Ermal Meta, c’è la magia ma non il trucco

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Dettaglio della copertina di Non abbiamo armi, il nuovo album di Ermal Meta

Dettaglio della copertina di Non abbiamo armi, il nuovo album di Ermal Meta

Quando si racconta un disco di Ermal Meta, bisogna partire dalla sua penna, senza lasciarsi distrarre da nient’altro. Non credo sia possibile parlare di un suo progetto discografico senza affrontare, per prima cosa, la sua scrittura. Sarebbe come raccontare soltanto la conclusione di un viaggio, trascurando la strada che l’ha permesso, i panorami che l’hanno reso lieve, i dossi che l’hanno rallentato. Gli album di Ermal Meta sono la sintesi e la conseguenza di una penna riconoscibile, che indaga il quotidiano e ne offre una visione poetica e malinconica, densa di immagini e di ritagli di vita. È una scrittura autentica, la sua, distinguibile tra tante, personale e d’impatto, con un utilizzo consapevole delle parole. Le maneggia con destrezza, con naturalezza, sembrano legarsi l’una all’altra senza alcuno sforzo. Non è artefatta, è genuina, spesso sanguigna, proprio perché è onesta.

La penna di Ermal sa essere semplice ma spiazzante, è una mano tesa che a volte si ritrae, si sposta proprio quando ci si sente più al sicuro, per questo non è mai ovvia né prevedibile. E, forse, il suo talento maggiore è da ricercare in una scrittura che si offre a tutti ma che non è per tutti, è fatta a strati, sotto la superficie romantica e sognante dei suoi brani, c’è l’intenzione di riflettere un vissuto segnante e per questo non trascurabile.

A volte un solo verso, all’interno di una canzone intera, sposta l’attenzione su una verità più profonda: questo dimostra che la sua canzone d’autore, che ha un taglio squisitamente pop, assorbe il meglio dall’uno e dall’altro genere. Dal cantautorato, ha imparato l’utilizzo sapiente delle parole, la genuinità con cui le mette insieme, la sincerità di cui si fanno portavoce; dal pop, invece, la forma che riesce a dare loro.


Non abbiamo armi è fatto di immagini, indaga sensazioni comuni ma ne restituisce un racconto intenso e raffinato: il quotidiano attraversa il filtro dell’arte e diventa un’occasione di bellezza.


Il talento di Ermal è quello di saper costruire le canzoni, senza perdere mai la spontaneità di chi vive la musica come un bisogno. E questo lo rende un artista anomalo, perché realizza brani spendibili in radio, senza essere schiavo di ciò che le radio chiedono; crea pezzi che coinvolgono generazioni e gusti diversi, senza compromettere la necessità di fare musica in nome del successo. La sua penna è senza trucco, negli anni ha consolidato la sua personalità artistica, ha inspessito il suo stile, ne ha fatto un marchio riconoscibile e ha dato lustro a un cantautorato pop che non fa storcere il naso a nessuno.

Il 9 febbraio è uscito il suo nuovo album, si intitola Non abbiamo armi ed è il terzo disco che pubblica dal 2016 ad oggi, ovvero dalla partecipazione a Sanremo Giovani con Odio le favole. Ma, a discapito di quanto si possa credere, Non abbiamo armi non suona stanco né affaticato, non si trascina soltanto perché è l’ultimo della fila. È un disco in pieno stile Meta, passa dalla ballad all’up tempo con spontaneità, cuce insieme racconti diversi e minuti eterni di nostalgia, commuove ma non adula, si fa cantare a voce piena ma non distrae, offre un punto di vista soltanto ma coinvolge più vite. È fatto di immagini, indaga sensazioni comuni ma ne restituisce un racconto intenso e raffinato: il quotidiano attraversa il filtro dell’arte e diventa un’occasione di bellezza.

Non abbiamo armi è composto da dodici canzoni, che non sono altro che una vita sola, declinata in forme diverse e complementari. Il disco si apre con Non mi avete fatto niente, brano con cui Ermal, insieme a Fabrizio Moro, ha vinto la sessantottesima edizione del Festival di Sanremo. Segue Dall’alba al tramonto, pezzo che strizza l’occhio all’estate per il suo ritmo incalzante. C’è la malinconica 9 primavere e la title track Non abbiamo armi (“Il vuoto è il più pesante fra tutti i pesi / e somiglia a quelle cose mai avute e che volevi”). Spicca la commovente Le luci di Roma (“Io mi ricorderò di te / tra le luci di Roma / ogni abbraccio per strada / mi riporterà da te”) e la tagliente Caro Antonello, che sembra un avanzo d’adolescenza, ma si rivela una profonda presa di coscienza (“Ma almeno mentre si canta / non si può mai morire”). Il vento della vita è il racconto di un uomo consapevole, che affronta il rischio come un’opportunità, perché conosce bene la direzione della propria vita (“Mi basta sapere che / io non ho perso tempo / ho preso vento / per gonfiare le mie vele / non ho perso tempo / a volte ho perso me / per poi ritrovarmi e ripartire”). Chiude il disco Mi salvi chi può (“E mi sembra di sbagliare / ma è lasciando andare che diventi forte”).

Non abbia armi è un disco senza armi, appunto, nudo e trasparente, da ascoltare d’un fiato, ma da capire un po’ per volta. Soddisfa i palati pop, ma coinvolge anche gli amanti della parola. Ermal Meta, con la pubblicazione del suo nuovo lavoro, si conferma un artista sensibile, con un talento naturale per la scrittura, che fa – di lui – una delle più interessanti penne pop della musica italiana.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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