Mirkoeilcane: «Cantautore per coerenza»

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In foto, Mirko Mancini, in arte Mirkoeilcane

In foto, Mirko Mancini, in arte Mirkoeilcane

Mirkoeilcane, tutto attaccato, all’anagrafe è Mirko Mancini. È un cantautore, di quelli per cui vale ancora la pena scomodare il termine “cantautore”. Scrive, suona e canta storie di vita, che odorano di strada e di rabbia, d’ironia e di riscatto. Mirko dà la voce agli ultimi, lo fa senza retorica e senza presunzione.

Secondo me è il titolo del suo secondo disco, un album all’apparenza scanzonato, ma severo, che fa sorridere e commuovere. E riesce a farlo nello stesso momento, ogni brano arriva come una carezza e lascia un graffio. È un disco da subire e poi da capire, da ascoltare d’un fiato e da attraversare con consapevolezza dopo il primo ascolto.

Reduce dal Festival di Sanremo, in cui ha proposto la non convenzionale Stiamo tutti bene, oggi Mirko si racconta a Parte del discorso.

Prima di parlare di Mirkoeilcane, vorrei parlare di Mirko. Quali artisti hanno accompagnato, quindi segnato, la tua crescita?

Amo il cantautorato, quindi ti dico De Gregori, Dalla, Fossati, Califano. Senza dubbio, loro sono i più importanti.

In So’ cantautore, brano contenuto nel tuo nuovo disco, Secondo me, canti «So cantautore pe’ non di’ che perdo tempo». Artisti si nasce, ma vivere di musica è una scelta, anche piuttosto coraggiosa, oggigiorno. Tu quando l’hai scelto?

Non so esattamente quando l’ho scelto, ma ricordo bene la passione che avevo. Durante la mia adolescenza e nell’età subito successiva, piuttosto che fare quello che facevano i miei amici, amavo stare a casa, suonare la chitarra, canticchiare e scrivere cose sul diario. Non mi pesava essere diverso dagli altri. Oggi ho trentun’anni e, a distanza di tempo, mi rendo conto di quanto ne abbia passato a fare musica, nella mia stanza, da solo. Adesso so quanto mi sia stato utile dedicare tanto tempo alla mia passione, se non avessi fatto quel percorso, tante cose mi sarebbero sfuggite. È un percorso molto lungo. A volte capita che mi scrivano dei ragazzi di diciassette o diciotto anni, mi dicono «vorrei fare il cantautore». Il mio consiglio, ammesso che io possa darne, è quello di avere pazienza, di lavorare silenziosamente per anni. Poi qualcosa viene fuori, di questo ne sono certo.


Se ami quello che fai, la fatica non l’avverti nemmeno, ogni piccolo risultato è un grande traguardo e ti ripaga di ogni cosa.


Quanto è faticoso e quanto paga avere alle spalle tanta gavetta?

Se ami quello che fai, la fatica non l’avverti nemmeno, ogni piccolo risultato è un grande traguardo e ti ripaga di ogni cosa. Faticoso no, ma ci vuole tanta concentrazione e determinazione.

Veniamo al Festival di Sanremo: non hai vinto, ma hai portato a casa una serie di riconoscimenti importanti, tra cui il Premio Sergio Bardotti per il miglior testo, il prestigioso Premio della Critica Mia Martini, la targa PMI e il Premio Enzo Jannacci di Nuovoimaie. Qual è il tuo bilancio a due settimane dalla sua conclusione?

Il mio bilancio è più che positivo. Tanta gente ha iniziato a conoscere me e le mie canzoni, era quello che volevo. Non ti nego che, una volta arrivato lì, ho pensato “quasi quasi se vinco non mi dispiace affatto” (sorride, ndr), ma la vittoria diventa secondaria nel momento in cui torni a casa e ti rendi conto che le persone che vogliono ascoltarti sono raddoppiate, forse persino triplicate. È una bella sensazione. Se devo dirti se ho fatto bene o male ad andare a Sanremo, ti rispondo che ho fatto molto bene.

Cosa volevi che il grande pubblico capisse di te?

Volevo che capisse che sono un cantautore, non un cantante.

E non è poco.

No, non lo è affatto. Sembra quasi la stessa parola, ma per me il cantautore ha un ruolo ben preciso, anche per questo mi sono presentato con un brano da suicidio, mi piaceva l’idea di creare la stessa cosa che i miei miti, quelli che io chiamo cantautori con la C maiuscola, hanno saputo creare: ovvero il racconto di una verità, di un punto di vista preciso, senza paura.

E non hai mai temuto la scelta di portare un pezzo come Stiamo tutti bene sul palco dell’Ariston?

No, ma per me non si tratta di coraggio, bensì di coerenza. Il cantautore è uno che parla di cose scomode, di cose di cui gli altri non vogliono parlare. Quindi ho raccontato l’immigrazione, ma non sono stato coraggioso, soltanto coerente con quello che dico di essere, ovvero un cantautore.

Non hai pensato nemmeno che potesse rivelarsi un brano limitante per la tematica che tratta e, di conseguenza, non farti conoscere pienamente dal pubblico?

Questo è successo, a dire il vero. Qualcuno mi ha conosciuto come quello impegnato, che canta canzoni di una certa caratura, mi va bene così. Ma sono anche altre cose, che vengono fuori durante i concerti o ascoltando il disco per intero. Sorrido, scherzo, mi diverto, racconto altre storie, Sanremo ti permette di mostrare un solo volto, ma sono felice di quello che ho scelto di far conoscere di me.

In concomitanza con il Festival di Sanremo, è uscito il tuo secondo disco di inediti, a cui accennavamo prima, Secondo me. Sono tre le parole con cui lo descriverei: romanità, ironia, disillusione. Tu come lo racconteresti?

Mi piacciono molto le parole che hai usato. Sono giuste perché, di fatto, sono parte dello stesso concetto. Questo disco si chiama Secondo me perché raccoglie un po’ di opinioni su quello che mi circonda. Sono stato poco a Roma negli ultimi tempi, ma la mia città me la porto dietro ovunque vada, fa parte di me, quindi della mia scrittura, del mio modo di raccontare le cose. Romanità è la parola giusta. Poi, è vero, la disillusione c’è ed è dovuta al momento in cui ho scritto questo disco: superati i trent’anni, il mio approccio con la realtà è diventato più disilluso.

In foto, Mirko Mancini, in arte Mirkoeilcane

In foto, Mirko Mancini, in arte Mirkoeilcane

A proposito di romanità, questo disco – senza Roma sarebbe stato possibile?

Il carattere di una persona si forma anche in base al posto in cui nasce e vive. Roma è una città imponente, è complicato viverci, a volte è difficile persino sopportarla. Oltretutto adesso attraversa una fase di malessere che, di conseguenza, appartiene anche a chi ci abita. Non so dirti se questo disco sarebbe stato possibile senza Roma, ma so che la mia città condiziona la mia scrittura, che di fatto rappresenta il mio modo di vedere le cose.

Un aspetto del tuo disco che mi ha molto colpito è il fatto che non ci sia mai il lieto fine nelle storie che racconti. Anche quando il ritmo è scanzonato, il finale è sempre tagliente e amaro.

È vero, il lieto fine nun me piace (ride, ndr). Per me è importante che ogni canzone abbia una morale, come succedeva nelle favolette che ascoltavamo da bambini. Mi piace l’idea che ogni brano, scanzonato o impegnato che sia, lasci al pubblico la possibilità di riflettere, di arrivare a una propria conclusione. Per questo le mie canzoni non hanno mai un lieto fine, ma un finale aperto, così che la gente possa immaginare quello che vuole, quello che gli riesce meglio credere.

Recentemente sei tornato a Macerata per Musicultura, concorso che l’hanno scorso ti ha visto trionfare e che, invece, quest’anno ti ha accolto come ospite. Che ricordo hai di quell’esperienza?

Penso che quello di Musicultura sia il ricordo più bello che io conservi ed è il riconoscimento più importante che abbia ricevuto. Musicultura ce l’ho impressa nel cuore, ho conosciuto tante persone straordinarie, ho conosciuto una città, Macerata, che ho amato e amo. Tornerò presto per fare un concerto vero e proprio.

A proposito di concerti, da maggio partirà il tuo nuovo tour, che toccherà alcuni dei club più importanti d’Italia. Che spettacolo porterai in giro?

Uno spettacolo che parla di musica, non ci saranno fuochi d’artificio o pali su cui ballo nudo, come recentemente ha fatto qualcun altro. Mi dispiace che il grande pubblico mi abbia conosciuto senza chitarra e senza band, quella è la mia vera dimensione. Suonerò insieme ai miei amici, sarà un concerto reale, suonato dal vivo, senza troppi…

Abbellimenti?

Ecco, sì, senza abbellimenti per far sì che non si noti qualche altra mancanza.

Prima di lasciarci, ti chiedo questo: se potessi tornare indietro e avere la certezza di vincere Sanremo con un altro brano, quale sceglieresti al posto di Stiamo tutti bene?

Fammi pensare… forse ti direi Beatrice, la terza traccia di Secondo me. In questo brano duetto con Ilaria De Rosa, che oltre a essere una cara amica, è anche una voce incredibile. È stata brava a entrare in questa storia, quindi ero sicuro che l’avrebbe interpretata al meglio. Lei è un’artista di grande talento, fa musical da tanti anni ed è la voce di Belle ne La bella e la bestia.

Concludo sempre con questa domanda: qual è la parola della tua vita?

“Pazienza”. Vedo sempre più persone che vanno di fretta. Parlo della fretta di definirsi o di sentirsi qualcosa che ancora non si è. Anche nell’ambito artistico succede spesso. Ci vuole pazienza per capire se stessi, per stare da soli e conoscersi.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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