che ci danno già un’idea alquanto precisa del lavoro di Erwitt, possiamo aggiungerne altri, usando le parole di Cotroneo. Quest’ultimo parla di una capacità di guardare il mondo con tenerezza e gentilezza, con un’ironia che non è mai sarcasmo o cinismo, sottolineando il fatto che Erwitt non giudica il mondo ma, al contrario, nelle sue foto si avverte sempre della compassione intesa nel senso latino di partecipazione.

Una presentazione niente male che forse ci fa sentire un po’ più vicini a questo personaggio complesso che ha un modo di vedere il mondo e soprattutto di immortalarlo tutto suo, ma non per questo incomprensibile. Una delle caratteristiche più affascinanti delle foto di Erwitt, infatti, è che è estremamente difficile non capirle o non leggervi qualcosa di personale, perché il fotografo ci lascia del tutto liberi di vedere ciò che vogliamo. Senz’altro il suo punto di vista traspare, senz’altro egli ha avuto un motivo che l’ha spinto a scattare quella foto in particolare, a immortalare quell’«istante in cui tutto combacia», ma un altro concetto chiave da collegare a Erwitt, forse il più importante di tutti, è la bivalenza. Bivalenza nel senso di strada aperta verso più possibilità, nel senso di diversi modi di interpretare un’inquadratura, un dettaglio, un soggetto.

Elliott Erwitt: «L’amore per i piccoli dettagli contraddittori»

Foto di Elliott Erwitt scattata in California nel 1955

Foto di Elliott Erwitt scattata in California nel 1955

Di fronte a una foto di Erwitt siamo noi che decidiamo su cosa posare lo sguardo, se sul cane che guarda dritto nell’obiettivo o sulle gambe della donna che gli sta accanto, e sono le nostre esperienze e i nostri occhi che ci suggeriranno come interpretare il sorriso di Che Guevara, le espressioni di tre coppie di bambini in una sala da ballo newyorkese o l’Empire State Building avvolto dalla nebbia, con in primo piano una donna che guarda lontano. Magari vi leggeremo qualcosa di totalmente diverso da quello che ha catturato l’attenzione di Erwitt, qualcosa che apparentemente non c’entra niente ma che per noi, invece, trova un collegamento, perché gli unici filtri che avremo sono quelli che la nostra stessa mente ci suggerisce, o ci impone. E non potrebbe essere altrimenti per le opere di un fotografo che crede nel fatto che «la manipolazione uccide la fotografia».

Ma allora, sono le fotografie o i soggetti a essere ambivalenti? I diversi modi di vedere qualcosa scaturiscono dall’obiettivo di Erwitt o sono già lì prima che la foto venga scattata? Io credo che in questo consista gran parte della bravura del fotografo statunitense: egli riesce, attraverso «l’amore per i piccoli dettagli contraddittori», le sproporzioni, l’ironia e i «geniali e sovversivi punti di ripresa», a farci vedere cose a cui da soli non presteremmo attenzione. Quei contrasti, quelle scene di vita quotidiana, quegli scorci sono lì davanti a noi, ma è come se riuscissimo a coglierli e a osservarli solo dopo che sono stati fissati in uno scatto. Erwitt fa una parte del lavoro per noi, quella più complicata perché richiede la capacità di guardare oltre ciò che è ovvio e palese e di cogliere direttamente l’essenza di alcuni istanti, e poi ci lascia liberi di fare dei suoi scatti e della sua sensibilità quello che vogliamo. È come se ci prendesse per mano per portarci all’interno di un modo di guardare il mondo a cui da soli non arriviamo, ci fa fare quel passo in più, indirizza il nostro sguardo ma poi lo lascia libero di trarre le sue conclusioni.

Foto di Elliott Erwitt

Foto di Elliott Erwitt

D’altronde, chi mai si aspetterebbe di trovare in un servizio di moda sulle calzature femminili del New York Times le scarpe fotografate dal punto di vista canino? Eppure, una volta capito che Erwitt ha avuto questa intuizione «perché i cani vedono più scarpe di chiunque altro», non possiamo fare altro che pensare “È proprio vero!”. Ma non dimentichiamoci che è sempre del fotografo della commedia umana che stiamo parlando, il quale ci tiene a fare una precisazione: «Le foto dei cani hanno una duplice chiave di lettura. Colti in determinate situazioni, i cani sono semplicemente divertenti. Ma i cani possiedono anche qualità umane, e io sono convinto che le mie foto abbiano un fascino antropomorfico. Nella sostanza non hanno nulla a che vedere con i cani… insomma, nel mio intento riguardano essenzialmente la condizione umana. Ma gli altri possono vedervi quello che vogliono».

Se ancora non aveste inquadrato l’artista che c’è dietro la mostra, queste sue parole non lasciano spazio a fraintendimenti: le sue foto possono essere viste in almeno due modi diversi ma, nell’intento del fotografo, parlano comunque di tutti noi in quanto esseri umani. D’altro canto, noi siamo liberi di capirlo oppure no senza il rischio che Erwitt se la prenda. E così andrà ugualmente bene se di tutta la mostra la foto che più vi colpirà sarà il California kiss, amata dal pubblico ma troppo melensa per il fotografo stesso, secondo il quale la sua lettura univoca è riduttiva, o la foto che ritrae un bambino che si punta una pistola alla tempia mentre sorride, che è una delle preferite di Erwitt proprio per la sua ambivalenza, perché «può essere divertente o non esserlo affatto».

Foto di Elliott Erwitt scattata a Pittsburgh, Pennsylvania nel 1950

Foto di Elliott Erwitt scattata a Pittsburgh, Pennsylvania nel 1950

Dal momento che le mie parole non hanno il potere di riprodurre le immagini e che, in ogni caso, l’impatto visivo ed emotivo di una foto non può essere descritto fino in fondo, tanto meno nel caso di Erwitt, spero di avervi incuriositi quel tanto che basta a convincervi a vedere la mostra con i vostri occhi, se doveste passare da Forlì, o a spingervi un po’ oltre nella conoscenza di questo artista in grado di rompere le barriere ed entrare nelle vite delle persone che immortala. Se, invece, vi ho solo confusi, confido nel fatto che l’incentivo a capire da voi di cosa si tratta sia ancora più forte, quindi posso ritenermi parzialmente soddisfatta ugualmente.

Ma poiché è di Erwitt che stiamo parlando, lascio che siano le sue parole a concludere questo articolo: «Far ridere è una delle imprese più difficili. Se poi, come fa Chaplin, riesci a fare ridere e piangere in alternanza, allora hai toccato il vertice assoluto. Non me lo pongo come obiettivo dichiarato, ma lo considero il risultato più alto».


Virgolettati tratti dall'incontro con Elliott Erwitt (22 settembre, intervista di Roberto Cotroneo) e dall'audioguida, fornita durante la retrospettiva Personae presso i Musei San Domenico di Forlì.

About author

Nicole Di Stefano

Nicole Di Stefano

Nata nel 1997. Orgogliosa di essere lucana, ma consapevole sin da subito che prima o poi sarei andata via. Studio Scienze Internazionali e Diplomatiche. Mi piace leggere e mi piace scrivere (prevedibile no?). Amo viaggiare e quando non posso farlo personalmente mi faccio aiutare dalla National Geographic, anche perché la fotografia mi affascina, e non poco. Sono curiosa e dinamica, faccio (e mi faccio) tante domande, forse troppe e a tratti sono logorroica, lo ammetto (si vede?).

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