I due amori e le otto montagne di Cognetti

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Dettaglio della copertina de Le otto montagne, di Paolo Cognetti

Dettaglio della copertina de Le otto montagne, di Paolo Cognetti

Esiste un intero filone di poeti che tessono lodi di una natura che non è più un habitat ma un lusso, sin dai tempi dei primi autori romantici (fine XVIII secolo): proprio in quell’epoca, infatti, la vita in campagna o tra i monti era la condizione che si poteva permettere chi non doveva lavorare nelle fabbriche.

E così, mentre centinaia di migliaia di contadini abbandonavano le loro zone per chiudersi in case sovraffollate dedicate ai lavoratori e situate nelle zone più scure della città, William Wordsworth, saltellando da un ruscelletto a un albero, componeva ispirati sonetti sui daffodils.

Ecco, questo è il filone in cui si è inserito Paolo Cognetti quando ha pubblicato Le otto montagne. Così alcuni hanno guardato quel libriccino con sospetto, temendo di leggere l’ennesima ode ai monti scollegata dalla realtà. Per carità, no.

Quando sorride ironicamente sull’atteggiamento di certi cittadini in montagna, il sospetto ti viene. Leggi di questi milanesi che partono in gruppo per piazzarsi in un luogo ben servito e pensi “Lo ha scritto davvero” (non che non abbia ragione, eh. Però per questo c’era già il buon vecchio Mauro Corona).

E a quel punto il libro ci spiazza, perché il suo protagonista e voce narrante dichiara apertamente che non è vero che vivere in montagna è la soluzione.

La storia che racconta si basa su due tipi di amori per i luoghi montani, ciascuno rappresentato da uno dei protagonisti.

Si può dire che abbia cominciato a scrivere questa storia quando ero bambino, perché è una storia che mi appartiene quanto mi appartengono i miei stessi ricordi. In questi anni, quando mi chiedevano di cosa parla, rispondevo sempre: di due amici e una montagna. Sì, parla proprio di questo.

Nelle figure dei due amici e protagonisti, Pietro e Bruno, Cognetti ci presenta le due scelte possibili davanti all’attaccamento a un luogo: il primo, nato e cresciuto a Milano, manifesta il proprio amore tornando periodicamente a Grana, paesino arroccato vicino al Monte Rosa; il secondo, cresciuto in un paesino di montagna, si dichiara parte integrante di quei luoghi e, in quanto tale, inamovibile.

E questa scelta, in qualche modo, si riflette anche su tutto il resto: Pietro è inquieto, ha bisogno di ripartire, esplorare come anche di tornare tra i monti a fare il punto della situazione su se stesso, la propria vita, le vite degli altri; Bruno preferisce porre delle fondamenti solide (lavoro, casa, famiglia) nei luoghi della sua infanzia e non muoversi da lì.

Per Pietro la montagna è il campo base da cui ripartire, per Bruno è casa, una roccia sicura a cui appigliarsi. Perché è un luogo che conosce, che capisce meglio di tutti, zona dove non ha bisogno di regole per muoversi perché ce le ha già scritte nel sangue. «Ma questo basta?», ci chiede l’autore.

In foto, Paolo Cognetti, vincitore del Premio Strega 2017 con Le otto montagne

In foto, Paolo Cognetti, vincitore del Premio Strega 2017 con Le otto montagne

Sì, una vita di lavoro e poche chiacchiere, di camminate e di bellezza quasi commovente è nettare per la nostra anima. Ma fermarci a vivere lì è ciò che ci realizza davvero? Una vita ricca di certezze che ci tengono chiusi nella valle dove siamo cresciuti è veramente ciò che vogliamo?

«Se uno va a stare in alto, è perché in basso non lo lasciano in pace – ma la pace delle vette non è detto che plachi una più profonda e inesauribile inquietudine», riporta correttamente Di Paolo nella sua recensione.

Motivo fondamentale di pregio, il libro non ci dà una risposta su quale scelta sia preferibile. Oltre a risparmiarci la sviolinata naturalistica di cui in effetti non si sentiva il bisogno, Cognetti introduce una tematica non abbastanza raccontata: e cioè la montagna non come posto per isolarsi ma come luogo di conoscenza dell’altro, attraverso le camminate e i discorsi fatti o non.

Il protagonista, infatti, riscopre il padre tornando nei luoghi che questo gli aveva fatto conoscere.

Mi tornò in mente una certa fragilità che avevo intravisto in lui, certi attimi di smarrimento che subito si affrettava a nascondere. Quando mi sporgevo da una roccia e gli veniva d’istinto di afferrarmi per la cintura dei pantaloni. Quando stavo male sul ghiacciaio e si agitava più lui di me. Mi dissi che forse quest’altro padre l’avevo avuto sempre lì e non me n’ero mai accorto, per quanto era ingombrante il primo, e cominciai a pensare che in futuro avrei dovuto, o potuto, fare un altro tentativo con lui.

Guardare quei luoghi con gli occhi di un altro significa cercare di capirlo, pensarlo senza cadere in vicoli ciechi di nostalgia e (letteralmente) mettendosi in cammino.

La montagna è il contesto dove Pietro e Bruno si conoscono e dove imparano a conoscersi: dove il linguaggio segreto degli sguardi, del modo di lavorare e del silenzio viene pian piano assimilato da entrambi.

Le otto montagne è sì di una dichiarazione di amore a un tipo preciso di natura – alle sue altezze, alla fatica che comporta, alle leggi che invita ad accettare per conviverci serenamente – ma anche di una riflessione sulle scelte di vita che invita a fare. Il focus del romanzo sono le persone, prima che i posti.

«La montagna non è solo nevi e dirupi, creste, torrenti, laghi, pascoli. La montagna è un modo di vivere la vita».

About author

Ilaria Arghenini

Ilaria Arghenini

Amo viaggiare e conoscere persone che hanno voglia di raccontare, che è un po’ come viaggiare. Vivo in un piccolo paese della bassa lombarda e studio Lingue e Comunicazione a Milano, ma tendo a scappare in treno, aereo o bici appena possibile.

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