Il Fieno: Riverberi. Un manifesto gotico-esistenzialista tra Tarkovskij e sonorità anni '80

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La band Il Fieno fotografata da Gianluca Mingotto

La band Il Fieno fotografata da Gianluca Mingotto

Tarkovskij nel descrivere il suo capolavoro, Lo specchio, disse: «Il protagonista è un uomo sui quarant’anni che si sforza di fare un bilancio della vita precedente… Sullo schermo vanno avanti di pari passo tre storie: la prima è costituita dai ricordi dell’infanzia; la seconda è composta delle cronache di avvenimenti storici vissuti e compresi sotto un’angolazione prettamente individuale; la terza è formata da ragionamenti psicologici che sono un po’ la sintesi di tutto il discorso».

Non riesco a trovare descrizione migliore per parlare del nuovo album de Il Fieno e in particolare del singolo di lancio, nonchè la traccia che apre il lavoro: Everest. Il primo brano è quello più intenso musicalmente, dove i riferimenti new wave e gothic si condensano meglio in un magma moderno e danno vita a un brano lavorato e originalissimo, che mette da parte il ritornello per lasciare spazio a quella che è una vera e propria dichiarazione di esistenza.

Inizia così Riverberi, il secondo album della band milanese/varesotta che, dopo la buona accoglienza ricevuta da I Vivi, prova a rincofermarsi e conquistare altri palcoscenici. Se nel 2015 fui letteralmente rapito dalla melodia accattivante e dal testo brutale di Hiroshima, in rotazione su MTV, Riverberi non perde i topos letterari di quel bellissimo disco ma – musicalmente – la ricerca del ritornello accattivante cede il passo a una melodia sicuramente più cupa e un’atmosfera diafana che avvolge in un alone di inquietudine i testi, introspettivi e diretti.

Dal secondo brano in poi, si sentono predominanti le influenze dei suoni anni ’80 che tanto ci avevano emozionato nel lavoro precedente: qui gli arrangiamenti strizzano l’occhio – o l’orecchio – ai The Cure (Lucertole) mentre i testi ricalcano l’esistenzialismo Joy Division (1983), con alcune aperture ariose più vicine a David Bowie (Porno).

La copertina di Riverberi, secondo album de Il Fieno. Foto di Johanna Heikkilä

La copertina di Riverberi, secondo album de Il Fieno. Foto di Johanna Heikkilä

Con Galassie si procede in questo universo di palusibilità di fronte a situazioni paradossali che riportano alla memoria ricordi d’infanzia (ancora Lo Specchio di Tarkovskij) e prosegue sulle note malinconiche di 1983 e i ricordi disillusi di uno dei miei brani preferiti dell’album: Lucertole.

La malinconia è il sentimento predominante di tutto l’album. Fa quasi da filo conduttore tra i brani ed è il demiurgo a cui Bosetti (penna e voce del grupo) affida il compito di creare le immagini che si presentano violentemete al cospetto dello spettatore. Perchè Riverberi è un album estremamente immaginifico ma, soprattutto, espressione libera nella struttura e nella scrittura.

Già dal nome, Riverberi, ci accorgiamo che la linea musicale e quella testuale viaggiano nella stessa direzione, che poi non è una direzione, ed è rappresentata dal crogiolarsi nel caos. È il modo che ha Il Fieno di spalancarsi sul mondo prima di definirsi in forme stabili ed è evidente anche nel capovolgimento significativo in Canzone Semplice, una ninna nanna a se stessi che si apre con “io non voglio un figlio da proteggere” frugando subito ogni dubbio e creando una sorta di contrasto indefinito nell’ascoltatore; oppure in Porno dove vengono stravolte le considerazioni della sessualità, prendendo come riferimento la pornografia.

Altro topos dell’album è la riflessione intorno all’evento morte, trattato prima come esperienza ultraterrena e come pretesto per rifiugiarsi nei momenti passati e felici in Galassie e, poi, con la durezza e il rigore della emozionante e toccante Due Ragazzi Immaginari che lascia spazio agli ultimi due brani: Lotus, con il cui ritmo serrato si cambia parzialmente registro, e Levanto, che – pur ripercorrendo le sonorità precedenti – riporta la narrazione a una visione del presente più aperta e possibilista, verso una felicità che “sa di sangue” e che ci lascia fluttuare sospesi e inadatti, come vampiri in spiaggia, in questo limbo torvo e sepolcrale che è Riverberi, una finestra sull’esistenza.

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Antonio Pistone

Antonio Pistone

Classe '91 ma veramente poca (di classe, s'intende). Laureato in Giurisprudenza, mi piace il cinema, la brutta musica, i cappellini di lana colorati, gli odori che cambiano con il cambiare delle stagioni, collezionare libri (anche senza leggerli) e il Napoli.

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