Magia Vulfpeck

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Collage di un'immagine dei Vulfpeck, tratta dal video del brano Adrienne & Adrianne

Collage di un’immagine dei Vulfpeck, tratta dal video del brano Adrienne & Adrianne

Jack Stratton, Woody Goss, Joe Dart e Theo Katzman si erano radunati in un’aula buia e sconosciuta che Stratton aveva scovato tra i cunicoli che attraversavano i sotterranei della Michigan University. Correva l’anno 2011 e i quattro stregoni avevano cominciato a frequentarsi da poco.

«Orbene, il liquido magico è pronto, cari colleghi!», disse Stratton con un sorriso entusiasta, dopo essersi aggiustato gli occhiali dal taglio vintage.

«Ottimo, ottimo! Ora dobbiamo soltanto aggiungere gli ingredienti principali, cioè quegli elementi che definiranno il carattere del nostro intruglio!», proseguì Goss, carezzandosi con mano ferma la barba folta e cespugliosa.

«Poi, però, dovremo decidere quale formula adottare per sprigionare la potenza della pozione…», fece Dart, seduto in un angolo con il suo Fender Bass tra le braccia e la testa, come sempre, ondeggiante.

«Vero… Ma io non credo che ci saranno dubbi!», concluse Katzman, il quale, comprendendo che il momento di aggiungere gli ingredienti principali si stava avvicinando, sfoderò un paio di occhiali da sole che soltanto un potente discografico degli anni Settanta con l’abitudine di fumarsi un cubano a ogni ora del giorno avrebbe potuto indossare.

I quattro si avvicinarono al pentolone ribollente che avevano posto in mezzo alla stanza, e con somma cura addizionarono all’intruglio un pizzico di Funk Brothers, una spolverata di Wrecking Crew, qualche goccia proveniente dal maestoso fiume Muscle Shoals e un’abbondante dose delle migliori atmosfere tratte dalle soul-miniere sorte tra gli anni Cinquanta e Sessanta negli States. Infine, improvvisando un accento tedesco con l’ironia squisita quanto una torta di mele fumante tipica del loro carattere, i quattro intonarono con decisione una sola, magica parola…

«VULFPECK!».

Uno scoppio inondò di caldi colori la stanza. E così nacque un incantesimo che tuttora costituisce una delle realtà musicali più affascinanti ed encomiabili dell’odierno panorama discografico.

Legittima domanda: quali sono, oltre agli ingredienti menzionati in precedenza, i tratti che rendono così interessante un quartetto di musicisti che ha prodotto album come Thrill Of The Arts e The Beautiful Game?

Il segreto che sta alla base del notevole valore proprio della musica dei Vulfpeck si sostanzia in una sola parola: identità. Tuttavia, una risposta simile è chiaramente insufficiente, perché non definisce con la giusta profondità ciò che informa la qualità del quartetto: occorre indicare, dunque, di quali elementi si componga la preziosa identità dei Vulfpeck. Essenzialmente, gli elementi in questione appartengono a due insieme distinti, ma comunicanti: da un lato, lo spazio dei tratti tecnico-esecutivi; dall’altro, l’area dei tratti estetico-stilistici.

La musica dei Vulfpeck, in primis, è musica suonata in maniera eccellente: Stratton, Goss, Dart e Katzman sono esecutori impeccabili, che interpretano i loro brani con la stessa amorevole cura e la stessa infaticabile precisione attraverso le quali il più abile dei falegnami ricava da un rugoso pezzo di legno – incisione dopo incisione, tenace e paziente – una magnifica scultura. I quattro, però, non posseggono soltanto un invidiabile spettro di qualità attuative, ma sono anche dotati di quella consapevolezza profonda ed esperta che conduce alla capacità, nota come raffinatezza, di scegliere le soluzioni migliori: nell’esecuzione dei loro brani (o di brani altrui) i Vulfpeck non eccedono mai, ma propongono soltanto – fedeli all’essenzialità che denota la loro musica e ai modelli stilistici scelti – il più inebriante distillato delle possibilità legate a una composizione.

In ciò che suonano ogni strumento occupa la posizione più adatta a creare proprio ciò che i Vulfpeck ricercano, ossia la definizione di tessuti strutturalmente coesi, asciutti e incisivi: il talento di Dart e i suoi inconfondibili assoli si congiungono perfettamente alle tracce di batteria sviluppate da Stratton e Katzman, che a loro volta compenetrano il magmatico Rhodes di Goss, il quale abbraccia con entusiasmante fluidità le chitarre suonate (ancora una volta) da Stratton e Katzman.

Anche i suoni tipici della musica dei Vulfpeck derivano da un groviglio di premurose ricerche: come narra lo stesso Stratton in un video pubblicato sul canale YouTube del complesso, il desiderio di raggiungere determinati esiti sonori ha condotto alla creazione del Vulf Compressor. Tale strumento digitale, opportunamente installato da Stratton sulla propria interfaccia di registrazione, ha permesso al quartetto di ottenere sonorità strabilianti: il Vulf Compressor, infatti, è la fonte dalla quale sgorgano i suoni deliziosamente in linea con gli anni Sessanta che avvolgono ogni nota presente nei lavori del complesso. Dalla batteria secca, piena e compatta, fino alle chitarre brillanti, accese e talvolta taglienti.

Come trascurare, poi, i grandiosi collaboratori che hanno affiancato e tuttora affiancano i Vulfpeck? Alcuni dei migliori brani registrati dal complesso vantano la partecipazione di artisti quali l’estroso Joey Dosik[1], i leggendari Bernard Purdie e David T. Walker, il titanico Michael Bland[2] e lo scaltro Cory Wong. Senza dimenticare le prodigiose voci dai riflessi soul di cantanti come Antwaun Stanley e Charles Jones. Complessivamente, un fertile humus dal quale sono sbocciate canzoni irresistibili. Da Back Pocket e Game Winner a Conscious Club e Christmas In L.A., passando per brani come Cory Wong e Santa Baby, è difficile individuare un risultato deludente tra le produzioni dei Vuflpeck.

Il piano estetico-stilistico dei Vulfpeck

Accanto al lato tecnico-esecutivo si adagia il piano estetico-stilistico, seconda chiave del valore legato ai Vulfpeck. Per riuscire a comprendere quale immagine abbia voluto costruirsi il quartetto è fondamentale considerare il canale YouTube che raggruppa la maggior parte del materiale prodotto dai Vulfpeck: dai video delle loro canzoni ai filmati nei quali le varie personalità del complesso regalano agli iscritti dei “contenuti extra”. Fatta eccezione per i casi riguardanti alcuni brani (come Back Pocket), le clip con le quali il quartetto promuove i propri singoli presentano un insieme di tratti che differenziano le stesse da ciò che la maggior parte degli artisti attuali sceglie: i Vulfpeck, infatti, si ritraggono sempre mentre suonano e si presentano sempre come persone molto comuni – il loro vestiario corrisponde pressappoco a ciò che indosserebbero degli stravaganti studenti universitari.

In questa cornice tanto essenziale, i Vulfpeck non solo riescono a condividere l’allegria e la passione che li attraversano quando suonano insieme, ma riescono anche ad avvicinarsi al loro pubblico, che può familiarizzare con i loro volti, i loro gesti, le loro personalità. Nei video pubblicati dai Vulfpeck, poi, dominanti sono i riferimenti all’estetica degli anni Sessanta e Settanta: il recupero di elementi simili, però, non è passivo o ingenuo, anzi: l’approccio dei Vulfpeck è sempre pervaso da un’attenta e consapevole ironia, la quale consente al quartetto di muovere verso determinati modelli senza perdere il proprio contatto con la contemporaneità.

Lo stile del complesso, sorretto dalla forte passione musicale dei suoi membri, preserva la credibilità dello stesso: i Vulfpeck non si abbandonano mai a pose vuote, retoriche e includenti. Oltre ai video che presentano i loro brani, nel canale del complesso si trovano anche singolari e piacevoli sorprese: filmati nei quali Stratton racconta la storia del Vulf Compressor o spiega come utilizzare lo stesso Vulf Compressor per ascoltare i brani di Michael Jackson, video nei quali alcuni componenti del gruppo illustrano la preparazione della G-BOMBS Salad, tutorial tramite i quali svelano i segreti che stanno alla base delle loro canzoni, e clip nelle quali Stratton narra alcune delle proprie riflessioni musicali.  Questo insieme di fattori, non è difficile comprenderlo, contribuisce allo sviluppo di un vero e proprio universo all’interno del quale si muovono con spessore tridimensionale e umanamente adorabile le personalità che formano il gruppo.

Ecco, dunque, in che consiste la magia dei Vulfpeck, veri e propri funk-stregoni dei tempi odierni. Un consiglio? Il 7 novembre, quando pubblicheranno Mr. Finish Line, lasciatevi incantare!


Fonti:
1. Dosik, compositore e polistrumentista originario di Los Angeles che ha creato alcuni dei migliori brani prodotti dai Vulfpeck (ad esempio, Game Winner), lavora soprattutto come solista. Degne di nota, tra le sue canzoni, sono Running Away e una struggente versione di Backseat Of My Car, il brano originariamente prodotto da Paul e Linda McCartney.
2. Purdie e Bland sono straordinari batteristi, mentre Walker è un abilissimo chitarrista. I tre possono essere annoverati tra i migliori session-men ancora in attività. Purdie (che ha affiancato i Vulfpeck soprattutto dal vivo) non solo ha suonato con artisti del calibro di Nina Simone, Miles Davis, B.B. King e Aretha Franklin, ma ha anche sviluppato la tecnica detta “Purdie shuffle”. Bland è stato il batterista di Prince per sette anni, dal 1989. Walker ha lavorato con una trafila pressoché sterminata di grandi artisti: James Brown, Ray Charles, Aretha Franklin, Etta James, Diana Ross, Barry White, Herbie Hancock e persino il leggendario Billy Preston, ossia il pianista che collaborò con i Beatles.

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Francesco Formigari

Francesco Formigari

Ai gentili curiosi. Carissimi, Francesco Formigari non s'acchiappa né s'ingabbia, ma si nasconde tra le virgole e gli spazi che con pazienza ammucchia. Vi saluta con affetto.

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