Parla come mangi: contro il ridicolo esibizionismo dell'inglese

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Immagine tratta da una celebre scena di Palombella Rossa (Nanni Moretti, 1989)

Immagine tratta da una celebre scena di Palombella Rossa (Nanni Moretti, 1989)

È innegabile: siamo invasi dall’inglese. È altrettanto vero, però, che non ci sarebbe da meravigliarsi. Lo sviluppo tecnologico, la globalizzazione e l’imperialismo del marketing hanno portato inevitabilmente ad accogliere anglismi nell’italiano. Sulla lingua, poi, si riflettono i mutamenti della società e l’inglese, che privilegia l’efficacia e la sveltezza comunicativa sull’accuratezza, si inserisce perfettamente nella tendenza a semplificare che caratterizza la contemporaneità. Quindi? Il problema è il modo in cui questo fenomeno avviene.

C’è chi parla di pericolo per l’italiano, di corruzione, di impoverimento. Io credo invece che l’idea di usare anglismi non vada rifiutata a priori, in nome di un mero “patriottismo”, ma accolta come un arricchimento linguistico, purché usata con consapevolezza. È proprio questo il punto. Spesso (e volentieri) l’inglese viene infilato ovunque a sproposito, esibito come fosse un sintomo di erudizione, sfoggiato con compiacimento da chi spesso nemmeno sa che cosa sta dicendo. Il risultato? Sembrare ridicoli. Termini come brieffare, postare, shippare non sono che (bruttissimi) adattamenti dall’inglese, che ne risulta pure scimmiottato.

Spesso e volentieri l’inglese viene infilato ovunque a sproposito, esibito come fosse un sintomo di erudizione. Il risultato? Sembrare ridicoli.

Spesso e volentieri l’inglese viene infilato ovunque a sproposito, esibito come fosse un sintomo di erudizione. Il risultato? Sembrare ridicoli.

Se poi pensiamo che l’inglese deriva in buona parte dal latino, c’è davvero da ridere. La presenza di vocaboli di origine latina nel dizionario britannico è stata calcolata dell’ordine del 60%. Ad esempio, quotare deriva dal latino medievale, col significato di “numerare le pagine di un libro”. Ancora, schedule viene dal latino “schedula”, così pure virtual modellato sul latino “virtualis” oltre che computer, che discende dal verbo latino “computare”. Senza entrare nel merito storico e linguistico, rifletterei sul fatto che spesso usando termini inglesi si sta in realtà tirando in ballo il latino. Quindi, troppi anglismi o solo latinismi pronunciati male?

Non è certo auspicabile tornare a sentire frasi come “Andiamo in quel quisibeve, ho proprio voglia di una polibibita!”, come nel Ventennio. Credo che respingere qualsiasi influenza estera sia stupido almeno quanto ostinarsi a usare l’italiano a tutti i costi. La presenza massiccia di anglismi è un fenomeno, punto. Come tale va osservato e discusso, non respinto. L’inglese, poi, a volte è necessario ma, negli altri casi, infarcire discorsi di termini complica solo la comunicazione e a che scopo? A meno che non siate politici e dobbiate usare la lingua anche per non farvi capire!

Direi invece che bisognerebbe armarsi di buon senso e separare l’indispensabile dall’inutile. Prima ancora, essere consapevoli della ricchezza dell’italiano e non credere tutto che quel che è inglese sia meglio, anzi. Mai il detto “parla come mangi” fu più vero.

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