Mango, sei nel cielo sbagliato

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Mango al Festival di Sanremo nel 1985

Mango al Festival di Sanremo nel 1985

Parlare di un artista che non c’è più non è mai cosa facile. Non è semplice toccare un ricordo, accarezzarlo soltanto, per restituire – intatta – la bellezza che conserva. Ma non è in memoria di Mango che scrivo, ché parlare al passato presuppone una fine e la sua arte non è finita, non ha lasciato questa terra e nemmeno la nostra memoria. La velocità di questi tempi ci distrae, è vero, ci lasciamo confondere: la sperimentazione, in musica, è diventata poco più che un gioco di imitazioni, il pop conosce ormai poche e sporadiche boccate d’aria, la canzone d’autore è musica d’elite, eppure l’Italia ne era la patria.

Quello che voglio dire è che tutto ciò di cui Mango è stato padre e testimone, oggi subisce l’annebbiamento del tempo che passa o soltanto del gusto che si omologa.

È difficile definire musicalmente Mango, perché ha rivoluzionato il suono del pop e ha dato al cantautorato una veste inedita, inaspettata, raffinata; è stato uno sperimentatore, un maestro d’avanguardia, un ricercatore di suoni nuovi, a partire dalla sua stessa voce, da sempre utilizzata da lui come uno strumento. La sua musica ha conosciuto una commistione di generi mai realizzata prima, ha visto il pop accostarsi al folk e alla musica etnica, poi al rock di matrice anglosassone e al cantautorato di tradizione più classica.


Mango non ha cambiato il cantautorato, ha fatto qualcosa di più: ne ha proposto una versione personale e, in questo modo, si è reso inimitabile.


È questo che è stato, un artista lungimirante, poliedrico e sfaccettato, ma originale, sempre profondamente uguale a se stesso, ma mai copia di sé. Non è da tutti realizzare un repertorio di brani che abbracciano mondi, tradizioni, culture diverse, ma imprescindibili dal proprio autore, riconoscibili solo nella sua interpretazione, accessibili soltanto alla sua voce, che è velluto e seta, densa e leggerissima. Mango ha offerto, al cantautorato italiano, una direzione nuova, che non ha precluso né offeso la tradizione, ma l’ha esaltata, perché – in tempi ormai lontani dai nostri (per cronologia e gusto) – si è arricchita di una voce magnetica, diversa, sottile e potentissima, armonica; di un suono in costante evoluzione, caratterizzato da una sperimentazione incessante, quasi scientifica, sempre autentica; e poi di un vocabolario poetico, sognante e ricercato, grazie anche all’intervento, spesso, di eccellenze come Armando Mango, Mogol, Lucio Dalla e Pasquale Panella, tra gli altri.

Mango non ha cambiato il cantautorato, ha fatto qualcosa di più: ne ha proposto una versione personale e, in questo modo, si è reso inimitabile.

Tutto questo è stato Mango. Tutto questo è Mango, perché la sua musica non ha assecondato una tendenza, non ha avuto nemmeno la presunzione di anticiparne altre. Ha imparato presto la coerenza di chi vuole riconoscere sempre e ostinatamente se stesso, a ogni cambio di pelle e di rotta, per non realizzare un prodotto, ma per raccontare un movimento. È così che voglio descrivere la carriera di Mango, come un viaggio lungo quasi quarant’anni, all’instancabile ricerca del bello, con l’inquietudine necessaria di chi non ha ancora risolto tutte le variabili del proprio universo artistico. È un viaggio che non si consuma, la sua carriera, perché è fatta di strati, a ogni livello si scopre una contaminazione, un’ispirazione, una verità imprescindibile.

Mango in concerto

Mango in concerto

Oggi, di Mango, resta ogni cosa, l’unicità e l’intelligenza, la voce e la penna, l’avanguardia e il rispetto. Restano le sue canzoni senza tempo, non moderne, ma attuali. Ho un rammarico soltanto, però. Temo che la sua eredità sia un peso insopportabile per chi, nella musica, ricerca l’immediatezza (e anche per chi la costruisce e la vende). Mango non va dimenticato, va protetto dalla fretta e dalla povertà artistica che questo tempo ci impone. Va tutelato proprio perché non somiglia a nient’altro di ciò che esiste, di ciò che è stato fatto, di ciò che ci aspetta.

Temo la memoria barcollante di questo Paese, che – almeno finora – non ha saputo rendere omaggio a un artista che ha scelto di lavorare con dedizione e rispetto a un progetto musicale, che è sempre stato – prima di ogni altra cosa – un progetto di vita, a un uomo educato e schivo, lontano da sensazionalismi e riflettori. Mango ha parlato poco, ha lasciato che a raccontarlo fossero la sua scrittura sensibile e la sua voce, che sa di Mediterraneo, di confini spostati in avanti, per tradire l’abitudine e scoprire nuove occasioni di verità e fedeltà al bello.

Parlare del miglior cantautorato italiano, senza citare Mango, significa lasciare un posto in prima fila vuoto, perché è quello che gli spetta. Anche se, ne sono convinto, preferirebbe starsene da parte. Prendiamoci cura del ricordo di Mango, perché la sua musica conosca nuovi approdi. No, non è la morte ad averlo reso immortale, la morte non c’entra affatto; ce l’ha fatta da solo, perché non ha temuto di essere diverso.

Non moriremo mai, il senso è tutto qui, mi piace quest’idea di eternità, non verità.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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