Stranger Things 2, ritorno ad Hawkins

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La trama di questi nove episodi è un continuum naturale che riprende quasi esattamente da dove avevamo lasciato Stranger Things, ma adesso c'è di più.

La trama di questi nove episodi è un continuum naturale che riprende quasi esattamente da dove avevamo lasciato Stranger Things, ma adesso c’è di più.

Dopo più di un anno di attesa e qualche scettico commento a proposito del fatto che questo fosse chiaramente uno di quei telefilm da guardare in piena estate, di sera e con le finestre spalancate, è uscita la seconda stagione di Stranger Things. La pessima abitudine che ha Netflix di mettere a disposizione gli episodi delle sue serie tutti in una volta ha nuovamente messo a dura prova la mia forza di volontà (che ovviamente non l’ha spuntata), infatti me la sono bruciata in due giorni con piumone e cioccolata calda a portata di mano. Il binge watching ha risparmiato solo l’ultima puntata, che sono riuscita a conservare fino al giorno dopo Halloween per illudermi di essermi goduta questa seconda stagione il più a lungo possibile.

La trama di questi nove episodi è un continuum naturale che riprende quasi esattamente da dove avevamo lasciato Stranger Things, al centro dell’attenzione ci sono gli effetti che il Sottosopra ha avuto su Will Byers e su come le vite dei protagonisti sono proseguite a seguito dei sorprendenti e traumatici avvenimenti della prima stagione. Non c’è nessuno che non si stia sforzando: Joyce cerca di trovare la felicità in una nuova relazione, Nancy e Steve provano a condurre un’esistenza da normali adolescenti, Jonathan fa del suo meglio per badare al fratello, Hopper spera di essersi lasciato il sovrannaturale alle spalle, Mike continua ad augurarsi di rivedere Undici prima o poi.

Presto tutti si accorgono che c’è qualcosa che non va in Will, il quale continua a vivere degli “episodi” che lo portano a rivedere il mondo in cui è stato intrappolato nella stagione precedente, ma nessuno sa cosa stia succedendo davvero. Questo non impedirà ai suoi amici (e a Max, la nuova arrivata) di mettersi all’opera per capirci di più, nonostante i litigi e le naturali incomprensioni che in un gruppo di tredicenni non potrebbero proprio mancare, come non mancheranno le ormai familiari battute taglienti, l’ingenuità, la dolcezza e la simpatia a cui ci siamo abituati. Il nemico da affrontare sarà meno brutale del Demogorgone ma decisamente più inquietante e pericoloso perché indefinito e vasto.

Stranger Things 2: i punti a favore di questa stagione

Gaten Matarazzo (Dustin), Finn Wolfhard (Mike), Caleb McLaughlin (Lucas) e Noah Schnapp (Will) in Stranger Things 2

Gaten Matarazzo (Dustin), Finn Wolfhard (Mike), Caleb McLaughlin (Lucas) e Noah Schnapp (Will) in Stranger Things 2

I punti a favore di questa stagione sono davvero tantissimi: con la sceneggiatura, la fotografia e le ambientazioni stupende abbiamo già familiarizzato nella prima stagione, ma adesso c’è di più. Gli attori sono cresciuti e con loro i personaggi, che si sono evoluti e trasformati in modo non eccessivo e assolutamente convincente (mi aspettavo molto dalla seconda stagione, lo ammetto, ma non avrei mai pensato di innamorarmi di Steve Harrington). Noah Schnapp (Will) si è inoltre dimostrato una vera rivelazione: a soli 13 anni ha esibito capacità recitative incredibili e non è una parola usata a caso. Non sarebbe certo difficile sfigurare accanto a Winona Ryder e David Harbour, fino alla prima stagione abbiamo sempre apprezzato la recitazione di tutti i ragazzini ma concentrandoci sempre un po’ più su Millie Bobby Brown (Undici), perciò è stato giusto dedicare maggiore spazio a chi non aveva ancora potuto esprimere a pieno le proprie capacità.

Ancora una volta sono presenti elementi horror, fantascientifici e questa volta anche psicologici ma, soprattutto, ci si sofferma molto sul lato umano dei personaggi. Si parla molto più di cotte, insicurezze, paure, voglia di appartenere a un gruppo o di avere una famiglia, un posto da chiamare casa. La bellissima colonna sonora ritorna in tutto il suo glorioso splendore e conta Bon Jovi, i Police, i Queen, Cindy Lauper, i Metallica e, ovviamente, gli immancabili Clash.

Immagine tratta da Stranger Things 2

Immagine tratta da Stranger Things 2

Una pecca che ho riscontrato a livello di trama, se proprio vogliamo trovare qualcosa di cui lamentarci, è che i fratelli Duffer con questa stagione non hanno osato. Hanno preferito continuare su una strada già familiare, senza aggiungere troppo o rivelarci dettagli nuovi, eccezion fatta per un paio di episodi, che si concentrano quasi unicamente sulla storia e l’introspezione di uno dei personaggi principali. La qualità di Stranger Things viene insomma confermata ma in modo estremamente modesto, senza fornirci nuovi elementi che possano piacerci più di quelli offerti dalla prima stagione: sarà forse un errore aspettarsi di più? Dovremmo abituarci all’idea che i primissimi episodi resteranno sempre i migliori?

Un altro lato negativo è dato dall’assoluta, disarmante, triste inutilità delle new entry nel cast: Max e suo fratello non sono stati che personaggi di contorno, non hanno aggiunto né tolto niente di significativo alla storia. Anche i ruoli di Jonathan e Nancy sono stati piuttosto marginali, anche se non totalmente privi di utilità. Ma per fortuna c’è Dustin che basta, da solo, a riempire i vuoti lasciati da qualunque altro personaggio.

Quello che mi aspetto dalla prossima stagione è, prima di tutto, che i produttori lascino Will e la sua famiglia in pace. In secondo luogo sarebbe bello scoprire di più sul Sottosopra, esplorarlo, confrontarsi con nuovi dettagli sulla storia del laboratorio, una minaccia più originale e disarmante, maggiore atmosfera horror ed effetti speciali un filo migliori. Per il resto credo che Stranger Things sia ormai una garanzia e, soprattutto, che continuerà ad appassionare il suo vastissimo pubblico.

Voi persone normali potete trovare i nuovi episodi disponibili su Netflix, intanto io potrei aver deciso di ricominciare a guardare la prima stagione.

Buona visione!

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Melissa Vitiello

Melissa Vitiello

21 anni, tra Napoli e Istanbul. "Voglio scrivere perché ho bisogno di eccellere in uno dei mezzi di interpretazione della vita", diceva Sylvia Plath.

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