Giulia Mei: «Io non dimentico i miei sogni»

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In foto, la cantautrice e pianista palermitana Giulia Mei

In foto, la cantautrice e pianista palermitana Giulia Mei

Giulia Mei, all’anagrafe Giulia Catuogno, è una cantautrice e pianista palermitana. Ha scelto il suo mestiere (anche) per colpa di Vecchioni, ma la sua decisione più consapevole è un’altra: ha deciso di non dare alcuna alternativa alla musica. Oggi prepara il suo disco d’esordio e racconta di quanta fatica e coraggio servano per «scegliere il proprio destino», perché «decidere il proprio destino è già quella un’opera d’arte».

Il brano Tutta colpa di Vecchioni ti racconta in maniera precisa, ti mette totalmente a nudo e non lascia dubbi sulla tua natura risoluta e caparbia. Quanta consapevolezza serve per cantare “Sono una di quelle che hanno scelto di scegliersi il destino”?

Tutta colpa di Vecchioni è senz’altro un brano che mi rappresenta molto, lo vedo come una sorta di manifesto della mia vita, la mia presa di posizione riguardo al modo in cui intendo viverla, ossia nella certezza che “non si hanno molti tentativi per essere vivi”, che non c’è tempo per rimandare la felicità, o per scegliere di stare al mondo in un modo che non ci appartiene e non ci appaga, perché abbiamo solo una chance e quella chance va giocata al meglio. Non che non sia dura “scegliersi la vita”, è un percorso pieno di sacrifici e sì, diciamoci la verità, anche rinunce, parecchie rinunce, ma sono tutte pennellate di un dipinto, basta allontanarsi un po’ per osservare il risultato finale e per accorgersi che anche le tinte nere e anche i colori più cupi erano necessari per dare vita a un’opera d’arte. Chiunque “scelga di scegliersi il destino” in fondo, nel suo piccolo, sta facendo un’opera d’arte. Mi piace pensare che tutto (o quasi tutto) ciò che accade nella mia vita dipenda da me e sia il frutto delle mie scelte e della mia volontà, perciò, in questo brano e nel mio modo di vedere le cose, il destino è concepito come punto di arrivo delle scelte di un essere umano, risultato delle forze messe in gioco da noi stessi, comunque vadano le cose: è questa la consapevolezza che sta alla base di quel verso lì, una consapevolezza senza la quale probabilmente non potrei credere, costruire, lottare, respirare.

Basta ascoltare Tutta colpa di Vecchioni per conoscerti. O per avere l’impressione di conoscerti. Ti chiedo, adesso, di raccontare chi è Giulia Mei a chi non ha ancora ascoltato il brano.

Giulia Mei è una persona che mette in musica la propria vita nel tentativo di raccontare, attraverso i proprio occhi e il proprio cuore, anche quella degli altri. Canto e studio il pianoforte fin da piccolissima e proprio in questi mesi sto portando a termine il mio percorso di laurea in pianoforte classico al Conservatorio di Palermo, insegno musica da qualche anno ormai. Insomma un po’ tutto ruota attorno alla musica, perchè è lei che mi ha sempre dato la possibilità di dire davvero qualcosa, qualcosa che mi dia la sensazione di aver parlato sul serio. Il pianoforte è l’altra parte di me, in realtà io sono nata al pianoforte, e dall’incontro con lui (sì, tendo ad antopromorfizzarlo) è nato tutto ciò che ho realizzato fino ad ora. A dire il vero, più che una cantautrice che suona il pianoforte, io mi sento una cantautrice al pianoforte. È una cosa forse più intima, è sentirsi davvero a casa solo con dei tasti davanti agli occhi, dire qualcosa solo poggiandoci sopra le mani e premendoli. E a proposito di autenticità, la mia è una canzone che aspira proprio a questo, a raccontare in modo tangibile qualcosa di tangibile, qualcosa di vero in cui chi ascolta possa ritrovarsi e intravedere la propria storia, la propria esperienza. Cerco di cantare le cose di ogni giorno, la mia paura, il mio amore, la mia delusione, la mia forza, la mia debolezza sperando che somiglino a quelle di chi mi ascolta cantare. È questo che hanno fatto e fanno i cantautori che ho amato e da cui ho studiato, che da sempre senza conoscermi mi raccontano. Dovessi riuscire a farlo anche io, beh quello sarebbe il massimo.

Il pezzo già citato è ipnotico, nel suo incedere incalzante è zeppo di frasi che catturano l’attenzione dell’ascoltatore. Ne ho segnate tre: “Di arte non si campa, ma di certo si scampa alla morte”, “A vent’anni non ti puoi negare il lusso di sbagliare”, “Non si hanno molti tentativi per essere vivi”. Mi racconti la genesi di Tutta colpa di Vecchioni?

Inutile prenderci in giro, viviamo in un Paese dove chi fa il nostro mestiere viene spesso associato a una specie di giullare di corte e si fa ancora fatica a considerare il lavoro del musicista alla stregua di altri mestieri perché “di arte non si campa”, dicono. E, se si campa, si campa male. Ma campare male per me significa vivere in un modo che ci allontana dai sogni fino a farceli dimenticare, fino a farci morire mille volte di rimpianti, rimorsi e infelicità, altro che campare, quella è la fine. Tutta colpa di Vecchioni nasce da questa intuizione, fortificata dal fatto che quando l’ho scritta avevo vent’anni, quei vent’anni tanto cantati da Vecchioni e da Guccini, quei vent’anni dove sbagliare e essere cretini è un “diritto sacrosanto”.

In foto, Giulia Mei

In foto, Giulia Mei

Pezzo, questo, che ti ha permesso di arrivare in finale a Musicultura 2017. Che esperienza è stata?

Sì, questo brano mi ha permesso di essere tra i finalisti di Musicultura 2017. Musicultura è sempre una bella esperienza e chiunque scriva dovrebbe partecipare almeno una volta. L’anno scorso per me era la seconda, avevo partecipato anche l’anno precedente arrivando sempre tra i sedici. Musicultura è sicuramente uno dei migliori premi in circolazione, sia per la straordinaria organizzazione sia per il rispetto col quale vengono trattati i concorrenti. È una grande casa dove ci si incontra e ci si conosce, io ad esempio ho stretto delle bellissime amicizie con tantissimi cantautori, con i quali ancora oggi parlo e mi scambio idee.

Da qualche giorno è disponibile un nuovo brano, che ha un titolo assai esplicativo e diretto: Vivi, c’hai la vita, deficiente!. Me ne parli?

Ebbene sì, mi piace giocare coi titoli, perchè credo che il titolo di una canzone sia fondamentale ed è forse una delle cose più difficili da scegliere (sono in grado di scrivere un pezzo in venti minuti ma di perdere settimane per trovargli un titolo!). In questo caso il titolo è molto importante, perché racchiude in sé tutto ciò che in questo brano ho voluto dire. Scritta per una persona molto importante per me, in realtà la canzone si prefigge di essere universale, perché parla dell’unica cosa che tutti quanti abbiamo: la vita. Ma molto spesso, troppo spesso, ci dimentichiamo di averla questa vita e, seppelliti da un dolore o tanti dolori, la mortifichiamo con rimorsi e rimpianti. Ma il punto è che la vita non si pensa, la si vive, e il tempo che sprechiamo a pensare a ciò che avremmo potuto fare o non fare non torna mai indietro. Dimenticarsi della vita è stupido, ed è qui che entra in gioco quel “deficiente”, che non ha nulla di offensivo, ma anzi è una apostrofazione tenera, affettuosa, materna; una pacca sulla spalla data a una persona a cui vogliamo bene, ma anche a noi stessi. Perchè in fondo i primi a salvare noi stessi siamo proprio noi, che decidiamo se continuare a scendere oppure iniziare a risalire. Questa è la mia canzone, la tua, la sua e di chiunque, dopo tutto, abbia voglia di risalire. Vivi, c’hai la vita, deficiente! è in finale al Premio De Andrè 2017 e avrò il piacere di cantarla insieme alla mia band sabato 25 novembre a Gallipoli. Inoltre è possibile ascoltarla e votarla sul sito de la Repubblica.

Prima di parlare dei tuoi progetti futuri, vorrei fare un passo indietro e tornare a Pianopiano, il tuo EP d’esordio.

Pianopiano, uscito a nome di Giulia Catuogno, mio cognome di battesimo (prima che scegliessi il nome d’arte Giulia Mei), esprime in tutto e per tutto il legame col mio strumento, si tratta infatti di un lavoro piano e voce, arrangiato e suonato da me e registrato da Vittorio Di Matteo, dove hanno preso posto alcuni dei miei primi brani nella formula che per prima mi ha rapita, quella nuda, intima che cerca di dire tutto con una voce e un pianoforte. Anche il titolo, oltre all’evidente gioco di parole, ha un significato ben preciso: le sfide, i percorsi che si intendono cominciare, vanno affrontati passo dopo passo, “contando i passi sull’asfalto, uno ad uno, senza mai dimenticare il precedente, e senza mai rinunciare al successivo”, citando un mio pensiero nel libretto del disco. Viviamo in un’epoca musicale controversa, che ha lasciato molto spesso passare un’idea a volte fuorviante della musica, facendo credere che un salto nel vuoto sia meglio di un percorso fatto di step, penso quindi che ricordare a noi stessi che la musica ha bisogno di tempo e di passi costanti e graduali non faccia male a nessuno. Dall’uscita di quel disco (febbraio 2016), sono successe molte cose belle, come il Pianopiano Tour, concorsi e nuovi importanti contatti, nonché l’incontro con il mio attuale produttore artistico.

Stai lavorando al tuo primo album, sotto la produzione artistica di Edoardo De Angelis, cantautore e produttore, che in passato ha lavorato con artisti come Francesco De Gregori e Sergio Endrigo. Cosa puoi raccontarmi a riguardo?

Ho conosciuto Edoardo circa un anno fa, in occasione di uno spettacolo che fece a Palermo, la mia città natale. Io andai in teatro per conoscerlo e dargli il mio disco, temendo dentro di me che, come spesso accade, lui lo avrebbe messo da parte a prendere polvere. E invece qualche tempo dopo mi arrivò una telefonata da un numero sconosciuto, era Edoardo che si complimentava con me. Da quel momento è nato un bellissimo rapporto che è sfociato poi nella produzione artistica del mio primo album, che ho da poco finito di registrare e che vedrà la luce il prossimo anno. Edoardo è un produttore che dice la sua e che cerca di indirizzarmi verso le scelte che ritiene migliori per me, ma che allo stesso tempo mi lascia grande libertà di scelta, un ottimo consigliere e ispiratore ma soprattutto un caro amico, perchè dietro un rapporto artistico/lavorativo dovrebbe sempre esserci un rapporto umano bello, e questo è senz’altro il nostro caso.

Pianopiano, l'EP d'esordio di Giulia Mei

Pianopiano, l’EP d’esordio di Giulia Mei

Il tuo approccio alla musica è teatrale, le tue esibizioni prevedono anche la presenza di monologhi e riflessioni di vario genere. Mi parli di questo aspetto peculiare delle tue performance?

Pur non avendolo mai studiato seriamente (al massimo qualche laboratorio ogni tanto), il teatro mi ha sempre affascinata ed è un mondo che prima o poi approfondirò. In realtà sono molto appassionata di teatro-canzone, che ho accarezzato qualche anno fa in uno spettacolo, La kultura della vita, debuttato all’Auditorium Rai di Palermo. Oggi non mi cimento più nel teatro-canzone ma nei miei live cerco sempre di mantenere una linea che lo ricordi almeno lontanamente, raccontando storie, proponendo delle riflessioni che sono poi le stesse che stanno alla genesi delle mie canzoni. Il pubblico per me è sempre stata parte integrante di ogni spettacolo, ma non come spettatore, bensì come attore protagonista, parlare al pubblico significa renderlo profondamente partecipe di quello che sta accadendo sul palco, ma quello che accade sul palco è strettamente collegato a quello che accade in platea o tra i tavoli di un club. Non penso che servano parole per far comprendere una canzone, perchéè in essa c’è già dentro tutto quello che chi l’ha scritta voleva dire, o almeno dovrebbe, credo però che mostrare i miei pensieri a chi mi ascolta stabilisca un rapporto magico, intimo, una dinamica di reciproca condivisione che è la cosa che mi fa emozionare più di ogni altra cosa durante i miei concerti.

A proposito di esibizioni, recentemente si sei esibita al Premio dei Premi, in occasione del MEI (Meeting Degli Indipendenti) 2017 a Faenza, insieme ai vincitori di premi nazionali intitolati a cantautori scomparsi. Ti va di parlarmene?

È stata davvero una bella esperienza. In quanto vincitrice del Premio Alberto Cesa 2017, ho avuto modo di partecipare a questo Premio speciale, organizzato dal MEI, bellissima realtà del panorama musicale italiano (no, nessun legame col mio cognome!). A parte la bella aria che ho respirato a Faenza e a parte la gioia di partecipare a un evento del genere, la cosa più bella è stata conoscere e condividere quell’esperienza con alcuni dei concorrenti, alcuni dei quali conoscevo già, come i Tamuna, miei grandi amici, e i Pupi di Surfaro. Poi ho avuto anche modo di conoscere un’artista e persona bellissima, Roberta Giallo, nonché Brunori Sas, che adoro. Insomma, come sempre, la cosa più figa dei premi è la possibilità di stare a contatto con bella gente.

Giulia Mei e Roberta Giallo al Premio dei Premi (MEI 2017)

Giulia Mei e Roberta Giallo al Premio dei Premi (MEI 2017)

L’abbiamo detto, se hai scelto di fare la cantautrice, la colpa è tutta di Vecchioni. Ma quali altri cantautori e musicisti hanno influenzato la tua crescita personale e artistica?

In realtà, come ho più volte detto, non è certo solo colpa di Vecchioni se oggi scrivo, ma di tantissimi altri autori che di colpa ne hanno eccome, come Brel e Brassens, De Andrè e Lolli, per non parlare di Gaber, lui da solo alleggerisce di molto i peccati del povero Vecchioni, che semplicemente ho voluto omaggiare come uno degli autori più importanti e formativi per me, rappresentante di un modo di fare canzone che mi ha molto ispirata e influenzata durante il mio percorso. Mi ispiro molto alla scuola genovese e folk italiana, e a quella francese, ma la musica che ascolto e le mie influenze effettive vengono anche da mondi molto più lontani, da Billie Holiday a Tori Amos, dal Britpop a Chavela Vargas.

Qual è il disco della tua vita?

Questa sì che è una domanda tosta! Aiuto! In realtà ci sono tantissimi dischi della mia vita e ognuno me l’ha riempita e talvolta salvata in egual modo. Ma se proprio devo sceglierne uno, direi che Abbey Road è Il Disco.

Giulia e i sogni. Come ti immagini tra dieci anni?

La cosa bella e allo stesso tempo difficile della vita che ho scelto è che il futuro è una grande incognita, specialmente in questo periodo preciso, fatto di finali e nuovi inizi. Io posso solo dirti come spero di essere fra dieci anni. Spero di essere una donna che riesce a tirare avanti facendo ciò che ama, spero di essere ancora una musicista, una cantante, un’autrice e un’insegnante, ma soprattutto spero di essere ancora una persona in grado di meravigliarsi, questo me lo auguro davvero con tutto il cuore.

Come ti immaginavi, invece, dieci anni fa?

Dieci anni fa tendevo a esagerare e a gonfiare un po’ le mie aspettative, come fanno tutti i bambini ma, anche se con i piedi molto più per aria e i castelli in mente molto più alti, immaginavo di diventare la donna che poi sono effettivamente diventata. Penso di essermi promessa qualcosa che in fin dei conti ho mantenuto.

Fortuna, determinazione, talento. In che ordine d’importanza metti questi tre fattori?

Talento, determinazione, fortuna.

Concludo le mie interviste sempre con questa domanda: qual è la parola più importante della tua vita?

“Libertà” è la parola più importante della mia vita, nonchè la cosa più importante della mia vita. Tutto ciò che ho fatto e sono stata fino ad ora è stato il frutto della mia libertà, una libertà che mi sono scelta e costruita, una libertà per cui ho lottato e sofferto, ma che ho visto svegliarsi ogni volta che ho suonato, come cantava un certo signore qualche anno fa.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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