Chi sono veramente i mostri?

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Immagine tratta da The Elephant Man (David Lynch, 1980)

Immagine tratta da The Elephant Man (David Lynch, 1980)

Chi sono veramente i mostri? Dimorano forse, assopiti, in un angolo del nostro cervello? Appaiono solo al buio, come nelle favole, oppure si possono incontrare anche alla luce del giorno? Tutti abbiamo un lato oscuro con cui convivere?

Per la risoluzione dei sopracitati quesiti mi viene in soccorso innanzitutto Dylan Dog. Chi meglio dell’indagatore dell’incubo può aiutarmi a sbrogliare la matassa? Nel famoso fumetto bonelliano, molto spesso non serve scomodare fenomeni paranormali per spiegare un evento all’apparenza irrazionale. A macchiarsi di misfatti orribili, di omicidi e tradimenti è l’uomo, la persona comune. L’incubo non è più, quindi, qualcosa di irrazionale, al quale non ci si può sottrarre; è qualcosa che invece contribuisce l’uomo stesso a creare. Già nel primo numero del fumetto, Xabaras, il rivale di Dylan, afferma:

Ma, naturalmente, nessuno ha mai capito il mio vero intento. Non creare mostri. E perché, poi? Basta aggirarsi per una città in un’ora di punta per vederne a volontà, di mostri. Tutti chiusi nelle loro automobili, pronti a scannarti se non parti appena scatta il verde. Chiunque conquisti un po’ di potere diventa un mostro. L’impiegato che ti tratta male solo perché è dietro uno sportello. Il dittatore che uccide migliaia di persone negli stadi… No, di mostri ce ne sono in abbondanza, non servo io per crearne di nuovi.

L’altro giorno, sfogliando un fumetto (I mostri non vivono solo nel buio), mi sono imbattuta nella seguente affermazione: “l’aspetto più rivoltante dei mostri non è quando si fanno vedere per quelli che sono, ma quando cercano di apparire umani”. Una rivelazione scottante, dunque: i mostri non solo esistono, ma vivono tra di noi e magari sappiamo anche chi sono, ma preferiamo voltarci dall’altra parte e fingere di non esserne a conoscenza.
A questo proposito, ricordo le parole di Donato Carrisi a una presentazione di un libro: desideriamo etichettare qualcuno come “mostro” per creare una distanza, vogliamo un mostro per vivere nella rassicurazione di essere diversi. Invece sono come noi e si mescolano tra noi.

Infine, vorrei analizzare un pezzo della canzone Monster degli Starset:

My heart’s an artifice, a decoy soul
I lift you up and then I let you go
I’ve made an art of digging shallow holes
I’ll drop the tiniest seed and watch it grow
My heart’s an artifice, a decoy soul
Who knew the emptiness could be so cold?
I’ve lost the parts of me that make me whole
I am the darkness
I’m a monster

La canzone tratta il tema di una relazione tossica, una vicenda quindi non così lontana da una realtà, che potrebbe coinvolgere ognuno di noi. Si può intuire come il protagonista realizzi, con angoscia, che forse il mostro è lui stesso (“I am the darkness / I’m a monster”) per essersi lasciato travolgere dalla relazione e aver lasciato che le cose accadessero, senza aver provato a combatterle.

Forse allora il “mostro” rappresenta l’irrazionale che vive in ognuno, una piccolissima parte oscura che a volte può prendere il sopravvento. Sta a noi riconoscere quando succede e porvi rimedio.

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Valentina Zanin

Valentina Zanin

Accanita lettrice, tifosa della pallavolo, perennemente in viaggio, telefilm dipendente, appassionata di filosofia.

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