In terrazza con Francesco Frizzera: lo sguardo sul mondo

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Foto di Francesco Frizzera

Foto di Francesco Frizzera

Francesco è un ragazzo dalle grandi e meravigliose ambizioni. Ancora una volta, la docile gioia di incontrare una personalità genuina, che sa riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, farlo durare e dargli spazio.

Ciao Francesco! Grazie di averci concesso un po’ del tuo tempo, innanzitutto ci racconti come hai scelto che era la fotografia la tua strada?

Grazie a voi! Ho scelto di fare fotografia perché è l’unica disciplina che non lascia scampo. Mi spiego meglio: quando si parla di fotografia si parla di fotografie e quindi di immagini, di simboli, di segni e di significati. L’immagine non racconta se stessa come un film fa in genere. Non vi è alcun suono se non quello del cuore e della mente che reagiscono alla presa visione di tale immagine. Personalmente penso che, soprattutto in un periodo come questo, ci sia il bisogno di onestà anche dal punto di vista visivo. La fotografia è accessibile a tutti, ai meno e ai più sensibili perché si rifà sempre alla realtà, anche quando si tratta di arte sperimentale. Ciò che c’è oltre all’obbiettivo è e sarà sempre reale. Inoltre, il rapporto invisibile che sta tra l’osservatore e il fotografo è semplice, genuino e libero da vincoli.

Un dipinto è totalmente pianificato. Qualcuno potrebbe dirmi che gli impressionisti erano pittori senza vincoli perché dipingevano ciò che vedevano, ma anche in questa situazione il pittore si trovava a dover pianificare totalmente il dipinto dicendosi che il risultato sarebbe dovuto essere quello e non un altro. Pure i film sono totalmente pianificati, salvo gli errori sul set che dopo vengono presi come definitivi. Sono discipline artistiche che raccontano della realtà ,ma la progettazione di tali realtà proviene totalmente dalla mente del creatore che le realizzerà in seguito, concretamente. Un fotografo invece è in balia degli eventi, del tempo, delle apparenze, di tutto ciò che compone il grande calderone del “reale”. Una fotografo può scattare una fotografia volendo darle un senso di tristezza e nel momento dello scatto qualcosa di reale si intromette in quello che viene definito “momento” e ne stravolge la pianificazione, il risultato visivo e quindi anche il senso. È anche per questo che amo la fotografia: la si può controllare, pianificare, riprodurre. Ma ci sarà sempre qualcosa che non dipenderà te e quella forse è la vera concezione di bellezza.

Foto di Francesco Frizzera

Foto di Francesco Frizzera

Ho avuto modo di vedere il tuo progetto legato alla tua permanenza in Africa. Ci racconti l’esperienza e come la fotografia ha inciso anche nei rapporti con le persone e un mondo così diverso dal nostro?

La mia esperienza in Africa fu un mio ritrovare nuovi stimoli. Partii con l’intenzione di cambiare alcuni punti di vista su alcuni argomenti in cui mi sentivo andare alla deriva. Lo scontrarsi delle mie emozioni con le realtà che vivevo generò un cambiamento del mio scattare fotografie. Non mi ero trovato mai di fronte a una situazione del genere. molto fragile e massiccia nello stesso momento. Mi sentii come responsabile in qualche maniera. Nel pratico la fotografia mi portò a creare i rapporti con le persone del posto, dai più giovani ricevevo un’attenzione molto moderna, di svago. Erano curiosi sì, ma fino a un certo punto. Dalle persone di una certa età invece riconoscevo a volte ostilità, anche se sinceramente non ho avuto molti problemi causati dalla fotografia. Erano solo molto più consapevoli di cosa significasse “immagine”. Il che è molto stimolante perché ti impone di approcciarsi in una maniera diversa. Più delicata. Fu interessantissimo.

Non so perché ma, guardando le tue fotografie, credo si percepiscano le tue origini. Sono scatti spesso e volentieri contestualizzati, che hanno come sfondo i luoghi in cui vivi. Com’è il tuo rapporto con i “tuoi luoghi” da quando la fotografia è entrata nella tua vita?

Intorno a me ho il ricordo e l’impronta indelebile del luogo in cui ho sempre vissuto. Sono montagne: a destra, sinistra, davanti e dietro. Pensai che fosse bellissimo, decisi quindi che quello sarebbe stato il mio modo di stare all’aperto. Ognuno al mondo ce ne ha uno suo, credo. Dopo un po’ lo stesso luogo divenne una sorta di prigione, come normale che sia. Diciamo che mi sono stufato di scattare nello stesso posto, anche se ultimamente mi sono riavvicinato un pochino.

Foto di Francesco Frizzera

Foto di Francesco Frizzera

Se potessi scegliere qualsiasi cosa, quale progetto fotografico che vorresti realizzare?

Vorrei portare un minimo di dieci persone all’interno di un bosco per costruire un accampamento e viverci per delle giornate. Mi piacerebbe fare questo progetto per ottenere, alla fine, delle immagini che riescano a mostrare la vera natura dell’ uomo: dagli istinti che mirano alla collettività condivisa nel rispetto delle libertà altrui e da quelli che mirano all’unità. A volte buoni, a volte egoistici. Realizzerei questo progetto solo per portare l’ uomo a una condizione animale, per poterlo comprendere meglio, in maniera più pura.

Progetti futuri?

Lavoro in proprio, sempre nel settore della comunicazione (fotografia, grafiche, siti Internet). Ho aperto una Partita Iva anni fa ma ultimamente sto pensando di chiuderla. Sinceramente, sto cercando di capire come svoltare un po’ la situazione; mi piacerebbe andare a lavorare per un fotografo, o per uno studio.

About author

Sofia Longhini

Sofia Longhini

Sofia, classe 1996. Nasce in una piccola città di mare, ma viene ben presto rapita dai portici di Bologna, ombelico di tutto, dove studia Lettere Moderne. Scrive anche per Mangiatori di Cervello. Ama l'arte, il cinema e il cantautorato. Il teatro e il buon cibo. Leggere leggere leggere. E poi, naturalmente, scrivere.

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