Stefano Del Rosso: «Essere un cantautore non è un difetto»

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In foto, Stefano Del Rosso

In foto, Stefano Del Rosso

Stefano Del Rosso è un cantautore, uno di quelli che utilizza le parole con cura, con profondo rispetto, mai per compiacere, ma sempre per l’urgenza di esprimere una verità, urgenza che trova il proprio compimento soltanto nella sua canzone d’autore.

Ha pubblicato un disco, Dicono, ma sta già lavorando al prossimo, che vedrà la luce quest’anno. Intanto imbraccia la sua chitarra e canta in giro per l’Italia, sognando De Gregori.

Ascoltando il tuo album, Dicono, è evidente il tuo legame con il cantautorato italiano. Quali sono gli artisti che hanno accompagnato la tua crescita personale e influenzato la tua personalità artistica?

Il primo cantautore che ricordo di avere ascoltato è Fabrizio De André. In casa c’era un suo disco, avevo circa sei, sette anni, e ricordo che mi colpì molto la sua voce e quattro canzoni in particolare: La città vecchia, Delitto di paese, Per i tuoi larghi occhi e La Guerra di Piero. Poi ricordo in particolare canzoni di altri artisti italiani come Azzurro di Celentano, Nel blu dipinto di blu di Modugno e Vita spericolata di Vasco Rossi. Avevamo le prime cassette karaoke, avrò avuto circa nove anni e cantavo su quelle basi. Questo mi ha influenzato a cercare, nelle canzoni, oltre che la bella musica, anche le belle parole. Più avanti sono arrivati Battisti, Battiato e Francesco De Gregori. In Francesco De Gregori ho trovato quel “girarci intorno”, quel tipo di poetica che mi ha sempre affascinato perché lascia aperta la canzone a varie interpretazioni, con una finezza che trovo geniale. E Paolo Conte, che ritengo un vero genio. Nel mezzo c’è stato Bob Dylan. Avevo quattordici anni e non capivo l’inglese, quindi mi affidavo alle traduzioni che trovavo su alcuni canzonieri, che ho avuto modo di approfondire successivamente.

Accennavo poc’anzi a Dicono, il tuo disco d’esordio, pubblicato nel 2016: si tratta di otto canzoni d’autore in chiave country-pop e folk.

Parto dicendoti che la mia intenzione, quando scrivo e canto, non è cercare il successo commerciale. Ho iniziato a scrivere a sedici anni, anche se il mio unico ascoltatore era il muro di casa. Sarei ipocrita se dicessi che non avevo la speranza di piacere a qualcuno quando ho ufficialmente pubblicato l’album. Mi viene in mente una frase di Battiato, che ha detto che, per lui, quando un disco piace a otto persone, è già un successo. E questo margine di otto persone l’ho passato abbondantemente, quindi posso ritenermi soddisfatto. Ho scelto una sorta di country-pop-folk insieme al mio produttore Marco Natali per il semplice fatto che è il genere che sento più mio. Mi è stato detto, da alcuni addetti ai lavori, soprattutto agli inizi, che quello che faccio non è un genere commerciale, troppo cantautorale, come se fosse un difetto, ma a me, sinceramente, non me ne importava niente. Non penso al successo commerciale quando scrivo una canzone, non devo vendere pentole o cellulari. E poi, per me, non esistono canzoni vecchie o nuove, commerciali o meno, esistono canzoni che mi piacciono e che non mi piacciono. Alla luce dei fatti, è evidente che il genere cantautorale piaccia molto anche ai giovani, visto che artisti come Bertoli, De Andrè, De Gregori, Guccini sono ancora molto apprezzati. Quindi le trovavo affermazioni assurde.

La copertina di Dicono, l'album di Stefano Del Rosso

La copertina di Dicono, l’album di Stefano Del Rosso

Vorrei soffermarmi sul titolo dell’album, Dicono, che rimanda alla conoscenza passiva, quella accettata per inerzia, che non sempre corrisponde al vero. Quanto è difficile, nella musica, non abbandonarsi a quello che dicono e difendere la propria personalità?

Penso che sia molto difficile. La massa e certe fonti, cosiddette autorevoli, hanno un’enorme influenza su di noi. Oggi c’è una forte spinta a un tipo di conformismo che viene spacciato per originalità, un cortocircuito ben congegnato. Poi c’è chi se ne accorge e si scansa, chi non se ne accorge e chi se ne accorge e la sfrutta per scopi personali.

Ti dico una parola: consapevolezza. Quanta ne serve per scegliere il mestiere d’artista e rinnovare questa scelta ogni giorno?

Se non vuoi perderti, ne serve molta e non basta mai. Basta sedersi un attimo per farsi trascinare dalla corrente della banalità e dalle risposte facili.

All’interno del tuo disco, c’è un brano che si intitola I poeti. Qui canti «I poeti dicono quello che non avresti detto mai». Tu cosa sei riuscito a raccontare con la musica che altrimenti non avresti saputo dire?

Sono riuscito a esprimere concetti che a parole sono difficili da sintetizzare. Le canzoni per me hanno tre forze: il testo, la musica e la voce di chi canta. In questo ambito si parla anche con le emozioni e alle emozioni, che sono la parte più vera e diretta del nostro modo di sentire e comunicare. Basti pensare a un “buongiorno” detto con svogliatezza e uno detto con entusiasmo. Due parole uguali, due risultati diversi. La differenza la fa il sottotesto.

In Quaggiù, altra traccia dell’album, canti «Quaggiù tutto quanto è un enorme mercato, un ponte sull’abisso di piombo del cielo tra il “ci credo” e il “ci sono stato”».

Il brano parla del mondo in cui viviamo, cioè un enorme mercato, soprattutto in quest’era di consumismo. E punta il dito sulle influenze, su questa bolla in cui viviamo, invita a non affidarsi alle correnti, perché la strada per trovare la propria identità, per la verità, e – se vogliamo dire una parola enorme e spesso inflazionata – per la felicità, non è questa. È tutto fasullo, tutte queste belle cose vanno cercate non fuori di noi, ma dentro di noi. In questo senso il risveglio di coscienza è una cosa fondamentale.

«La verità è una parola strana, se pensi di afferrarla è già scappata», canti in Parla piano. Ne approfitto per parlare con te di verità, appunto. Anzi, meglio ancora, di autenticità. Quanta ce n’è oggi nella musica e quanto è difficile restare autentici?

Nella musica, se parliamo delle canzoni che sentiamo ogni giorno alla radio, in tv e in altri grossi network, non trovo molta autenticità. Ovviamente la mia è una generalizzazione e come tale va presa. Ma, in linea generale, la discografia di oggi crea dei cloni di altri cloni per puro interesse commerciale. Un conto è ispirarsi a degli artisti perché per te hanno delle peculiarità che sono un mezzo di espressione per quello che vuoi trasmettere, un conto è creare canzoni e personaggi a tavolino per vendere. A questo punto ci dovremmo chiedere perché ci sono personalità che investono nella musica facendo sì che il mercato musicale sia questo. Da parte mia, penso che ci sia stata una neanche tanto lenta diseducazione all’ascolto verso le nuove generazioni, puntando più sul creare personaggi invece che contenuti. Ora si crea un testo facile e una musichetta orecchiabile legata a un personaggio accattivante. Un prodotto da consumare per poi passare ad altro. Un modo di operare pienamente in linea con la religione del consumismo.

Foglie al vento, seconda traccia di Dicono, nasce da un incontro con Guido Guglielminetti, storico bassista di Francesco De Gregori e produttore dei suoi ultimi album. Com’è nata la vostra collaborazione?

È nata molto semplicemente contattandolo su Facebook. Lui organizza una cosa che si chiama PSR, che sta per Practice Studio Recording. L’ho contatto perché ero interessato a questa specie di corso. Dico “specie di corso” perché è molto di più. Quando ci siamo incontrati, abbiamo lavorato insieme su una canzone ed è nata Foglie nel vento. Sono stato tre giorni a casa sua a Peveragno, dove mi ha insegnato moltissime cose e mi ha mostrato senza tanti fronzoli il suo modo di lavorare. Il modo di lavorare di un grande professionista che ha fatto la storia della musica. Per me l’incontro con lui è stato fondamentale.

 

Nel 2018 è prevista l’uscita del tuo nuovo album. Cosa puoi anticiparci a riguardo?

Posso dire che sarà un album che parlerà tendenzialmente di attualità, il resto verrà svelato con l’uscita del disco. Sarà sempre prodotto da Marco Natali, dell’etichetta discografica Madamadorè. Io e lui ci intendiamo subito e per me è un grande piacere collaborare. È una persona esperta e accorta, che lavora con grande professionalità e passione.

Ti chiedo adesso di immaginare una collaborazione. C’è un artista per cui ti piacerebbe scrivere un brano?

Ce ne sono diversi. Tra i miei miti italiani penso a Celentano.

Ce n’è, invece, uno con cui scriveresti una canzone?

Uno soltanto è difficile da dire. Tra gli ultimi ascolti, penso che mi piacerebbe molto collaborare con Mannarino, Bobo Rondelli ed Ermal Meta. Tra i grandi storici, sicuramente con Francesco De Gregori.

Prima di salutarci, vorrei mi dicessi qual è il brano della tua vita, quello a cui sarai sempre legato.

Se devo scegliere il brano della mia vita, dico Azzurro di Adriano Celentano, pezzo che poi ho scoperto essere stato scritto da Paolo Conte. Lo sentivo quando ero piccolo, in casa dei miei genitori. E i pomeriggi al mio paese, soprattutto d’estate, erano spesso “troppo azzurri e lunghi”.

Concludo sempre le mie interviste con questa domanda: qual è la parola della tua vita?

La prima parola che mi viene in mente è “consapevolezza”. Perché, senza quella, non potrà mai esserci nessun cambiamento reale nella nostra vita.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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