Bello mondo: il corpo e la voce di Mariangela Gualtieri

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Mariangela Gualtieri in una foto di Melina Mulas

Mariangela Gualtieri in una foto di Melina Mulas

C’è qualcosa, nel modo di abitare lo spazio di Mariangela Gualtieri, che affascina e meraviglia.

Fondatrice nel 1983 della compagnia Teatro Valdoca insieme al regista Cesare Ronconi, la Gualtieri, con la sua drammaturgia, sprigiona potenza ogni volta che alla parola vengono dati corpo e verità attraverso la voce. Lo vediamo, ad esempio, nella raccolta in versi Antenata (1992) da cui poi l’omonima trilogia teatrale, in cui scrittura e corpo, carne e phonè si connettono; in Fuoco centrale (2003), scelta accurata dei suoi lavori per il teatro e, infine, nel caso di Bestie di gioia (2010), prima raccolta poetica strutturata e divisa in sezioni tematiche e stilistiche precise, dove la cura e la dolcezza delle sue parole sono capaci di scatenare tempeste curative, che lavano i cuori e rimettono in contatto con il sacro, come se questo fosse da sempre il luogo d’appartenenza dell’umano.

L’associazione Agorà, quest’anno, ha inserito Bello Mondo all’interno della sua stagione teatrale una lettura delle poesie più belle messe in scena dalla stessa autrice presso la biblioteca Luzi di San Pietro in Casale. Sono passi che provengono soprattutto dalla raccolta del 2015 Le giovani parole, capaci di creare un campo di forze e di energie sonore che si posa dolcemente sulla pelle, sulle palpebre, sulle gambe per poi infiltrarsi fin dentro le ossa e impregnare le pareti.

L’atmosfera è di luci rosa e blu. Non c’è nient’altro se non il corpo della poetessa vestita di nero, un microfono e delle casse amplificatrici. Le piace dire che quell’impianto lì è il modo in cui l’uomo, attraverso la tecnologia, ricrea l’atmosfera sonora della cattedrale, in cui la voce si disumanizza e diventa altro da sé.

Ecco che le poesie si susseguono, in un fluire limpido e lucente di voce che è corpo e di corpo che è voce. Invocazioni alla madre, all’universo creatore, a quel “tu”, destinatario ben identificato, che viene però ben presto travolto dal potere delle parole (perché folle è chi non si lascia trasportare dal loro vento), per diventare tu universale, tu del mondo, dei popoli, delle tribù lontane.

Mariangela Gualtieri in una foto di Melina Mulas

Mariangela Gualtieri in una foto di Melina Mulas

Dal grave al gioioso, dal celeste al terreno che è “corpo mangiabile”, per dirlo con le parole della Gualtieri, la partitura ritmica si snoda in un coacervo di pulsioni, di fronte al silenzio religioso del pubblico che è, con la sua attenta diligenza, attivo creatore della magia.

La potenza orale e aurale del testo, d’antico richiamo, culmina in poesie di sottile nostalgia come Sii dolce con me o di docile rabbia come Fuoco centrale, in cui l’autrice si denuda planando su quel verso: «io appartengo all’essere e non lo so dire», che fluttua fino a noi e ci lascia confusi e disarmati, come solo le verità vere sanno fare. Eppure lo sentiamo, che per qualche strano motivo sta parlando proprio a noi, proprio di noi.

E ancora «solo l’uno esiste, l’uno solamente senza il due», dalla poesia Alcesti da Bestie di gioia, che riprende fedele le parole del Corano per accompagnare chi ascolta a un piano appartenente non più all’umano, alle strade percorse fino a lì, alle macchine prese per arrivare a quella piccola provincia ad ascoltare una donna leggere delle cose scritte, ma appartenente al divino, al mistero, all’altro, all’oltre.

Il viaggio della lettura termina con la poesia Ringraziare, un cantico del grazie al componimento dell’universo. Attraverso le parole di Borges, la poetessa s’inchina d’eterna riverenza di fronte ai versi già scritti, alle lucciole, al pane, al sale, all’arte dell’amicizia, al «mistero della rosa che prodiga colore e non lo vede», e a quell’«antico amor per l’amor che se move il sol e l’altre stelle. E muove tutto in noi».

Ne usciamo addormentati come dopo un lungo sonno e sogno. Le presenze si delineano nitide intorno a noi ed è impossibile, ora, non scorgerne la meraviglia e, con calviniana memoria, non provare a «prendere la vita con leggerezza, che leggerezza non vuol dire superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore».

About author

Sofia Longhini

Sofia Longhini

Sofia, classe 1996. Nasce in una piccola città di mare, ma viene ben presto rapita dai portici di Bologna, ombelico di tutto, dove studia Lettere Moderne. Scrive anche per Mangiatori di Cervello. Ama l'arte, il cinema e il cantautorato. Il teatro e il buon cibo. Leggere leggere leggere. E poi, naturalmente, scrivere.

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