Andrea Poggio: «Corro il rischio di non essere convenzionale»

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Andrea Poggio in una foto di Miro Zagnoli

Andrea Poggio in una foto di Miro Zagnoli

Andrea Poggio è un musicista, ma anche un avvocato. È stato il fondatore e il frontman di un gruppo, i Green Like July, ed ora è un cantautore solista. Ha pubblicato da poco il suo primo disco, Controluce, e qui ne racconta la genesi. Ma anche quello che ha imparato in quasi vent’anni di musica, ad esempio «chi sono i miei nemici». In termini musicali, s’intende.

Pochi mesi fa, è uscito il tuo primo album da solita, Controluce, un disco che spazia dal pop elettronico alla tradizione italiana, dall’art rock all’avanguardia e alla musica sperimentale. Il risultato è sorprendente: Controluce è un album poliedrico, ma incredibilmente coerente.

Controluce è un disco che ha avuto una gestazione estremamente lunga, al quale sono molto legato e che credo rappresenti una buona sintesi di un periodo della mia vita che è stato caratterizzato in egual misura da momenti sereni e da momenti più angosciosi. Essendo stato scritto in un periodo di tempo molto ampio, è un disco nel quale sono confluiti i più disparati spunti e suggestioni.

Controluce sembra richiamare i Talking Heads e Paolo Conte, Kate Bush dei primi anni Ottanta e Battiato. Da quali ispirazioni è nato il tuo disco?

Le fonti di ispirazione sono state tante e spesso provenienti da ambiti diversi da quello prettamente musicale. Sicuramente i nomi che citi sono stati degli importanti punti di riferimento, in questo momento mi sento di aggiungere John Cassavetes e Kendrick Lamar.

Facciamo un passo indietro. Il tuo percorso musicale è iniziato nel 2003, anno in cui hai fondato i Green Like July, gruppo con il quale hai inciso tre dischi. In che modo è cambiata la tua vita di artista, da frontman di una band a cantautore solista?

Con i Green Like July le mie canzoni nascevano chitarra e voce e poi venivano lavorate e arrangiate da un gruppo di persone, in sala prove. Con Controluce l’approccio è stato radicalmente diverso, i brani sono nati al computer e quindi già in fase di scrittura mi sono trovato ad abbozzare, se non addirittura a definire, molti degli arrangiamenti. Anzi, possiamo dire che in Controluce le canzoni e gli arrangiamenti si siano sviluppati contestualmente. Questo aspetto ha sicuramente contribuito a farmi allontanare da certe strutture e da certe soluzioni, per così dire, più classiche, sulle quali mi ero forse abituato a ragionare con i Green Like July.

I tre dischi pubblicati con i Green Like July erano in lingua inglese, Controluce è in italiano. Com’è cambiato il tuo modo di scrivere canzoni?

Sicuramente è cambiato l’approccio alla metrica. L’italiano rispetto all’inglese è una lingua molto meno ritmica e che ti costringe a fare tutta una serie di scelte metriche ben precise. Il lato positivo è che finalmente ho il pieno controllo di quanto dico nei testi. Per quanto si possa conoscere bene una lingua che non è la propria, c’è sempre una piccola parte di significato che viene persa nella traduzione, soprattutto se l’obiettivo finale è quello di scrivere una canzone.

Torniamo al presente. Indie, pop, canzone d’autore, sperimentale, d’avanguardia: dove collochi Controluce?

Al giorno d’oggi non credo che abbia più rilevanza classificare la musica. Con Spotify e lo streaming sulle piattaforme digitali, si salta da Sfera Ebbasta a Cesare Cremonini senza soluzione di continuità. Sono cambiate molte cose rispetto a quando ero giovane, in quegli anni c’era un approccio alla musica quasi religioso e dogmatico.

In foto, Andrea Poggio

In foto, Andrea Poggio

Parliamo di indie. Negli ultimi tempi, molti artisti – considerati a torto o a ragione indie hanno conquistato il pubblico mainstream. Qualcuno afferma che l’indie sia morto, qualcun altro al contrario vede in questa ascesa un’opportunità per tanti artisti rimasti finora nell’ombra. Qual è la tua posizione a riguardo?

Per prima cosa credo che, per evitare di fare confusione, si debba cercare di dare una definizione al termine “indie”. Che cos’è la musica indipendente al giorno d’oggi? Se i perimetri della categoria sono gli stessi di vent’anni fa, allora non mi pare che ci possa essere margine per alcun fraintendimento. Quando a inizio anni Novanta sono usciti gli 883, non mi risulta che nessuno si sia mai sognato di paragonarli ai Replacements o agli Yo La Tengo. Tante cose che oggi vengono definite indie mi ricordano, quando va bene, i Lùnapop. E i Lùnapop facevano musica indipendente? Per tornare alla tua domanda, a me non sembra che ci siano artisti indipendenti che abbiano conquistato il pubblico mainstream. Da sempre, in Italia, se scrivi un certo tipo di canzoni, hai la possibilità di passare in radio e di arrivare al grande pubblico. Fine del discorso. L’unica cosa che mi viene da aggiungere è che la crisi delle major ha fatto sì che certi artisti, invece di crescere nei roster di Sony o Universal, vengano scoperti da etichette più piccole. E forse è qui che va ricercata l’origine dell’equivoco.

Hai detto «Sono sicuro che Controluce riuscirà ad arrivare a tutti coloro i quali avranno voglia di spingersi un pochino oltre la soglia del convenzionale». Cosa è per te convenzionale, nella musica?

Convenzionale è la musica che non è curiosa, che non si prende alcun rischio. È la musica che si conforma pedissequamente e acriticamente a certi standard di scrittura, di arrangiamento e di produzione nella speranza di essere passato dalle radio, o di finire nelle playlist di Spotify.

È iniziato da poco il tuo nuovo tour. Visti i generi che abbracci in Controluce, è evidente che i live che farai saranno molto diversi da quelli a cui hai abituato il tuo pubblico. Com’è il nuovo Andrea Poggio dal vivo?

Sarà un concerto suonato da un ensemble di quattro persone. Oltre a me ci sarà Caterina Sforza, che canterà le parti di voce cantate da Adele Nigro sul disco, Yoko Morimyo, la violinista con cui ho registrato Controluce, e Gak Sato, che è un noto produttore, dj e sound artist, che suonerà le tastiere e che manderà in base le parti ritmiche ed elettroniche. Rispetto ai Green Like July, sarà un concerto decisamente meno rock.


So cosa rende un artista credibile e riesco a tenermi alla larga da fenomeni idioti e passeggeri che hanno ben poco a che fare con la musica


Ho ancora qualche curiosità da chiederti. Cosa ti porti dietro dell’Andrea dei primi anni Duemila, che appena ventenne – ha fondato i Green Like July?

Adesso come allora, so bene chi sono i miei nemici. In termini musicali, ovviamente (ride, ndr).

Ovvero?

Fortunatamente riesco ancora a distinguere e a riconoscere i prodotti di qualità, so cosa rende un artista credibile e riesco a tenermi alla larga da fenomeni idioti e passeggeri che hanno ben poco a che fare con la musica.

C’è, invece, un disco, una canzone o un evento della tua carriera che vuoi dimenticare?

No, in verità sono molto fiero di quanto ho fatto in questi anni. Soprattutto perché ogni piccolo o grosso traguardo che ho raggiunto l’ho raggiunto da solo, seguendo esclusivamente quello che mi andava di fare in quel momento, senza particolari secondi fini. Ovviamente ci sono momenti del mio passato ai quali adesso guardo con una certa tenerezza, ma penso che questo sia un aspetto naturale di ogni processo di maturazione.

Concludo le mie interviste sempre con questa domanda: qual è la parola della tua vita?

Riesco a malapena a dirti la parola del giorno, che è 居留守, irusu, che in giapponese significa “fingere di non essere a casa quando qualcuno bussa alla porta”.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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