Max, Nek, Renga e la fatica di sopravvivere al tempo che passa

0
In foto, da sinistra, Nek, Max Pezzali e Francesco Renga

In foto, da sinistra, Nek, Max Pezzali e Francesco Renga

Diventare una celebrità, di questi tempi, è cosa assai facile. Restare una celebrità, date le tante (e, spesso, discutibili) novità che il mercato discografico propone ogni giorno, è ben più difficile. E quello che stanno facendo Max Pezzali, Nek e Francesco Renga somiglia incautamente a una resistenza cieca e sommaria. No, non ho alcuna intenzione di raccontarli come tre artisti in declino, aggrappati alla speranza vana e sadica di restare a galla. Si tratta di tre cantanti perfettamente capaci di nuotare in modo deciso e consapevole, l’hanno dimostrato. Ma, ahimè, il tempo che passa, per chi fa il mestiere dell’artista, non è mai un posto sicuro; è, piuttosto, una scelta da rinnovare, sperando che il pubblico decida di farne ancora parte.

Ho come l’impressione che Pezzali, Nek e Renga stiano facendo parecchia fatica negli ultimi anni, ecco tutto. Faticano a ritagliarsi uno spazio che permetta loro di restare coerenti con le produzioni passate. Faticano a svecchiarsi senza risultare irriconoscibili. Faticano a piacere a un pubblico nuovo, che non ha (e non può avere) memoria. Sembrano rincorrere l’approvazione di chi, per un po’, li ha trascurati. Eppure sono sulla scena musicale da ben tre decenni, ognuno con uno stile peculiare e riconoscibile, con una direzione precisa e imprescindibile. Ognuno con una carriera di tutto rispetto da difendere. Ognuno con una (o più) crisi da affrontare.

Terminato il primo decennio del 2000, i tre hanno dovuto fare i conti con un successo sempre più altalenante e con la necessità di trovare una collocazione nuova e credibile nel mercato discografico post-talent. Se la prima metà degli anni 2000 ha permesso a Pezzali di vivere all’ombra dei fasti dei mitici e irripetibili anni Novanta, per Renga e Nek ha rappresentato la consacrazione. Il 2005, nello specifico, ha visto il primo trionfare a Sanremo con il brano Angelo, il secondo al Festivalbar con la hit Lascia che io sia. Poi le prime, sottili difficoltà, fino a giungere alla fine del decennio. È proprio da qui che voglio partire, andando con ordine.

Lo stile di Renga sacrificato per il successo

In foto, Francesco Renga

In foto, Francesco Renga

Iniziamo da Renga: nel 2010 ha pubblicato l’album Un giorno bellissimo, ottenendo un tiepido riscontro nelle vendite; nel 2012, poi, è stata la volta di Fermoimmagine, il primo best of del cantante bresciano, accolto dal pubblico senza troppo entusiasmo. I due insuccessi, quindi, si sono rivelati un campanello d’allarme da non sottovalutare, tant’è che Renga è tornato al Festival di Sanremo, nel 2014, nelle vesti inedite di interprete, presentando i brani Vivendo adesso, scritto e composto da Elisa, e A un isolato da te, di Roberto Casalino.

Ma non è finita qui: il nuovo disco, pubblicato dopo il Festival, vanta molte firme (c’è il già citato Casalino, poi Niccolò Verrienti, Kekko Silvestre, Dario Faini, Diego Mancino, Giuliano Sangiorgi, Ermal Meta, tra gli altri), un featuring con Alessandra Amoroso e uno con il leader dei Modà e la produzione di Michele Canova, che – negli ultimi anni – sembra avere il monopolio sulla discografia italiana, realizzando lavori di grande qualità, ma spesso difficilmente distinguibili. Seguono una partecipazione ad Amici di Maria De Filippi, in qualità di giudice, e un nuovo disco, quello della consacrazione dopo qualche anno di difficoltà: Scriverò il tuo nome, pubblicato nel 2016. Tuttavia, dopo il discreto successo della title-track, i tre singoli successivi non hanno ottenuto l’attenzione sperata da parte del pubblico e la soluzione è stata Nuova luce, l’ultimo brano estratto dall’album, un pezzo elettronico, vivace, fresco.

Insomma, l’impressione è che Renga abbia riconquistato l’attenzione del pubblico a scapito del suo stesso stile, da sempre personale e riconoscibile, rintracciabile adesso soltanto nella sua voce, ma non nelle sue nuove produzioni.

Per Nek l’elettropop è la soluzione

In foto, Filippo Neviani, in arte Nek

In foto, Filippo Neviani, in arte Nek

Veniamo a Nek. Dopo il best of del 2010, E da qui – Greatest Hits 1992-2010, nel 2013 pubblica Filippo Neviani, il suo undicesimo album di inediti. Il disco rappresenta, senza dubbio, l’ultima pagina del “vecchio” Nek. Archiviato Filippo Neviani, che non ha certamente brillato per le vendite, e annullata la successiva tournée per motivi di salute, Nek si è presentato a Sanremo, nel 2015, in una veste totalmente nuova, moderna, d’impatto e di facile consenso: canta Fatti avanti amore, un brano elettronico, energico, distante dalle sue vecchie produzioni; il pezzo non gli consente soltanto di aggiudicarsi il secondo posto al Festival, ma persino di arrivare a un pubblico di giovanissimi, fino ad allora insperato.

Il successo tra i giovani continua l’anno successivo, quando diventa uno dei coach del talent-show Amici, in cui si ritrova al fianco di J-Ax (con cui poi duetterà nel brano-tormentone Freud), a sua volta forte della ritrovata popolarità dopo The Voice. Ma non è finita: il grande consenso ottenuto al Festival con la cover di Se telefonando, brano storico di Mina, gli permette di utilizzare il pezzo come secondo estratto dal disco Prima di parlare, assicurandosi così un successo travolgente e la ritrovata attenzione da parte dei network radiofonici.

Sul finire del 2016 è arrivato, poi, Unici, tredicesimo album del cantautore di Sassuolo, che sembra non aver alcuna intenzione di abbandonare l’elettropop che gli ha dato nuovo lustro.

Max Pezzali: riconoscibile, ma sbiadito

In foto, Max Pezzali

In foto, Max Pezzali

Per Max Pezzali, invece, il discorso è sensibilmente diverso. Dopo la (non proprio memorabile) partecipazione al Festival di Sanremo nel 2011 con il brano Il mio secondo tempo, ha pubblicato il disco Terraferma, che – pur avendo ottenuto un disco d’oro – è ben lontano dai fasti a cui Pezzali è abituato. Seguono una serie di best of: nel 2012 arriva Hanno ucciso l’Uomo Ragno 2012, per festeggiare il ventennale del disco d’esordio del cantante pavese; nel 2013 tocca alla raccolta Max 20; nel 2015 è la volta di un disco di inediti, Astronave Max, che s’arricchisce, l’anno successivo, di un album live con tutti i suoi maggiori successi; per concludere, sul finire del 2017, arriva un nuovo greatest-hits, Le canzoni alla radio. Nel mezzo, anche per lui un talent, The Voice, nelle vesti di giudice.

No, Pezzali non si è snaturato, non risulta irriconoscibile e artefatto, non alla mia generazione, quantomeno. Risulta, però, una copia sbiadita di se stesso. La sua scrittura paga uno scotto che, di fatto, è anche il suo miglior pregio: è figlia di un tempo determinato e, tolta da quel contesto, suona anacronistica. Il compromesso di Pezzali, quindi, non è stato quello di cambiare per assecondare i nuovi dettami della discografia, ma quello – forse più pericoloso – di restare fedele a un’epoca finita, a un’età passata, a un pubblico ormai adulto.

Ma veniamo al presente. A settembre, Max, Nek e Renga hanno pubblicato Duri da battere, un brano che porta la firma di Pezzali e il suo inconfondibile stile: quest’ultimo è esattamente nella sua comfort zone, mentre gli altri due arrancano e risultano spaesati in una produzione che, di fatto, è quanto di più distante ci sia da loro. E il risultato, mediocre, a mio giudizio, ne risente. Le stime di vendita ne sono una prova: il brano, pubblicato ormai quattro mesi fa, nonostante unisca tre artisti con una carriera ultraventennale e fanbase imponenti, non ha mai conquistato le classifiche di vendite né l’airplay radiofonico.

Cosa è mancato a Duri da battere per diventare un pezzo di successo? Una buona idea a giustificarlo, ad esempio, poi un guizzo di originalità e l’armonia tra le loro voci. Se Pezzali l’avesse cantanto da solo, sarebbe stato un brano non riuscito, quindi trascurabile, nulla di più. Il fatto di aver unito tre voci incompatibili l’ha reso un esperimento fallito, da non ripetere. Cosa si fa, quindi, quando un brano non ottiene il risultato sperato? Si fa leva sulla nostalgia, che funziona sempre. O quasi. Ed ecco che, pochi giorni fa, Max, Nek e Renga hanno reinterpretato alcuni dei loro successi, riproponendoli al pubblico nell’inedita versione a tre voci.

Dal repertorio di Renga, è stato scelto Il mio giorno più bello nel mondo; da quello di Nek, invece, Fatti avanti amore; da quello di Pezzali, infine, nientepopodimenoche Gli anni, un evergreen, brano cult degli anni Novanta ma che, di fatto, ha accompagnato più di una generazione. Il risultato, a mio avviso, è discutibile, goffamente forzato e poco appetibile: i nostalgici, a sentire la nuova versione del pezzo, rimpiangeranno la vecchia.


Max, Nek e Renga sono tre soluzioni diverse al tempo che passa, ma con un approdo comune: un tour nostalgico che celebra i loro migliori successi.


Nelle prossime settimane partirà il live del trio, che li vedrà impegnati in un tour lungo parecchi mesi. Sarà un successo? Sì, ne sono convinto, perché porteranno sul palcoscenico tre repertori importanti, tre storie diverse e complementari e anche qualche incidente di percorso. Il futuro, invece, resta un’incognita; quel che è evidente è che Renga, Nek e Pezzali hanno scelto caparbiamente di preservare il loro posto nel fitto panorama musicale italiano, scendendo a qualche (necessario?) compromesso. Quale sia il prezzo da pagare, lo rivelerà soltanto il tempo.

Quel che è certo è che il pubblico di oggi non conosce e non conoscerà il piglio rock del primo Renga, quello dei Timoria, né la penna raffinata e personale del Renga cantautore, che sembra essersi defilato per prestarsi a un repertorio pop, di più facile accesso; non conosce e non conoscerà la storia artistica di Nek che precede il 2015, quando le peculiarità della sua scrittura facevano – di lui – il simbolo di un pop-rock nostrano e riconoscibile; potrebbe conoscere, invece, il repertorio di Pezzali, ma senza comprendere pienamente la portata del suo pop, che ha sdoganato un vocabolario quotidiano e senza artifici e ha fatto – di lui – un cantautore di rottura, originale e unico nel suo genere. Ma, in questo caso, probabilmente, la colpa è da attribuire allo stesso Pezzali che, nel tentativo lodevole (o forse soltanto stanco) di non snaturarsi, è diventato un imitatore delle proprie migliori intuizioni, senza badare agli anni trascorsi, al pubblico cresciuto e alla discografia irrimediabilmente cambiata.

Max, Nek e Renga sono tre soluzioni diverse al tempo che passa, ma con un approdo comune: un tour nostalgico che celebra i loro migliori successi. Ne sono convinto: in trio saranno davvero duri da battere. Per il futuro, invece, non resta che aspettare e sperare che basti un buon compromesso per resistere e sopravvivere a una discografia in agonia, che vende prodotti e mercifica artisti, rendendoli – troppo spesso – indistinguibili.

About author

Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

No comments

Potrebbero interessarti

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi