IT: un horror che vende ma che non fa scuola

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Il cast del film It, di Andrés Muschietti

Il cast del film It, di Andrés Muschietti

In psicologia, si definisce coulrofobia la paura persistente e indefinita dei clown. Come fobia è molto diffusa tra i bambini che vedono nel pagliaccio il desiderio di voler occultare la propria identità e le proprie intenzioni. Questo tipo di paura, definita irrazionale, si è concretizzata nel 1986 con l’avvento di uno dei capolavori della letteratura horror firmato Stephen King: It. Con It veniva alla luce Pennywise, il pagliaccio assassino affamato di bambini capace di trasformarsi nelle paure più cupe delle sue vittime, attirandole con una voce melliflua e con dei palloncini colorati.

Essendo nato negli anni ’90, anche io faccio parte di quei milioni di bambini traumatizzati dal famelico mostro creato da King. La presenza di It nella mia vita è per così dire eterna: ricordo di aver avuto poco più di sette anni la prima volta che mi sono imbattuto nel macabro volto di Pennywise, con il naso rosso e i denti aguzzi, spinto dalla curiosità e frenato dalla paura. Dopo quel momento il mio rapporto con i clown è stato tutt’altro che idilliaco: ho sempre percepito nei pagliacci qualcosa di raccapricciante e subdolo (la variante maschile delle bambole di porcellana) e per questo ho sempre immaginato il circo come un supplizio infinito su quattro ruote.

A distanza di 27 anni (periodo di tempo chiave nelle vicende del romanzo), It risorge e questa volta fa il salto di qualità, riuscendo a ottenere un posto d’onore sul grande schermo. La pellicola, prodotta dalla New Line Cinema, è stata affidata nelle mani di Andrés Muschietti, celebre per il suo thriller psicologico La Madre, e vede Bill Skarsgård nei panni del pagliaccio Pennywise.

Per i profani del romanzo, It racconta le vicende di sette ragazzini di Derry, cittadina fittizia nel Maine, che nel ’58 devono affrontare un’entità dalle sembianze di clown, che vive nelle fogne della città e che si macchia ciclicamente di efferati omicidi di bambini, per poi cadere in letargo, risvegliandosi ogni 27 anni per ricominciare il suo macabro rito.

It è sicuramente il lavoro che ha incoronato Stephen King come maestro indiscusso dell’horror e l’omonima miniserie tv del 1990, nonostante le scarse qualità tecniche, ha definitivamente consacrato il Pennywise di Tim Curry come un’icona pop degli anni ’90, una sorta di personificazione degli incubi di tutti i ragazzini del mondo. Essendo stato sempre attratto da quella figura così malignamente seducente, non vedevo l’ora che arrivasse il 19 ottobre per poter affrontare il nemico della mia infanzia.

Come per ogni grande evento della mia vita, la preparazione è stata metodica e duratura: avevo intenzione di vedere It con gli occhi di un ventunenne critico e preparato e non come un ragazzino spaventato con le mani sugli occhi per metà pellicola. Ho deciso di immergermi nelle 1200 pagine del romanzo prima di sedermi di fronte al grande schermo: non avevo mai avuto il tempo e l’occasione per approcciarmici (ogni volta che avrei voluto iniziare, spuntava un altro libro che rapiva la mia attenzione) ed evidentemente era arrivato il momento giusto.

Dopo quattro giorni di sola lettura (caratterizzati da due maratone notturne rispettivamente di 13 e 15 ore), avevo finalmente concluso It e… diamine se ne era valsa la pena (e anche il conto dell’oculista)! Ma, appena chiuso il mastodontico libro, ho capito la prima grande verità: It è un progetto così stratificato, denso e sfaccettato da renderlo impossibile da rappresentare nella sua interezza. Da quel momento lo scetticismo ha preso il posto dell’eccitazione e devo dire che non avevo tutti i torti.

Bill Skarsgård in It, di Andrés Muschietti

Bill Skarsgård in It, di Andrés Muschietti

Nonostante il nuovo It sia una pellicola di qualità, con un’ottima fotografia e composizioni molto interessanti, non spicca in originalità e non dà alcun nuovo spunto nel modo di fare horror, anzi si adegua passivamente ai molti clichés del genere senza tentare uno slancio qualitativo.

Stiamo parlando di un’opera, seppur vacillante, che si fonda su una sceneggiatura forte e può vantare un cast di tutto rispetto che però non è sfruttato a pieno, rendendo il tutto molto stantio. È proprio questo il primo grande problema della pellicola: la presentazione e la caratterizzazione del cast.

Per rendere più scorrevole e comprensibile la vicenda, Muschietti ha deciso di spostare l’arco narrativo di circa 20 anni rispetto al romanzo e di dividere la storia in due film: il primo, ambientato negli anni ’80, mostra la lotta tra It e i sette ragazzini di Derry, mentre il secondo, ambientato all’incirca nel 2015 e in uscita nel 2019, racconta la resa dei conti tra i protagonisti ormai adulti e il clown risvegliatosi dal letargo. L’idea di scindere le due vicende sarebbe stata brillante solamente se avesse permesso di approfondire la storia, arricchendola di dettagli funzionali, ma così non avviene: nei 135 minuti di film, la maggior parte dei protagonisti viene semplicemente abbozzata e lasciata sullo sfondo per permettere a pochi personaggi di brillare, trasformando un’opera corale in un semplice racconto lineare.

Nella caratterizzazione, in alcuni casi, Muschietti cade facilmente nei clichès: emblematico è l’aver sacrificato la reale forza d’animo di Beverly, delineandola come una ragazzina fragile che viene rapita da Pennywise, in modo tale da poter rendere Big Bill, il leader del gruppo dei Perdenti, come un eroico cavaliere pronto al sacrificio, costretto a scendere nella tana del mostro per salvarla. In questo caso, oltre ad aver ricreato il più banale quadretto della storia del cinema, Muschietti toglie al gruppo il potere decisionale nella lotta contro il mutaforma e soprattutto li rende vulnerabili al volere di It.

Sophia Lillis (Beverly) in It, di Andrés Muschietti

Sophia Lillis (Beverly) in It, di Andrés Muschietti

Se Bev viene trasformata in uno stereotipo ambulante, un altro protagonista viene totalmente offuscato. Sto parlando di Stan Uris detto “L’Uomo”, uno dei sette ragazzini, la cui storyline è totalmente raffazzonata e la cui personalità, metodica e scientifica, è oscurata al grande pubblico. Alla fine della pellicola il suo apporto è pressoché inutile, non essendo mai interamente inglobato nel gruppo dei Perdenti.

È proprio il gruppo dei Perdenti il secondo tasto dolente. It, prima di essere un racconto horror, è un romanzo di formazione, in cui dei dodicenni sconfiggono le proprie turbe infantili, crescendo grazie al legame che li unisce gli uni con gli altri. Nella pellicola di Muschietti non c’è alcuna unione tra i sette, non c’è mai un momento in cui si respiri quell’affetto viscerale e incondizionato che cementifica un gruppo di ragazzini: tutte le scene che avrebbero potuto mostrare la nascita del club e l’intensificarsi dei sentimenti tra i sette sono state eliminate o rese superficiali.

Jack Dylan Grazer (Eddie) in It, di Andrés Muschietti

Jack Dylan Grazer (Eddie) in It, di Andrés Muschietti

Non scatta alcuna empatia, alcun gioco di squadra che avrebbe reso i Losers coesi ed epici come i bambini de I Goonies o come il variegato gruppo di Stranger Things (che condivide con It l’attore canadese Finn Wolfhard nei panni dello spassoso Richie Tozier detto “Boccaccia”, uno dei più brillanti della pellicola), e a causa di questa mancanza viene a delinearsi un circolo ristagnato di sette bambini presi a caso, legati dal solo fatto di sentirsi perdenti e reietti della società, senza spiegare in realtà il vero motivo (oltre al bullismo subito, sono molti i fattori che li rendono outsiders).

È proprio la componente della predestinazione che non viene presa in considerazione: se nella miniserie degli anni ’90 i sette venivano a conoscersi poco alla volta, cementando il loro rapporto tramite attività da bambini nei Banners, capendo sempre più che la loro amicizia veniva dalla decisione di un’entità superiore (“adesso ci siamo tutti”, pensa Bill quando Mike entra nel gruppo come ultimo membro), nella pellicola di Muschietti la maggior parte dei componenti dei Losers si conosce già per proprio volere e non per una volontà derivata dall’alto (non si fa menzione della Tartaruga, nonostante un piccolo easter egg in cui Bill prende in mano una tartaruga di Lego).

Finn Wolfhard (Richie) in It, di Andrés Muschietti

Finn Wolfhard (Richie) in It, di Andrés Muschietti

Un altro grande protagonista lasciato senza identità è la cittadina di Derry, quasi inesistente nella narrazione. Eccetto qualche adulto lievemente delineato (l’apprensiva madre obesa di Eddy o il violento padre di Beverly), il resto dei cittadini viene lasciato senza anima. In realtà, per uno spettatore poco attento, questa mancanza non risulta pesare sulla trama, ma è esattamente il contrario: Derry è It e It è Derry. L’entità dalle sembianze del clown ballerino è nata prima della città e sembra quasi aver creato un tacito accordo con gli abitanti per potersi nutrire senza essere disturbato sin dalla notte dei tempi. Essendo una marionetta nelle grinfie di Pennywise, Derry può e diventerà un’arma contro cui i sette dovranno combattere (molti cittadini infatti agiranno per mezzo della volontà del clown).

Una degli assi nella manica più famelici di It è Henry Bowers, il bullo che tormenta tutti i ragazzini, spinto da un odio verso le minoranze (Mike è il target principale essendo nero, seguito dal corpulento Ben) e soprattutto inebriato dall’ira cieca datagli dal pagliaccio (che lo induce a uccidere il padre, mostrando il suo volto riflesso nella luna) che lo porterà a dare la caccia al club, spingendolo alla pazzia. Tutta queste sfaccettature vengono totalmente perse nel personaggio creato di Muschietti: Henry è un bullo che “caccia” per il semplice gusto di farlo e le sue azioni sono assolutamente inutili nella costruzione della trama futura. Il fatto inoltre di aver sacrificato il personaggio a metà film è ancora meno sensato, in quanto Bowers è un tassello chiave nelle vicende della seconda parte.

Bill Skarsgård in It, di Andrés Muschietti

Bill Skarsgård in It, di Andrés Muschietti

Come si è potuto ben capire, la grande falla della della pellicola è la pessima gestione dei personaggi con grandissimo potenziale e può sembrare strano, ma quello più anonimo è proprio Pennywise. Ovviamente il clown è il protagonista assoluto ed è splendidamente interpretato da Bill Skarsgård (che riesce a renderlo infantile e folle allo stesso tempo) ma, così come successe per l’iconico It di Curry, la sceneggiatura lo ha reso un personaggio senza storia. A fine film nessuno saprebbe realmente rispondere alla semplice domanda “Chi è It e perché mangia proprio i bambini?”, non essendoci spunti per comprendere la sua vera natura e la sua genesi.

Avendo eliminato la scena della “prova del fumo” in cui Richie e Mike, a causa del fumo inalato, assistono in una visione all’arrivo di It dallo spazio come una sorta di meteorite che si schianta sulla Terra primitiva, non c’è una reale comprensione di fondo e non vengono inseriti alcuni indizi per sopperire a questa mancanza (cosa che avviene nella miniserie con la frase “Io sono eterno, io sono immortale, io sono un divoratore di mondi”).

Allo stesso modo, anche la lotta tra i sette e Pennywise viene resa più cinematografica e meno “formativa”: It, essendo un mutaforma, si trasforma nelle paure più recondite dei protagonisti (emblematico è l’incontro tra Big Bill e il fratellino Georgie, ucciso da Pennywise nell’iconica scena della barchetta) per poi esser sconfitto grazie a un gioco di squadra che vede i ragazzi sconfiggere le proprie fobie. L’aver reso la battaglia finale fisica (non c’è minimo accenno alla pratica del Chüd, un rito che permette di sconfiggere It tramite una connessione mentale), ha sicuramente reso la pellicola più dinamica e avvincente, a discapito della sfaccettatura psicologica che caratterizza il racconto e che permette ai ragazzi di capire che cosa si nasconde dietro i “Pozzi Neri“, ovvero la reale forma di It.


Il reboot di It è un grandissimo miglioramento rispetto alla miniserie degli anni ’90, ma nonostante tutto l’It di Muschietti rimane un horror campione d’incassi che non fa scuola.


Riguardo alla parte tecnica, il reboot di It è un grandissimo miglioramento rispetto alla miniserie degli anni ’90 (scritta male e recitata peggio), grazie al grande budget che ha permesso la cura stilistica nel ricreare le atmosfere di Derry (senza però riuscire a portare sullo schermo realmente gli anni ’80), ma nonostante tutto l’It di Muschietti rimane un horror campione d’incassi che non fa scuola: caratterizzato da assenza di suspense e da una colonna sonora a dir poco anonima, la pellicola cerca la basica reazione di paura nel pubblico con semplici jumpscare improvvisi, accompagnati dal drastico aumento del volume della musica (riuscitissima ad esempio la scena della barchetta o del bagno insanguinato di Beverly), senza però creare delle vere e proprie inquadrature grondanti ansia in cui lo spettatore si immedesima nella vicenda, sentendosi realmente in pericolo.

Tirando le somme, possiamo sicuramente definire il primo capitolo di It come una grande occasione sprecata e non perché si discosti quasi totalmente dalla trama del romanzo (un film ispirato deve riuscire a reggersi con le proprie gambe anche a discapito dello scritto di derivazione), ma per il fatto che si pone come un semplice blockbuster di genere horror, in cui l’obbiettivo è spaventare e intrattenere, lasciando da parte spunti narrativi interessantissimi e perdendo di vista il reale fulcro della vicenda: It è la personificazione dell’adolescenza e la perdita dell’innocenza che terrorizza i bambini consapevoli del fatto che, una volta cresciuti, tutto diventerà più complesso (Pennywise infatti mangia solo i bambini proprio perché sa che le loro paure sono più semplici e lineari rispetto a quelle degli adulti) e l’amicizia non servirà a bloccare il processo di cambiamento inevitabile (l’immagine di It come ragno gigante costantemente gravido descrive a pieno l’inesorabilità della crescita).

Avendo eliminato tutti gli spunti di riflessione descritti nelle metafore del maestro King (il sangue nel bagno di Bev è ad esempio la rappresentazione del ciclo mestruale che la renderà donna), la pellicola si mostra suo malgrado patinata e senza vita, non riuscendo a rendere piena giustizia a uno dei più grandi capolavori della letteratura contemporanea e non riuscendo neanche lontanamente a pareggiare l’iconicità dell’It di ventisette anni fa, nonostante le gravi carenze di quest’ultimo.

L’appuntamento con la seconda parte è previsto per il 6 settembre 2019 e spero vivamente che la nuova sceneggiatura riesca a coprire tutti i buchi di trama e i grandi difetti presenti nel capitolo precedente, riuscendo ad analizzare più approfonditamente le sfaccettature caleidoscopiche dell’animo di Pennywise e degli ormai cresciuti Perdenti costretti a riaffrontarlo per un’ultima volta.

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Alessandro Buzzella

Alessandro Buzzella

Ventunenne con la passione per la carta stampata, il cinema, la fotografia, la musica, i maglioni XL e l'autoflagellazione psicologica. Studente di Medicina di giorno, massimo cultore di serie tv di notte. Ibrido tra un Nick Miller nostrano e Don Chisciotte della Mancia. Intollerante al lattosio, al glutine e alle gente che guarda Barbara D'Urso. Ricerca le sue vite precedenti nei personaggi dei classici della letteratura, ma finora ha trovato solo il conto salato dell'oculista.

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