Fabio Rovazzi, ossia Il vegetale

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Fabio Rovazzi nel film Il Vegetale

Fabio Rovazzi nel film Il Vegetale

Strana creatura senza dubbio, questo Fabio Rovazzi: una di quelle tante misteriose personalità che a volte emergono nel far west dell’etere, che dai confini della convergenza mediale arrivano pian piano a conquistare spazi sempre più ampi del nostro vivere e conversare quotidiano. Difficile dire chi (o cosa) sia esattamente, molto più facile dire cosa non sia: un cantante, stando alle sue testuali parole. Poco più che ventenne, con una grande passione per le riprese audiovisive, la sua avventura inizia dietro le quinte, come autore e montatore di video girati per conto di discoteche o di youtuber, esperienze che eventualmente cominciano a farlo conoscere anche nei giri più importanti, arrivando infine a diventare grande amico di Fedez e J-Ax, ai cui video collaborerà molto spesso.

Questo fino al febbraio del 2016, quando decide di caricare su YouTube un video musicale realizzato in collaborazione con il gruppo Two Fingerz: una canzone assolutamente nonsense, carica di autoironia e scritta con intenti volutamente comici, solo ed esclusivamente per far ridere. E probabilmente era proprio Rovazzi il primo a non aspettarsi che Andiamo a comandare sarebbe diventato il tormentone dell’estate 2016, capace di conquistare un disco d’oro (prima canzone a esserci riuscita solo ed esclusivamente tramite streaming) e di superare le 150 milioni di visualizzazioni sul tubo.

Per lui si aprono le porte del successo, che rispetto ad altri suoi simili si rivela decisamente più solido e duraturo tra interviste, comparsate televisive, concerti, merchandise, spot pubblicitari, collaborazioni e altri due singoli altrettanto popolari (Tutto molto interessante e Volare, quest’ultimo con il mitico Gianni Morandi): un successo incredibilmente vasto e allo stesso tempo caldamente osteggiato, tanto più che il suddetto si è reso colpevole di essersi presentato come una persona assolutamente normale, che ha ottenuto la fama quasi per caso. Perché, se di una cosa si può essere certi, è che in Italia il successo non viene mai perdonato a nessuno.

E arriviamo così ai giorni nostri, con la definitiva consacrazione di Rovazzi nello stardom italiano: ovvero, il suo ingresso nel mondo del cinema con Il vegetale, film da lui interpretato e co-sceneggiato. E che ingresso! Prodotto dalla Walt Disney Pictures con un budget di 5 milioni di euro, diretto da Gennaro Nunziante (collaboratore di lunga data di quel mostro del box office che si chiama Checco Zalone) e con co-protagonisti del calibro di Luca Zingaretti (è davvero necessario presentarlo?) e Ninni Bruschetta (il Duccio fotografo di Boris), il giovane lambratese interpreta un neo-laureto in Scienze della Comunicazione onesto e ligio al dovere alle prese con lavori sempre più grotteschi e sottopagati, fino a quando un fraintendimento non lo porterà a compiere uno stage da bracciante nella profonda campagna, allontanandolo dalla caotica Milano e cambiando profondamente la sua vita. Con queste premesse, cosa poteva andare storto?

A dire il vero molte cose, ma prima di proseguire voglio fare una premessa: nel recensire questo film ho tentato di essere il più oggettivo possibile, cercando di evitare che le simpatie e le antipatie per il protagonista o riguardanti altri fattori prendessero il sopravvento; perché è vero che le recensioni hanno sempre un lato soggettivo, ma allo stesso tempo bisogna evitare che esso prevalga nettamente rispetto all’oggettività.

Detto questo, tuttavia, è impossibile non notare come Il vegetale presenti un po’ tutti i difetti e i luoghi comuni della commedia italiana degli ultimi anni: tra i tanti, personaggi poco sviluppati e spesso ridotti a semplici macchiette comiche, l’utilizzo incessante della voce fuori campo a descrivere le vicende mostrate (segno, forse, di una regia e sceneggiatura deboli?), il ricorso a una comicità parlata basata su battute facilone e spesso infantili, oltre al riapparire dei soliti eterni scontri fra città e campagna, fra ricchi e poveri, fra progresso e tradizione, fra vecchie e nuove generazioni…


 

Quello in cui Rovazzi e i personaggi che lo circondano si muovono e agiscono, più che una realistica rappresentazione dell’Italia contemporanea, è un mondo fittizio, artificiale, una realtà ideale creata apposta per il grande schermo.


Quello in cui Rovazzi e i personaggi che lo circondano si muovono e agiscono, più che una realistica rappresentazione dell’Italia contemporanea, è un mondo fittizio, artificiale, una realtà ideale creata apposta per il grande schermo: un mondo in cui il protagonista, dopo tutte le traversie vissute, è sempre e comunque destinato a raggiungere il lieto fine, comprendente una vita sociale e lavorativa più felice ed equilibrata, la conquista della ragazza amata e l’appianamento di tutti i diverbi famigliari; un mondo in cui la città moderna e tecnologica è sempre il ricettacolo della corruzione e dei conflitti di classe, mentre la campagna è naturalmente il luogo in cui riscoprire i veri valori della vita attraverso il contatto con la natura e le tradizioni; un mondo in cui non importa quanto siano stati gravi i tuoi errori e crimini, c’è sempre spazio per repentini e mal spiegati pentimenti che lavano la coscienza di tutte le macchie; un mondo in cui gli imprenditori borghesi sono tutti truffaldini, volgari e donnaioli, in cui gli asiatici non possono che essere colf, badanti o ristoratori e in cui le persone di colore sono sempre migranti che parlano male l’italiano…

Una scena su tutte è senza dubbio esplicativa di buona parte di quanto finora detto ed è l’arrivo di Rovazzi nel paesino di campagna che scopre essere abitato perlopiù da migranti accoglienti e integrati e allo stesso tempo felici di lavorare in nero nei campi, ballando e cantando allegramente durante le pause lavorative. Un quadretto idillico che riporta alla mente gli afroamericani dei vecchi film americani, felici di essere schiavi nei campi di cotone, un tentativo di lanciare un messaggio di accoglienza e comprensione verso il diverso che naufraga tuttavia in un malriuscito miscuglio di politicamente corretto e vetusti stereotipi da barzelletta.

Fabio Rovazzi nel film Il Vegetale

Fabio Rovazzi nel film Il Vegetale

Non che quanto detto finora sia necessariamente, in tutto e per tutto, un male: lo scopo principale che Il vegetale si propone di raggiungere è quello di intrattenere, di offrire al proprio pubblico di riferimento (che è senza dubbio quello più propenso a guardare Don Matteo rispetto a quello che ride con i Monty Python o Louis C.K.) un’ora e mezza di svago e buone speranze, tutto sommato riuscendoci, anche se attraverso la strada della favoletta innocua e della semplificazione del reale che spesso caratterizza il genere comico.

Paradossalmente, il film trova un suo punto di forza in quello che tutti al contrario pensavano sarebbe stato il suo punto debole, cioè proprio Rovazzi. Magrolino, pallido, non particolarmente bello, quasi sempre a disagio in ogni situazione, il suo personaggio si muove faticosamente in un mondo che non riesce a comprendere appieno, rivelando una capacità attoriale senza dubbio grezza ma allo stesso tempo sorprendentemente adattabile e che azzecca non pochi tempi comici. Ed è un po’ triste che solo raramente la sceneggiatura riesca a sostenerlo e a far fruttare appieno i suoi punti forti.

È anche per questo che, al termine della visione, si rimane comunque un po’ con l’amarezza di aver assistito all’ennesima occasione sprecata per poter dire qualcosa di un po’ più concreto sulla cosiddetta “classe disagiata”, su quei 20-30enni che, nonostante impegno e sacrifici, vedono sempre più spesso infrangersi i propri sogni contro un muro e che difficilmente troveranno nel Rovazzi del film qualcuno in cui riconoscersi e che li rappresenti appieno. Un vero peccato.

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Fabio Guazzetti

Fabio Guazzetti

Sono nato nel 1997 e per 19 anni ho vissuto sulle rive del lago di Como, prima di partire alla volta di Bologna per inseguire la mia passione: la settima arte. "Questa è l'acqua, e questo è il pozzo. Bevi appieno e discendi. Il cavallo è il bianco negli occhi, e oscuro all'interno..."

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