Sono tornato: l'eterno ritorno di Mussolini

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Massimo Popolizio nei panni di Benito Mussolini in Sono Tornato, di Luca Miniero

Massimo Popolizio nei panni di Benito Mussolini in Sono Tornato, di Luca Miniero

Uno spettro si aggira sull’Italia: quello degli youtuber. Tutte le forze del mondo dello spettacolo si sono coalizzate per rincorrere e sfruttare tale fenomeno: cinema, televisione, radio, editoria, musica, tutti uniti nel tentativo di accaparrarsi questi ragazzi e ragazze che, dalle loro camerette e attraverso una semplice videocamera, sono in grado di generare milioni di visualizzazioni ed enormi introiti pubblicitari a suon di battute, scherzi telefonici, challenges e Let’s Play.

Un successo vastissimo che ha letteralmente stravolto il classico rapporto fra pubblico e media, nonché quello fra gli spettatori e i propri idoli: perché le celebrità nate e cresciute su YouTube non sono più (e non sono mai state) assimilabili a quelle entità astratte, bellissime e irraggiungibili, che compongono lo stardom cinematografico e televisivo; anzi, gli youtuber hanno letteralmente disintegrato ogni distinzione con il loro pubblico, presentandosi come persone normali, che conducono vite normali e a cui piacciono cose assolutamente normali, il cui successo è stato solo un aspetto incidentale del loro percorso, un frutto del caso. Ed è forse proprio questo, paradossalmente, a garantire loro tutta questa popolarità: che lo vogliamo oppure no, gli youtuber sono come noi, e noi siamo come gli youtuber.

A questo punto vi starete naturalmente chiedendo: perché tutti questi discorsi sugli youtuber, quando questo articolo dovrebbe parlare di un film in cui si immagina il ritorno del Duce nell’Italia contemporanea? La risposta è subito pronta: coprotagonista di Sono tornato, nuovo film di Luca Miniero uscito nelle sale lo scorso 1 febbraio, è infatti Frank Matano, uno degli youtuber italiani più popolari in assoluto, il quale veste i panni di Andrea Canaletti, spiantato regista che, mentre si trova a Piazza Vittorio per girare un documentario sull’integrazione dei migranti a Roma, si imbatte proprio in Benito Mussolini (un bravissimo Massimo Popolizio), misteriosamente resuscitato dalla morte. Credendolo un attore e scorgendo in lui un grande potenziale, Canaletti convince il redivivo dittatore a girare per l’Italia e realizzare un documentario sociale che rifletta il malcontento e la frustrazione degli italiani. Inutile dirlo, l’operazione è un successo, tanto da garantire a Mussolini un proprio show televisivo. Il dittatore, tuttavia, non ha minimamente dimenticato le proprie mira di conquista del potere e troppo tardi Canaletti si renderà conto dell’errore commesso…

Sorvolando sulle capacità attoriali (totalmente assenti) di Matano, mi piace pensare che sia stato inserito nel film non solo per il suo successo da youtuber prima e da personaggio cinetelevisivo poi, ma anche per la vicinanza con il pubblico che, come detto sopra, caratterizza tale gruppo di persone: nel film, in sostanza, egli diventa una sorta di personificazione dell’italiano medio, con tutti i suoi (pochi) pregi e (tanti) difetti, alle prese con una delle figure più scomode, importanti e inquietanti della storia del nostro Paese. E proprio tale elemento porta a vistosamente a galla il principale problema di questo film. Ma procediamo con ordine…

Tutto inizia nel 2012, quando il giornalista tedesco Timur Vermes decide di pubblicare Lui è tornato, libro in cui si immagina il ritorno in vita di Adolf Hitler a quasi settant’anni dalla sua morte e il suo girovagare spaesato nella Germania dei nostri giorni, per lui irriconoscibile. Il libro diventa immediatamente un bestseller, tanto da portare alla realizzazione nel 2015 di un’omonima trasposizione cinematografica diretta da David Wnendt, la quale conquista immediatamente i vertici del botteghino; un’ottima trasposizione tra l’altro, caratterizzata dal mescolamento di scene recitate e di scene invece totalmente improvvisate che coinvolgono persone comuni, a la candid camera. Proprio di questo film Sono tornato rappresenta un remake e le somiglianze sono talmente numerose ed evidenti (Miniero non riprende solo battute e nomi di vari personaggi, ma anche intere sequenze!) che è praticamente impossibile parlarne senza prendere in esame anche la versione originale.

La cosa che emerge in maniera chiara, in entrambe le pellicole, è come esse non siano interessate a criticare in maniera esplicita e sin dal principio i loro rispettivi dittatori. Al contrario, esse procedono per una strada decisamente più pericolosa ma al contempo più efficace per trasmettere il loro messaggio: umanizzare Hitler e Mussolini per far apparire ben chiara tutta la loro ambiguità e criticità; umanizzazione intesa comunque non come rilettura in positivo dei due dittatori, bensì come una ripulitura dall’alone mitico che li circonda e che rende difficile a molte persone giudicarli in maniera oggettiva.

Massimo Popolizio e Frank Matano in Sono Tornato, di Luca Miniero

Massimo Popolizio e Frank Matano in Sono Tornato, di Luca Miniero

Sotto questo punto di vista, dunque, si può (anche se a fatica) accettare la decisione di Miniero e degli sceneggiatori di indugiare su siparietti comici (Mussolini che aiuta Canaletti a far colpo sulla ragazza che ama tramite Whatsapp) o melodrammatici (Mussolini che piange di fronte alla foto di Claretta Petacci), vedendo in essi il tentativo di far emergere il lato umano del Duce, di ricordare al pubblico pagante che Benito Mussolini non era un’entità astratta né tantomeno un demone, ma un essere umano proprio come lo erano Hitler, Stalin, Mao, Franco, o lo sono Renzi, Berlusconi, Salvini, Grillo, Di Maio, Sgarbi, io autore dell’articolo e voi che lo state leggendo. Un’operazione che anche Lui è tornato decide di compiere, facendo però al contempo trasparire lentamente la pericolosità del Führer, la lucida follia delle sue idee e delle sue azioni, quella banalità del male in cui umanità e malvagità si mescolano, diventando a tratti indistinguibili: una profonda ambiguità che riguarda tutti noi e che esplode in tutta la sua potenza nel finale quando, di fronte al regista che finalmente lo ha riconosciuto in quanto tale ed è ora intenzionato a ucciderlo, Hitler rivela il semplicissimo motivo del suo successo.

– Lei è un mostro!
– Pensa questo? Allora dovrebbe condannare tutti coloro che votarono questo mostro, erano tutti mostri? No. Era gente comune che decise di votare un uomo fuori dal comune e di affidargli il destino del proprio Paese. Lei si è mai chiesto perché il popolo mi segue? Perché in fondo siete tutti come me… abbiamo gli stessi valori.

Ed è proprio qui che si trova l’aspetto più imperdonabile di Sono tornato, soprattutto alla luce degli eventi più recenti (come quelli di Ostia e Macerata): una volta portato a galla il lato umano di Mussolini, il film non compie il passo successivo, non sottolinea né condanna mai apertamente il reciproco rapporto fra Duce e italiani, le somiglianze e le pulsioni vergognose che portano gli spettatori a riconoscersi e molto spesso ad ammirare tale personaggio, anche alla luce delle innumerevoli nefandezze da lui compiute che sì emergono nel film, ma tramite quelle lezioncine moralistiche sui massacri in Etiopia, sul collaborazionismo coi nazisti, sulle leggi razziali e sulla necessità di non dimenticare che negli ultimi anni hanno ampiamente dimostrato la loro fallacia nel contrastare il revisionismo storico e il diffondersi dell’ideologia neofascista. È quello che diceva il grande scrittore Curzio Malaparte:

Non si può fare il ritratto di Mussolini senza fare il ritratto del popolo italiano. Le sue qualità e i suoi difetti non gli sono propri: sono le qualità e i difetti di tutti gli italiani. Il dir male di Mussolini è legittimo: ma è un dir male del popolo italiano.

E tuttavia non c’è assolutamente nulla in Sono tornato che faccia pensare a una critica nei confronti degli italiani, che porti gli spettatori a pensare e riflettere. E ciò, come annunciavamo in precedenza, appare benissimo nel rapporto fra Mussolini e Canaletti, nel quale il primo diventa una sorta di mentore grazie ai cui consigli il secondo riesce a migliorare la propria vita.

Massimo Popolizio e Alessandro Cattelan in Sono Tornato, di Luca Miniero

Massimo Popolizio e Alessandro Cattelan in Sono Tornato, di Luca Miniero

D’altronde, come può definirsi pienamente antifascista un film che (testuali parole del regista) ha incassato alla premiere l’apprezzamento di Alessandra Mussolini? L’immagine che ne emerge del fascismo difatti non è quella reale, cioè di una dittatura che ha soppresso tutte le libertà fondamentali e condotto il Paese nel baratro, bensì quella di un partito populista, simile a quelli moderni, che agirebbe in nome del popolo e che dato l’apparente schifo che ci circonda (e che nel film non viene naturalmente mai ben specificato, se non attraverso i soliti slogan e luoghi comuni) sarebbe giustificato nel dire e fare le peggiori cose: una rilettura della storia e della contemporaneità che ha come effetto finale quello di ripulire l’immagine del Duce e con essa quella di tutti gli italiani che in lui e nella sua ideologia si riconoscono, lasciando intendere che quella dell’uomo forte al potere possa essere una buona opzione per risolvere i nostri problemi.

Detto questo, CasaPound, Forza Nuova e tutti i vari partiti di estrema destra con i loro rappresentanti e sostenitori potranno continuare a dormire sonni tranquilli: difficilmente Sono tornato riuscirà a intaccare la loro corsa elettorale, anzi il rischio è che possa addirittura allargare il loro consenso. Per quanto riguarda gli altri, forse è il caso di iniziare a fare qualcosa, o perlomeno sperare nel ritorno di Pertini o Berlinguer.

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Fabio Guazzetti

Fabio Guazzetti

Sono nato nel 1997 e per 19 anni ho vissuto sulle rive del lago di Como, prima di partire alla volta di Bologna per inseguire la mia passione: la settima arte. "Questa è l'acqua, e questo è il pozzo. Bevi appieno e discendi. Il cavallo è il bianco negli occhi, e oscuro all'interno..."

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