Erica Mou: «Guardare al passato senza esserne dipendenti, ecco la leggerezza»

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Erica Mou in una foto di Andrea Mete

Erica Mou in una foto di Andrea Mete

Bandiera sulla luna è il titolo del nuovo album di Erica Mou, che coniuga, senza alcuna fatica, malinconia e leggerezza. È un disco denso di onestà e consapevolezza, fitto di rimandi al passato, ma ben saldo nel presente. La prima parte dell’album racconta il viaggio di andata, i posti cari da lasciare per non diventarne vittima, i pensieri che si sgranchiscono dopo il torpore dell’inerzia. La seconda, invece, l’approdo sulla luna, lo sguardo in bilico tra il presente e il passato appena trascorso, la gratitudine verso un rischio che era necessario correre. Nel mezzo, a fare da spartiacque, una cover.

Bandiera sulla luna è un disco a cui darsi senza remore; sin dal primo ascolto, sembra di conoscerlo da sempre. E non perché somigli a qualcosa che esiste già, niente affatto; piuttosto perché è intimo, viscerale, sincero, ogni brano conserva un ricordo nitido e sembra di farne parte.

Erica, vorrei raccontare il tuo nuovo disco, ma vorrei lo facessimo un passo alla volta, attraverso alcuni dei brani che lo compongono. Comincerei da Svuoto i cassetti, che non è soltanto la prima traccia dell’album, ma rappresenta il trasloco emotivo che dà inizio al viaggio. Canti: «Svuoto i cassetti di questa casa imperfetta e penso a quanto sono stata stretta nei panni che non erano i miei». Quali sono i cassetti che hai svuotato e da cosa li hai svuotati?

Li ho alleggeriti dalle cose che, metaforicamente, sentivo di non aver comprato io o di aver ricevuto in regalo. Ci sono dei momenti in cui ti chiedi «Ma questa cosa mi piace davvero? L’ho voluta io? Mi è capitata per caso e l’ho trascinata con me o è una mia scelta?». È da un po’ di tempo che sento la necessità di alleggerire il carico, di svuotare alcuni cassetti della mia vita. Ed è per questo che ho scelto la luna, perché non c’è gravità, si è più leggeri. Ho imparato che, per viaggiare, serve non caricarsi troppo.

In Ragazze posate, invece, racconti il peso della consapevolezza («Amica mia, non credo che saremo mai più donne di così, più solide») e la voglia di leggerezza («Buttarsi nelle scelte sbagliate e cancellare il cuore»).

Ragazze posate nasce dal confronto con le mie amiche più care, che io considero l’altra mia famiglia. Ritrovarsi a parlare, a confrontarsi, a sopportare insieme le nostre malinconie, le scelte sbagliate, le indecisioni, e poi capire che, in fondo, non ci manca niente, è questo che canto.

E poi c’è Irrequieti, che sembra il ritratto di una generazione intera. Canti: «A me piace conquistare e poi lasciare, quando la vita vera si avvicina». Ti è servito guardarti intorno per scrivere questo brano?

Irrequieti non è altro che Ragazze posate in versione unisex! (scoppia a ridere, ndr) Sì, mi è servito guardarmi intorno, guardare la mia generazione. Ma, soprattutto, ho avuto bisogno di guardarmi dentro. E alla fine ho capito una cosa: ho la smania di collezionare, di non godere pienamente delle cose che ho. Non faccio altro che accumulare, ma di fatto non mi sento soddisfatta, perché non è altro che un modo di galleggiare sulle cose, senza nuotarci dentro. Io, come tanti ragazzi della mia età, mi lascio intimorire dal tempo che passa.

E dalla costante sensazione di essere in ritardo, dico bene?

Sì, è vero. Sembra sempre di essere in ritardo, di dover collezionare esperienze, come se il tempo dovesse o potesse scadere. Eppure la musica insegna l’importanza della pausa, dell’attesa, è giusto fermarsi e godersi il silenzio.


La scrittura non è altro che il filo che unisce passato ed eterno, per questo mi sento in bilico: ho lo sguardo rivolto indietro, per tradurre in parole quello che sento, e in avanti, perché ciò che è scritto ti garantisce l’eternità.


La seconda parte del disco si apre con Arriverà l’inverno. Il testo recita: «[…] che sono legata al passato, che sono devota all’eterno, però non penso che ci sarà un dopo, ma sono certa arriverà l’inverno». Mi parli di questo brano?

Arriverà l’inverno è una canzone d’amore, racconta un amore concreto e parla di un uomo che riesce a vivere il proprio tempo, mentre io ho sempre la sensazione di essere in bilico. Quando dico che sono legata al passato e devota all’eterno, intendo dire che vivo come se avessi ricevuto in eredità delle sensazioni, il mio compito è quello di fermarle, di scriverle, quindi di farne canzoni. Allo stesso tempo, scrivere è un modo per restare, per lasciare qualcosa all’eterno. Quindi, la scrittura non è altro che il filo che unisce passato ed eterno, per questo mi sento in bilico: ho lo sguardo rivolto indietro, per tradurre in parole quello che sento, e in avanti, perché ciò che è scritto ti garantisce l’eternità. Io non credo nell’aldilà, per me la devozione all’eterno è molto terrena. Quindi, questa canzone racconta un modo di amare del tutto nuovo per me, proiettato al presente, concreto. È un modo per imparare a vivere pienamente il tempo che abbiamo e di esplorare le cose in questo preciso istante. Io, di indole, non sono così.

La nona traccia del disco è la title track Bandiera sulla luna («Non mi troverai perché mi cerchi dove sarei»). Dove sei approdata alla fine del tuo viaggio?

Sono arrivata su un corpo celeste diverso dalla Terra. Con questo disco ho imparato a guardare le cose di sempre da una prospettiva nuova, diversa e inaspettata. E, soprattutto, a non guardare più soltanto me stessa. Una volta che arrivi sulla luna, ti accorgi che l’universo è infinito.

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La malinconia abbraccia molti dei brani contenuti in Bandiera sulla luna. Vorrei puntare i riflettori su tre canzoni: Roma era vuota, Canzoni scordate, Souvenir. Qual è il tuo rapporto con la malinconia?

Si finisce sempre per fare i conti con quello che si ha e con quello che non si ha più, inevitabilmente si rischia di diventare malinconici. Io lo sono, ma sono anche altro, in fondo nessuno è una cosa sola. Ho imparato quanto sia importante bilanciare, riuscire a guardare il passato senza mai preferirlo. Bisogna fotografare quello che è stato, senza esserne dipendenti, questo è il senso di Souvenir. Quando la canto, mi sento bene. Se riesci a vivere consapevolmente i momenti che stai vivendo, non hai bisogno di restarci legato per sempre.

Quindi Bandiera sulla luna è un disco al presente?

Credo sia, in assoluto, il mio disco più al presente.

L’album si chiude con L’unica cosa che non so dire. Gli ultimi versi sono «Grazie a mio padre, agli amici e a chi rende possibile questo, qui servirebbe un finale ad effetto». All’inizio ti avevo chiesto cosa ci fosse nei cassetti che hai svuotato, adesso ti domando cosa hai portato con te, in questo viaggio, e cosa è rimasto indietro.

Ho portato me stessa e non è poco. Ho cercato di capire come stavo, se e cosa riuscissi a sentire. Chiudere questo disco con la mia riconoscenza verso le persone che mi sono state accanto è un modo per farmi da parte. All’inizio dell’album, io sono al centro. Questo viaggio, come ti dicevo, mi è servito per guardarmi dentro, è vero, ma anche per guardarmi intorno. Quindi, non mi resta che dire grazie.

La settima traccia, che divide il disco a metà e separa la prima dalla seconda parte, è la cover di Azzurro, in una veste completamente rivisitata e assai personale. Com’è nata l’idea di inserire questo brano?

Ho iniziato a lavorare su questo pezzo senza avere la piena consapevolezza del perché lo stessi facendo. Poi, però, ho capito che era il tipo di canzone che mi serviva per separare la prima parte dell’album, in cui racconto la premessa del viaggio, il senso di irrequietezza che provavo, la sensazione che ci fosse qualcosa che non andava, la necessità di alleggerire, e la seconda. Azzurro parla di un treno, ed io – come il protagonista della canzone – rischiavo di non prenderlo, di non agire, di non assecondare i miei bisogni. Ma, alla fine, ho deciso consapevolmente di non fare il suo stesso sbaglio e di raggiungere la seconda metà del disco.

Facciamo, adesso, un passo indietro. Tu hai iniziato giovanissima, basti pensare che hai appena ventisette anni e sei già al tuo quinto disco di inediti. Prima parlavamo di consapevolezza, quanta ne serve per scegliere un mestiere come quello dell’artista e per rinnovare questa scelta ogni giorno?

Per sceglierlo serve incoscienza. Per rinnovare, invece, ci vuole tanta conspevolezza. Più passa il tempo, più s’avvicina la vita vera, più mi rendo conto che è un lavoro difficilissimo, incostante e incerto, però io sono molto felice. Non c’è niente che possa sostituirlo. E, quando una decisione non è sostituibile, è quella giusta.

Siamo alla vigilia della sessantottesima edizione del Festival di Sanremo. Non posso non chiederti della tua esperienza sul palco dell’Ariston. Era il 2012, cantavi Nella vasca da bagno del tempo, brano che ti ha permesso non solo di conquistare il secondo posto, ma anche di ricevere il Premio della critica Mia Martini e il Premio Sala Stampa Radio Tv. Non solo, il brano è stato giudicato anche dai giurati del Premio Lunezia come miglior testo tra quelli di Sanremo Social.

È stata un’esperienza molto bella, che si è cristallizzata nella mia mente, sono passati ormai cinque anni, quasi sei.

È stato tutto molto intenso, spero di poterci tornare.

Nel tuo curriculum c’è un elemento ricorrente: il cinema. Cito un caso soltanto: il brano Dove cadono i fulmini, estratto dal disco Contro le onde, è stato scelto da Rocco Papaleo per la colonna sonora del suo film Una piccola impresa meridionale (Paco Film, distr. Warner). Il brano, inoltre, è stato candidato al David di Donatello 2014, nella categoria Migliore canzone originale. Ti piacerebbe tornare a collaborare con il cinema?

Sì, sì, sì e ancora sì! Proprio tanto! Per me, fare la colonna sonora per un film è stata una delle esperienze che mi ha dato più soddisfazione, perché unisce mondi diversi, sguardi diversi, sensibilità diverse. Rocco, poi, è una persona eccezionale, i suoi film rispecchiano la sua natura, la sua purezza, la sua delicatezza mai leziosa. Mi è piaciuto tanto lavorare con lui, ma anche con Roberta Torre, Giovanni Virgilio, Cosimo D’Amato. È un’esperienza che rifarei assolutamente, anche perché sono una consumatrice di film: me ne faccio tanti, ma ne vedo anche tanti! (ride, ndr)

È partito da poco il tuo nuovo tour, che proseguirà sino a fine gennaio. Che spettacolo stai portando in giro per l’Italia?

Si tratta di uno uno spettacolo in trio, c’è Flavia Massimo al violoncello e Antonio Iammarino al pianoforte; Giuseppe Saponari, invece, è il nostro fonico, non è sul palco, ma ci segue attivamente. C’è tanta Bandiera sulla luna, anche perché il tour è partito a ridosso dell’uscita del disco, stranamente. Quindi c’è il mio ultimo lavoro, ma anche i brani vecchi a cui sono più legata e a cui è legato il pubblico. Invece, adesso, dal 22 dicembre al 15 gennaio, ci saranno delle date in solo. Il finale di questa prima fase del tour, a fine gennaio, sarà invece di nuovo in trio.

Se, per descriverti a una persona che non ti conosce ancora, dovessi scegliere un tuo disco e un tuo brano, quale sceglieresti?

Sicuramente Bandiera sulla luna, perché è quello che sono oggi. Il brano che sceglierei è… sai che è difficile? (ride, ndr) Oggi, proprio oggi, sceglierei Arriverà l’inverno, anche solo per una questione climatica! Però, aspetta… Facciamo Non so dove metterti!

Concludo sempre le mie interviste con questa domanda: qual è la parola più importante della tua vita?

Questa domanda è bellissima. Direi “vita”, senza dubbio.

About author

Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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