La Mossa del Cavallo, un western siciliano [ANTEPRIMA]

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Michele Riondino ne La Mossa del Cavallo, regia G. M. Tavarelli. Foto di Fabrizio Di Giulio

Michele Riondino ne La Mossa del Cavallo, regia G. M. Tavarelli. Foto di Fabrizio Di Giulio

La mossa del cavallo, diretto da Gianluca Maria Tavarelli e tratto dall’omonimo romanzo di Camilleri, ci racconta la situazione in Sicilia nel periodo post-unitario. Siamo nel 1877 e ci troviamo a Montelusa, piccolo paese immaginario sulla costa dove sono ambientate, tra l’altro, alcune delle storie dell’ispettore Montalbano.

Il protagonista, Giovanni Bovara, interpretato da Michele Riondino, è inviato come ispettore ai mulini a Montelusa per investigare sull’applicazione dell’imposta sul macinato che pare abbia provocato episodi di corruzione, oltre che la morte dei suoi due predecessori. Bovara, nato a Vigata, vicino Montelusa, è però cresciuto a Genova, trovandosi così immerso in una realtà completamente diversa da quella cui era abituato, più selvaggia, ma che inizia a conoscere e capire ben presto. Da subito si accorge che c’è qualcosa di strano e che l’unico modo per comprenderle a pieno è recuperando le sue origini, iniziando perfino a pensare e parlare in dialetto. È lo stesso Riondino a spiegare, in conferenza, che il suo personaggio «si trova chiuso in un angolo e capisce che l’unico modo per uscirne è quello di entrare in una zona ambigua. Lui non è abituato a un certo tipo di mentalità, chi lo interroga cerca di manovrarlo». Sarà proprio il recupero del dialetto siciliano la mossa del cavallo, che negli scacchi è l’unico pezzo a poter scavalcare gli altri. Quindi il potersi muovere agevolmente dentro il dialetto ritrovato e rivoltare a suo beneficio il senso e il significato delle parole.

Non bisogna fare l’errore di sottovalutare La mossa del cavallo che è, oltre che una bella storia, capace di intrattenere, soprattutto una critica al periodo post-unitario, in cui fu lasciato spazio alla corruzione, come spiega lo stesso Camilleri definendo il film una «critica a uno degli errori più grossi commessi dal Risorgimento». È lui stesso a raccontare che i Siciliani votarono per l’annessione al Regno d’Italia con 489mila Sì e 70 No, ma aggiungendo che in meno di 40 anni in Sicilia si proclamarono tre stati d’assedio che portarono all’arrivo di un esercito fucilatore comandato da Carlo Alberto Dalla Chiesa, nonno del famoso generale, che proclamava: “Bruciate le case dei contadini: contengono più fucili che pane”.

Conclude infine dicendo che «li chiamavano briganti. Ma quelli non erano briganti: erano contadini in rivolta contro la leva che per quattro, lunghi anni privava le famiglie di braccia e di sostentamento».

A La Mossa del Cavallo toccherà il duro compito di tenere il passo con l’Ispettore Montalbano, “reo” di essere la serie italiana più vista di sempre, avendo superato più volte gli undici milioni di spettatori e il 40% di share.

Il film sarà in onda su Rai 1 lunedì 26 febbraio in prima serata.

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Francesco Montagnese

Francesco Montagnese

Classe '97, Calabrese di nascita, ma romano d'adozione. Nel tempo libero scrivo poesie e suono il violino.

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