Cinebossy #11 – The Help

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Cinebossy #11 – The Help

Cinebossy #11 – The Help

«Dio dice che bisogna amare il proprio nemico. È difficile però… ma si può cominciare dicendo la verità. Nessuno mi aveva mai chiesto cosa provavo a essere me stessa. Quando ho detto la verità, mi sono sentita libera».

Queste parole di Aibileen, voce narrante del film The Help e interpretata da Viola Davis, sono perfette per riassumere il senso di una storia che non ha bisogno di tante spiegazioni perché è già estremamente chiara e, con i suoi tanti spunti di riflessione, colpisce a fondo gli spettatori in grado di coglierli.

Ma per calarci un po’ meglio nel contesto, qualche spiegazione è d’obbligo: questo film del 2011, diretto da Tate Taylor, è tratto dall’omonimo bestseller di Kathryn Stockett ed è ambientato nel 1963 in Mississipi, definito il peggiore degli Stati per brutalità razziale. Non ci stupiremo allora, data questa cornice, di ritrovarci di fronte a una società divisa in due parti: i bianchi ricchi e facoltosi e i neri che lavorano per loro. L’obiettivo della telecamera, però, restringe il campo ed è puntato quasi esclusivamente sulle giovani donne bianche, «bambine che fanno bambini», intente a far apparire la casa perfetta e la famiglia felice, e le vere artefici di questa presunta armonia domestica: le cameriere nere che crescono i figli dei bianchi. Altezzosità, a volte pura malvagità e stupidità da una parte e duro lavoro, dignità spesso ferita e forza silenziosa dall’altra.

L’anello di congiunzione tra queste realtà che convivono pur essendo agli antipodi è Skeeter (Emma Stone), una giovane donna che sogna di diventare giornalista e che sembra un pesce fuor d’acqua in quella società di bianchi benestanti in cui è nata. Una ragazza intelligente che non ha un marito, ma soprattutto a cui non interessa averlo, e che preferisce scrivere piuttosto che organizzare pomeriggi di bridge o cene di beneficienza è di certo una pecora nera nella Jackson degli anni ’60, contesto in cui è impensabile che le donne dicano quello che pensano, soprattutto se questo non rispecchia le aspettative di una società ottusa e razzista.


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Ed ecco che abbiamo di fronte a noi tre diverse prospettive che si intrecciano: quella delle donne bianche, che si indispettiscono se i negri usano i loro stessi bagni e che considerano il lavoro solo un diversivo prima del matrimonio; quella delle cameriere nere, donne costrette a sforzi immani per mantenere i propri figli e spesso considerate di proprietà delle famiglie per cui lavorano, e quella di Skeeter, che con il suo occhio critico non può fare a meno di distaccarsi dal modo di pensare delle sue coetanee e di avvertire che qualcosa deve cambiare. Sarà proprio l’indignazione per quello che vede intorno a sé a portarla a correre non pochi rischi pur di mostrare un’altra prospettiva, quella delle domestiche nere, e di smascherare, grazie alla sua penna, una società ipocrita e crudele, anche quando questo vuol dire andare in parte contro la sua stessa famiglia.

Il film, quindi, parla del coraggio di raccontare e del coraggio di scrivere, in un paese in cui per una donna bianca e una cameriera nera già parlare non è prudente. In esso, però, si parla anche di singoli personaggi e di singole storie, della fiducia che si instaura tra Aibileen e la bambina di cui si occupa e che la considera la sua vera mamma, o della sua amicizia con Minny, altra domestica nera che di certo non passa inosservata per il suo carattere e per la cui interpretazione Octavia Spencer ha vinto un Golden Globe e un Oscar come migliore attrice non protagonista. Un’altra storia che emerge è quella di Celia Foote (Jessica Chastain), donna spontanea e generosa, ma un po’ eccentrica e di umili origini, caratteristiche che la portano a essere emarginata dalle donne di Jackson e che troverà la sua unica alleata proprio in Minny; questo rapporto rappresenta senz’altro un’eccezione inaspettata, ma si rivelerà un’ancora di salvezza per entrambe le donne, portando un po’ di speranza e autenticità in una società che basa i rapporti solo su codici da seguire e pregiudizi radicati.

In conclusione, siamo di fronte a un film quasi tutto al femminile che a tratti ci fa arrabbiare e ci fa sentire quasi colpevoli, ma per la maggior parte del tempo ci fa provare ammirazione e ci insegna che amare il proprio nemico forse non è possibile, ma per amare gli altri e soprattutto se stessi bisogna correre dei rischi e avere coraggio. Il coraggio di non essere come gli altri vorrebbero e di fare qualcosa in cui crediamo davvero, come nel caso di Skeeter; il coraggio di dire basta alle umiliazioni e ai maltrattamenti, come nel caso di Aibileen, Minny e tutte le altre domestiche; il coraggio di accettare i propri limiti e di essere sinceri, come nel caso di Celia Foote.

Perché, come dice Aibileen alla fine del film, se le cose si mettono male per un motivo di cui siamo fieri, allora non fa niente: sentirsi liberi per aver detto la verità e aver raccontato delle storie così come sono successe, anche quando nel concreto questa libertà è ancora da conquistare, sarà sempre meglio di sentire di vivere all’inferno e in trappola, anche se si è apparentemente al sicuro.

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Nicole Di Stefano

Nicole Di Stefano

Nata nel 1997. Orgogliosa di essere lucana, ma consapevole sin da subito che prima o poi sarei andata via. Studio Scienze Internazionali e Diplomatiche. Mi piace leggere e mi piace scrivere (prevedibile no?). Amo viaggiare e quando non posso farlo personalmente mi faccio aiutare dalla National Geographic, anche perché la fotografia mi affascina, e non poco. Sono curiosa e dinamica, faccio (e mi faccio) tante domande, forse troppe e a tratti sono logorroica, lo ammetto (si vede?).

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