Katres: «La scelta di non dare alternative alla musica»

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In foto, la cantautrice Katres, all’anagrafe Teresa Capuano

In foto, la cantautrice Katres, all’anagrafe Teresa Capuano

Katres, all’anagrafe Teresa Capuano, è una cantautrice con una lunga gavetta alle spalle e un destino ben inciso sui polpastrelli delle sue dita. «È tutto scritto lì», mi ha raccontato, «Le mie dita consumate dalle corde di una chitarra mi spiegano che non potrei mai vivere senza musica».

In attesa dell’uscita del suo secondo disco di inediti, Araba fenice, ha pubblicato due singoli, Ormai ho deciso e Bla bla bla.

Katres, vorrei che questa nostra chiacchierata iniziasse da un momento preciso, quello in cui hai capito che la tua passione per la musica sarebbe diventata un mestiere. Ti chiedo un ricordo, un aneddoto che ti viene in mente se ripensi al momento in cui hai deciso di iniziare.

Ho sempre creduto di essere nata per fare musica, ma il momento esatto in cui ho capito che potevo e dovevo realmente dare un posto importante alla musica nella mia vita è stato sul palco del premio Bianca d’Aponte. Era la prima volta che partecipavo a una competizione ed era la prima volta che portavo su un palco tanto importante una mia canzone. Ero molto immatura, avevo grandissime difficoltà a gestire l’emozione e quella sera, insieme al premio per la miglior composizione, portai a casa pure una lunga serie di cazziatoni. A farmeli furono Lilli Greco, Gianfranco Reverberi e Kaballà. Per fortuna sono stata sempre molto umile e in quel momento sono stata (e sarò sempre) molto grata a questi tre grandi signori della musica per i consigli preziosi che mi hanno dato. Devo a loro e a Bianca l’inizio del mio cammino consapevole sulla strada che mi ha portato fino a qui.

C’è un artista che è “colpevole” della tua scelta di fare musica?

Per rispondere a questa domanda, devo andare molto indietro nel tempo. L’artista colpevole di tutto questo è mia zia Agata, lei è una cantante pazzesca ed è sempre stata il mio mito. Da piccola amavo imitarla e sognavo di poter diventare brava quanto lei.

Dal 2008 ad oggi, di riconoscimenti ne hai avuti tanti. Ne elenco soltanto qualcuno: sei stata finalista, come anticipavi, del Premio Nazionale Bianca d’Aponte e del Premio Bindi, hai vinto il concorso nazionale L’artista che non c’era e hai partecipato con successo a Musicultura. Per un cantautore, partecipare a una competizione, di qualsiasi tipo si tratti, rappresenta un doppio rischio, perché non propone soltanto la propria voce, ma la propria verità. Come hai vissuto queste esperienze?

Per quanto possa sembrare assurdo, ogni volta che ho partecipato a competizioni canore, la competizione diventava magicamente solo un dettaglio rispetto a tutto quello che poi hanno realmente da offrire questi incontri. Li chiamo incontri perché è questo quello che sono stati per me, incontri con altri cantautori, molti dei quali sono poi diventati amici; incontri con nuove realtà musicali, con organizzatori, anime speciali, che fanno i salti mortali per portare avanti un progetto in cui credono; con nuove città, con grandi artisti presenti in veste di “giudici”, che non sono quasi mai lì per giudicare ma solo per sostenere la musica d’autore e mostrare il loro lato umano, che spesso non fa altro che confermare il motivo della loro grandezza artistica. Per me ogni partecipazione a un premio ha rappresentato un momento di scambio, di crescita, di condivisione. Rifarei altre mille volte tutto quello che ho fatto.

In foto, la cantautrice Katres, all’anagrafe Teresa Capuano

In foto, la cantautrice Katres, all’anagrafe Teresa Capuano

A proposito di competizioni, parliamo di talent. Secondo te, un cantautore può funzionare all’interno di un format come il talent, che prevede che gli artisti cantino brani assegnati da un giudice?

Per esperienza personale, posso dirti che ho avuto grosse difficoltà, sono una cantautrice e sono abituata a cucirmi addosso le canzoni, mi capita di fare delle cover ma si tratta sempre di brani che sento particolarmente miei e che per me hanno un significato che va oltre la bellezza del brano in sé, brani che posso riarrangiare secondo il mio gusto e il mio sentire, cosa che è praticamente impossibile fare all’interno di un talent in cui, purtroppo, l’artista è uno strumento al servizio dello show e non viceversa.

Facciamo un passo indietro. Nel 2013 hai pubblicato il tuo primo album di inediti, Farfalla a valvole, un disco completamente autoprodotto. Come raccontavi il tuo primo progetto allora e come lo racconti oggi, a distanza di quasi cinque anni?

Per me, quel disco, realizzato nel 2011 e uscito due anni dopo, nel 2013 rappresentava la perfezione, nel senso che era la perfetta fotografia di quel mio momento artistico. È stato un disco fortemente voluto e sudato ed è stato realizzato esattamente come lo volevo. Si tratta di un disco semplice, fatto interamente con chitarre (suonate da me e Piergiorgio Faraglia) e voci registrate in presa diretta, solo in seguito alle tracce chitarra e voce sono stati aggiunti gli altri strumenti (suonati da Gabriele Ortenzi). Adesso, quell’album, lo racconto esattamente come allora, per me resta una bellissima fotografia di quel momento. Oggi, se mi guardo in una foto scattata sei anni fa, mi riconosco anche se so di non essere più la stessa.

Un disco autoprodotto è un investimento importante, che costa fatica anche e soprattutto in termini economici. Non ti chiedo se sia difficile fare musica, oggigiorno, perché credo (e temo) di conoscere la risposta. Ti chiedo, piuttosto, quali sacrifici tu abbia fatto per dare alla luce la tua musica.

Il confine tra sacrificio materiale e mentale – per quanto mi riguarda – è, ahimè, davvero labile. Realizzare un disco con le proprie forze significa fare un investimento materiale che richiede sforzo e sacrificio ed è impossibile che a risentirne non sia anche la parte mentale. Alzarsi ogni mattina alle 6:30 e andare a svolgere un lavoro che non ha niente a che fare con l’arte ti toglie inevitabilmente una grande quantità di energia, ma dall’altro lato non ti fa mai perdere il contatto con la realtà. A volte mi chiedo “chi me lo fa fare?”, poi con la punta del pollice vado a solleticare i calli sui polpastrelli delle altre quattro dita e capisco che è tutto scritto lì, su quelle dita consumate dalle corde di una chitarra: non potrei mai vivere senza musica e a confermarmelo è il fatto che, nonostante le difficoltà e la stanchezza, io non abbia mai mollato la presa.

Durante l’estate del 2017, hai pubblicato Ormai ho deciso, il primo singolo estratto dal tuo nuovo album, che vedrà la luce nel 2018. Poche settimane fa, invece, è arrivato Bla bla bla, il secondo. Mi racconti questi due brani e soprattutto perché li hai scelti per fare da apripista al nuovo disco?

Sono due pezzi in cui credo molto, li ho scelti perché in parte racchiudono quelle che saranno le sonorità di Araba Fenice, ben diverse da quelle di Farfalla a valvole. Volevo dare un piccolo assaggio di quello che ascolterete a febbraio, ma c’è ancora tanto da scoprire.

Il tuo nuovo album vedrà la luce a febbraio, appunto, anche se la sua uscita era prevista per quest’anno. Cosa ha fatto sì che slittasse?

Immagina un treno in corsa. Inizialmente a bordo c’ero solo io, poi è miracolosamente successo che volessero salire altre persone e così ho dovuto tirare il freno d’emergenza più volte. Sono arrivati Giungla dischi, poi Mescal, poi la Warner Chappell, poi Music First, questo ha rallentato un po’ la corsa, ma ora ho al mio fianco una super squadra e allora… al diavolo il ritardo!

In foto, la cantautrice Katres, all’anagrafe Teresa Capuano

In foto, la cantautrice Katres, all’anagrafe Teresa Capuano

Di Araba Fenice si conoscono il produttore, Daniele Sinigallia, e i due brani pubblicati, di cui abbiamo parlato. Cos’altro mi puoi raccontare?

Araba fenice è un disco che nasce dalla necessità di raccontare un periodo abbastanza lungo e di grandi cambiamenti personali. C’è stato un momento in cui ho visto crollare tutto quello su cui avevo costruito le mie certezze. La mia famiglia, il mio lavoro, la musica, la città in cui avevo scelto di vivere, l’amore, alcune amicizie in cui credevo fermamente. Improvvisamente vedevo tutto sgretolarsi sotto ai miei occhi. Ho attraversato un lungo periodo di buio totale e solitudine, ma in quel vuoto ho ritrovato me stessa e la forza per rialzarmi, risorgere dalle ceneri e fiorire come non avevo mai fatto prima di allora, nella mia stagione migliore arrivata dopo l’inverno più freddo della mia vita.

È stato reso noto il cast del Festival di Sanremo targato Baglioni. Non sei tra i giovani che a febbraio arriveranno sul palco dell’Ariston. Da cosa è dipesa la scelta di non provarci?

Ho ragionato a lungo su questa scelta, avevo anche una canzone in cui credevo e credo molto, ma vengo da un anno molto impegnativo, pieno di cose meravigliose ma anche molto stancante, onestamente non ho avuto la voglia di buttarmi nel calderone, avevo proprio bisogno di fermarmi un attimo, guardare indietro, prendere coscienza del punto in cui sono adesso e riprendere la marcia verso l’uscita del mio disco con la giusta carica.

Nel tuo passato recente, c’è un lungo viaggio accanto a Ermal Meta: durante l’estate, infatti, hai aperto il suo Vietato morire tour in alcune delle più importanti tappe italiane. Che esperienza è stata?

È stata un’esperienza molto importante. Ermal, oltre a essere un artista che stimo moltissimo, è una persona molto generosa, conosce il vero significato della parola “gavetta” e che per questo è molto vicino agli artisti emergenti. Ha molto da insegnare in termini di talento, costanza, sacrificio, determinazione e soprattutto professionalità. Nessun vezzo da superstar, l’ho sempre visto stare in prima linea e farsi in quattro per la riuscita del suo show. Lo ammiro molto e lo ringrazio infinitamente per avermi permesso di portare le mie canzoni davanti a migliaia di persone, su palchi meravigliosi. Incontrarlo è stata una grandissima fortuna.

In realtà, i live non sono una novità per te: ne hai fatti oltre centocinquanta, in Italia e nel resto d’Europa, dopo la pubblicazione del tuo disco d’esordio. Com’è Katres dal vivo?

Cerco sempre di portare sul palco la mia verità, non cerco mai di mascherare le mie fragilità perché trovo siano il mio punto di forza e, pure volendo, so che non ci riuscirei. Devo tutto ai tantissimi concerti che ho fatto, a volte soltanto chitarra e voce. Sono sempre stata estremamente riservata e, lo ammetto, pure un po’ complessata: i tanti concerti che ho fatto da sola sono stati la mia terapia, ho faticato tanto prima di riuscire a salire su un palco e mostrarmi per quello che sono senza timori. Le canzoni e la mia chitarra sono state la mia ancora di salvezza.

Prima di lasciarci, ti propongo una frase, che tu dovrai completare: spero di non essere mai…

Spero di non essere mai una persona che vive passivamente, una che si arrende agli eventi e sceglie di sopravvivere anziché vivere.

Concludo le mie interviste sempre con la stessa domanda: qual è la parola più importante della tua vita?

Non vorrei mai dover vivere indossando delle maschere ed è per questo che la parola più importante della mia vita è “onestà”, una parola scrigno che ne contiene altre che amo: libertà, sincerità, lealtà, trasparenza, verità.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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