Suburbicon, una classica storia americana [ANTEPRIMA]

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Da sinistra: Julianne Moore (Margaret) e Matt Damon (Gardner) in Suburbicon.

Da sinistra: Julianne Moore (Margaret) e Matt Damon (Gardner) in Suburbicon

Nel sottolinearlo, ripeterò qualcosa di già estremamente sentito durante la 74esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia: Suburbicon è la risposta (gloriosa) di Hollywood alla politica americana. George Clooney, alla regia del film, scrive il suo messaggio con una grafia chiara e leggibile, piega il foglio con maniacale precisione e lo lancia con mira precisa. Non uso questi aggettivi casualmente: chiaro, leggibile, maniacale, preciso. Tutte definizioni che ben si adattano al lungometraggio, il sesto diretto da Clooney.

Pur mantenendo un orientamento netto, però, Suburbicon non sottolinea con insistenza la sua posizione antirazzista. Piuttosto, usa una comicità grottesta (si tratta di una black comedy) per mettere in luce le assurde contraddizioni di una comunità troppo impegnata a prendersela con la minoranza appena insediatasi – percepita come diversa, troppo diversa, dunque minacciosa – per accorgersi del marcio che sta covando proprio al suo interno. La sinossi, infatti, è presto detta: nel civilissimo sobborgo californiano di Suburbicon, negli anni Cinquanta, si trasferisce la prima e sola famiglia nera della città. «Avete incontrato i vostri nuovi vicini?», si affretta a chiedere il postino a tutti i residenti, che fin da subito iniziano a radunarsi di fronte alla casa dei Mayers, per insultarli e minacciarli violentemente. Proprio in una delle case limitrofe, però, quella della bianchissima e borghese famiglia Lodge, si verificarsi dinamiche torbide e feroci, la cui causa sarà ricondotta allo sventurato avvento dei vicini neri.

Gli anni Cinquanta di Suburbicon, tra ricostruzione e citazione

Karimah Westbrook (Mrs. Mayers) in Suburbicon

Karimah Westbrook (Mrs. Mayers) in Suburbicon

Ispirato alla vera storia della famiglia Mayers, raccontata nel documentario del 1957 Crisis in Levittown, il film non solo riproduce con dovizia di particolari il clima estetico dell’epoca (dai costumi di Jenny Eagan alla scenografia di Jim Bissell), ma ne omaggia anche il modo di fare cinema, con quelle formule a metà tra il classico e il moderno che spesso gli analisti hanno ricondoto all’opera di Hitchcock, in particolare quella prodotta negli Stati Uniti. I riferimenti al cinema del regista britannico appaiono infatti evidenti, a partire dal feticismo che Gardner (Matt Damon) rivolge alla sorella gemella – dunque sosia – della sua defunta moglie Rose (entrambe interpretate da Julianne Moore), che per somigliarle di più tinge i capelli di biondo. Esattamente come in Vertigo, in cui Kim Novak è interprete di Judy Barton e Madeleine Elster e la prima, pur di non rinunciare all’amore per Scottie Ferguson, asseconda i desideri dell’uomo e (anche) tingendosi i capelli arriva ad assomigliare sempre di più a Madeleine.

Ancora, rilevante è in Suburbicon la costruzione della suspense, che segue proprio la regola hitchcockiana: essa si instaura quando lo spettatore è informato di fatti di cui il personaggio è invece all’oscuro. Chi in Suburbicon si trova nella condizione di non sapere sono gli adulti reazionari. La prospettiva adottata dallo spettatore è infatti quella di Nicky (Noah Jupe), il piccolo di casa Lodge: attraverso le sue soggettive ne percepiamo gli stati d’animo e fisici e ne acquisiamo il punto di vista o, ancora, ci vengono rivelati – più o meno metaforicamente – aspetti del reale che gli altri non sembrano notare. Uno di questi è proprio l’inoffensività della famiglia Mayers e in particolare di loro figlio, con cui Nicky instaura un rapporto di amicizia profondo, sotto gli occhi miopi della comunità chiusa.


A conti fatti, dunque, Suburbicon sembra non inventare nulla, ma non inventare non significa non saper raccontare.


A conti fatti, dunque, Suburbicon sembra non inventare nulla, ma non inventare non significa non saper raccontare. La sceneggiatura, scritta da Clooney insieme ai fratelli Joel ed Ethan Coen e Grant Heslov, mescola sapientemente commedia e dramma, ottenendo una narrazione equilibrata e coinvolgente, capace di far sorridere anche nelle scene più efferate grazie al retrogusto grottesco costante. Non segna un precedente – anzi, si dà a un sapiente rispolvero –, eppure Suburbicon resta un film da vedere e da vedere ora. In quest’anno, in quest’era. Perché, per la sua chiarezza di lettura, dovuta proprio all’uso di tecniche già rodate e che dunque non richiedono sforzi particolari di comprensione al pubblico, Suburbicon può essere il testimone ideale da consegnare alle future generazioni, per tramandare un nitido messaggio di speranza a chi questo mondo è ancora in tempo per cambiarlo.

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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