Devilman Crybaby: un adattamento meravigliosamente infedele

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Immagine tratta da Devilman di Gō Nagai

Immagine tratta da Devilman di Gō Nagai

Akira Fudo, all’apparenza, è un ragazzo come tanti altri, con una vita assolutamente normale: frequenta un liceo giapponese come tutti i ragazzi della sua età, anche se è spesso bullizzato per via della sua timidezza e sensibilità; è inoltre ospite dell’amorevole famiglia Makimura e della loro figlia Miki, di cui è segretamente innamorato. Una vita tranquilla, destinata tuttavia a essere sconvolta quando il suo amico Ryo Asuka, figlio di un noto archeologo, lo mette al corrente di una terrificante scoperta fatta da suo padre: i demoni, mostruose creature mutaforma assettate di sangue che un tempo dominavano la Terra, si stanno risvegliando dal loro millenario letargo e hanno tutte le intenzioni di spazzare via l’intera razza umana. L’unico modo per fermarli, a quanto pare, sembrebbe quello di prendere possesso dei poteri dei demoni stessi: per questo motivo i due amici si recano a un Sabba, dove lo sventurato Akira riesce a fondersi con il temibile Amon, il più potente fra tutti i demoni. Spetterà a lui, dunque, affrontare orde di mostri inferociti nel tentativo di salvare l’umanità. Ma molti dilemmi si porranno sul suo lungo cammino: l’umanità merita davvero di essere salvata? E soprattutto, sono davvero i demoni la principale minaccia alla sua sopravvivenza?

Questo, condensato in pochissime righe, lo spunto di partenza di Devilman, manga che Gō Nagai cominciò a pubblicare in Giappone a partire dal 1972: un’opera monumentale, destinata ben presto a oltrepassare i confini del Sol Levante e a entrare nell’olimpo dei fumetti più importanti e influenti della storia. Ma procediamo con ordine.

L’anno, come dicevamo, è il 1972. In Giappone, il nome di Gō Nagai è già abbastanza conosciuto, grazie a opere come il manga comico dalle venature erotiche La scuola senza pudore (1968, pubblicato in Italia da J-Pop) e all’enorme successo televisivo di Mazinga Z, prototipo di tutti i giganteschi robottoni che negli anni successivi invaderanno il piccolo schermo (Goldrake, Jeeg robot d’acciaio, Mobile Suit Gundam…). In un certo senso, la mostruosità di questi giganteschi mecha, ibridi fra uomo e macchina, è speculare a quella del protagonista di Devilman, unione fra umano e demone.

Le influenze di Devilman, da Dante all’atomica

Un’opera, questa, ricchissima di influenze, a partire dalla Divina Commedia, verso cui Nagai non ha mai nascosto la propria ammirazione e devozione: un’ispirazione che non si limita all’abusato tema dell’eterna lotta fra luce e oscurità, ma anche allo stile e alla rappresentazione della fisicità deforme e raccapricciante dei demoni, che molto devono alle celeberrime illustrazioni realizzate da Gustave Dorè per l’opera dantesca. Ed è anche la realtà che lo circonda a muovere la penna dell’autore: l’eredità controculturale dei moti studenteschi dell’68 è ancora sentita, le televisioni trasmettono ogni giorno le immagini cruente della guerra in Vietnam, mentre su tutto il mondo domina il terrore di un possibile scontro fra Stati Uniti e Unione Sovietica (senza dimenticare che proprio il Giappone è stato l’unico paese a provare sulla propria pelle i devastanti effetti dell’atomica…).

Ilustrazione di Gustave Doré del V Canto dell'Inferno

Ilustrazione di Gustave Doré del V Canto dell’Inferno

Un senso di pessimismo e cupio dissolvi sembrava aleggiare sul destino dell’umanità e in un certo senso fu come se Nagai, realizzando Devilman, fosse riuscito a catturarlo e a imprigionarlo sulla carta: non solo un fumetto, ma un vero e proprio trattato psicologico sul male, il quale fiorisce in ognuno di noi, nel lato più oscuro, remoto e irrazionale del nostro animo, per poi espandersi e infettare la nostra famiglia, la nostra cerchia di conoscenti, fino a inglobare l’umanità e l’universo interi, in una progressione tanto spaziale quanto temporale ben visibile nel corso della trama.

Un male invisibile e subdolo, che distrugge le comunità instillando nei singoli paura, sospetto, rancore, rendendo ogni altra persona un possibile nemico e sfociando così nell’anarchia più totale. Ed è, forse soprattutto, un male che si scatena infrangendo ogni freno alla libido e alla furia animalesca, scagliandosi sui corpi e deformandoli in maniera orribile e grottesca, e che trova in Devilman, vero e proprio esempio primigenio di antieroe, fusione fra la compassione dell’umano Akira e la violenza sanguigna del demone Amon, che combatte spinto dai più primordiali istinti e riesce comunque a provare empatia, uno dei massimi e più ambigui esempi.

Devilman Crybaby: la trasposizione targata Netflix

Proprio questa potenza evocativa e rappresentativa hanno garantito all’opera di Nagai un successo estremamente vasto e duraturo, manifestatosi in decine di spin-off, trasposizioni televisive e cinematografiche, rifacimenti. E questo ci conduce ai giorni nostri: il 5 gennaio, infatti, Netflix ha rilasciato Devilman Crybaby, ultimo adattamento in ordine cronologico di tale manga, affidato a Masaaki Yuasa; un regista, quest’ultimo, che negli ultimi anni non si è senza dubbio lasciato passare inosservato, e basta guardare alcuni spezzoni di Mind Game (2004), suo primo lungometraggio, o della serie Kaiba (2008) e di Food Chain (2014), episodio di Adventure Time da lui diretto, per capire il perché.

Immagine tratta da Devilman Crybaby, di Masaaki Yuasa

Immagine tratta da Devilman Crybaby, di Masaaki Yuasa

Appurato ciò, una domanda sorge spontanea: la nuova serie è fedele all’originale? Non proprio, verrebbe da rispondere: risulta chiaro sin dalla prima puntata come Crybaby si discosti in molti aspetti dal manga e, pur mantenendone invariata la maggior parte della trama, ne modifica comunque numerosi aspetti (eleminando ad esempio molte delle spiegazioni sulle origini dei demoni e sulle motivazioni che li spingono ad agire). Anche la caratterizzazione di numerosi personaggi risulta spesso profondamente cambiata. Tutto ciò potrebbe scontentare i fan dell’originale e lasciare interdetto chi vi si avvicina senza aver letto il materiale di partenza, ma è con il procedere delle puntate che la serie rivela la propria vera natura: un’opera decisamente visuale, in cui lo stile ben spesso prende il sopravvento rispetto alla trama in un tripudio di immagini lisergiche e adrenaliniche.

Il risultato, lasciatemelo dire, è stupefacente. Forse consapevole di trovarsi di fronte a un’opera mastodontica e sacra, potremmo dire dire “intoccabile”, Yuasa ha deciso di farla propria, senza limitarsi a realizzare una pura e semplice copia carbone dell’originale. Ancor più di Nagai, Yuasa preme l’acceleratore sui corpi, la cui fisicità e violenza esplodono in mille forme sullo schermo, rilasciando una potenza orrorifica inarrestabile: in più di un’occasione si ha l’impressione di essere di fronte alle visioni di un folle che assiste a un film di Tarantino o Miike sotto gli effetti di qualche droga psichedelica. Corpi deformi e allo stesso tempo bellissimi, sensuali, riccamente definiti o ridotti a pure e semplici macchie di colore sullo schermo, in cui l’istinto sessuale non trova più freni ed è libero di scatenarsi: l’ambiguità del male e del bene si rispecchiano nell’ambiguità delle immagini e delle forme. E nonostante i protagonisti corrano inarrestabili verso l’abisso (una gara di corsa è, guarda caso, al centro di questo adattamento), essi riescono comunque a vivere sprazzi di felicità, di bellezza, di amore, i quali purtroppo richiedono anche dosi di dolore e sofferenza, in scene che il talento registico e narrativo di Yuasa riesce a rendere addirittura più intense e strazianti dell’originale (su tutte, lo scontro con il demone Jinmen, divoratore di anime): ma ogni briciolo di speranza, purtroppo, è destinato a cadere.

Adrenalinico, divertente, lisergico, commovente, straziante, folle: Devilman Crybaby è tutte queste cose, il frutto dell’incontro fra uno dei mangaka più innovativi e fluviali e un genio visivo prezioso e forse irripetibile, uno straordinario omaggio e la prova di come il mito di Devilman sia ancora vivo e vegeto, sempre pronto a turbare i nostri sensi e le nostre certezze.

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Fabio Guazzetti

Fabio Guazzetti

Sono nato nel 1997 e per 19 anni ho vissuto sulle rive del lago di Como, prima di partire alla volta di Bologna per inseguire la mia passione: la settima arte. "Questa è l'acqua, e questo è il pozzo. Bevi appieno e discendi. Il cavallo è il bianco negli occhi, e oscuro all'interno..."

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