The Square e il cinema svedese che trionfa a Cannes: una Palma d'oro diversa?

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Immagine tratta da The Square, di Ruben Östlund

Immagine tratta da The Square, di Ruben Östlund

The Square è uno di quei film che non si dimentica facilmente. È un film che tocca tantissimi temi ma mantiene una coerenza camminando in equilibrio su un filo che risulta, alla fine, più che stabile. È un film che pone molte domande, fornisce poche risposte e, soprattutto, fa ridere.

Östlund non tradisce le sue origini scandinave e il background da cinema svedese è subito visibile ed è persistente per tutta la durata del film, ma è abilmente mescolato con un linguaggio sud-europeo, a tratti in modo stupefacente, il tutto condito con un black humor che da significante assume in modo irreversibile la connotazione di segno, diventando elemento centrale dal punto di vista del contenuto e del messaggio. Le scene incastonate come quadri in un museo, con vita propria e completi nel loro essere sospesi, riportano la memoria per larghi tratti, a Ron Anderson e al suo Piccione seduto sul ramo, che pure sbancò a Venezia.

Il regista svedese porta sullo schermo le contraddizioni di una classe sociale, la borghesia intellettuale, attraverso le vicissitudini personali del direttore di un museo di arte contemporanea, Christian, che si barcamena per la promozione pubblicitaria dell’opera The Square, il quadrato della fiducia e dell’amore, mentre cerca di recuperare i suoi effetti sottrattigli per strada da un gruppo di truffatori. Ed è attraverso queste vicende che la dark comedy assume i connotati di elemento centrale, poiché attraverso questo tipo di humor, il film mette a nudo il perbenismo generalizzato, l’ipocrisia dell’elité intellettuale e il finto buonismo che ne discende. Non perde occasione, il regista, per mostrarci una Stoccolma diversa, fuori dagli stereotipi affibbiati alle socialdemocrazie scandinave, rigurgitante di senza tetto e con problematiche simili a tutte le grandi città occidentali, delle difficoltà dei quartieri periferici alla marcata differenza tra classi.

I temi messi sul tavolo da Östlund sono molteplici.

  • prima di tutto la sostenibilità economica dell’arte contemporanea e la ricerca – anche tarocca – dell’artista che spesso è il pubblicitario di se stesso. Non può non venire in mente Damien Hirst e il suoi lavori milionari ma anche provocatori e le mostre organizzate ad arte, curando anche il più piccolo dettaglio;
  • in seconda battuta il rapporto tra arte e marketing e la sottile linea che delimita la libertà artistica e la necessità di diventare virali ad ogni costo;
  • l’incidenza della tecnologia nei rapporti umani e lavorativi. Questa presenza insistente e disturbante della suoneria dello smartphone e di come questo abbia cambiato le abitudini e le conversazioni. Il parallelismo è chiaro con gli ultimi lavori di Olivier Assayas che ha ben mostrato queste componenti in Sils Maria e Personal Shopper;
  • il rapporto, infine, tra l’elitè artistica e intellettuale e l’opera d’arte. Nella scena centrale dell’uomo-scimmia ci ho visto quasi una sottile denuncia dei fischi ai festival subiti da The Neon Demon, proprio a Cannes, e di Mother! successivamente a Venezia e di come la critica abbia una soglia di sopportazione molto bassa e una volontà dittatoriale di manipolare e controllare l’opera quando diventa troppo invadente e disturbante o di distruggerla quando tocca temi delicati.

È una provocazione continua anche dal punto di vista tecnico, con un montaggio che spesso lascia in sospeso discussioni o scene arrivate al culmine della suspance. Anche sulla fugacità e la caducità dei rapporti umani, la pellicola non si risparmia sottolineando come in determinate situazioni non siamo molto diversi e meno impacciati degli altri mammiferi. E allo stesso modo i rapporti tra le classi sociali diventano difficili e meccanici, ai limiti della incomunicabilità: è molto più semplice mettere parole a caso per parlare di un’opera che forse senso non ha, molto difficile è invece chiedere scusa a un bambino.

The Square resta comunque un film complesso, difficile da descrivere ma un luogo facile in cui perdersi e farsi trascinare, anche grazie a una fotografia magnetica e una colonna sonora strepitosa, che mescola l’elettronica, l’hip hop e un po’ di violenza con i Justice e Amok a portare un po’ rumore in una opera elegante in ogni suo dettaglio.

La Palma d’oro arriva in modo meritato anche se resta il dubbio che il buon Ruben si sia preso gioco della Croisette con quel finale agro-dolce in cui la redenzione del protagonista, che rappresenta la redenzione di uno status, non arreca nessun vantaggio a chi avrebbe bisogno di un gesto pragmatico. Sembra un po’ voler beffeggiare chi si “pulisce” la coscienza attraverso la beneficenza, senza realmente interessarsi se quel gesto possa o non possa portare un reale godimento ai destinatari: standing ovation meritata per L’angelo sterminatore del terzo millennio.

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Antonio Pistone

Antonio Pistone

Classe '91 ma veramente poca (di classe, s'intende). Mi piace pensarmi come un “multipotenziale”, cosa parzialmente confermata dai tanti bivi che mi si sono palesati davanti, fino ad oggi, ma, per una sorta di maledetta contingenza, ho sempre preso la strada sbagliata. Studio Giurisprudenza, mi piace il cinema, la brutta musica, i cappellini di lana colorati, gli odori che cambiano con il cambiare delle stagioni, collezionare libri (anche senza leggerli) e esultare ai goal del Napoli.

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