Giovanni Caccamo, l’eterno che si consuma in fretta

0
La cover di Eterno, il nuovo album di Giovanni Caccamo

La cover di Eterno, il nuovo album di Giovanni Caccamo

Eterno, questo è il titolo del nuovo album di Giovanni Caccamo. Ha scelto un nome imponente e ambizioso, stavolta. Pretenzioso? Forse. Ma certamente adatto a raccontare un cambiamento importante, sebbene imprevisto. Caccamo, per il suo terzo disco, ha scelto un nome sfacciato, che non ha temuto di apparire immodesto: questo è stato il primo, evidente segnale di un’inedita presa di coscienza (e di sicurezza). E poi è arrivata la partecipazione al Festival di Sanremo (la terza in tre anni) con il brano omonimo. E non c’è stato più alcun dubbio: qualcosa è irrimediabilmente cambiato e le premesse di un incendio si sono spente in una debole folata d’aria.

Giovanni ha presentato una ballad d’amore, con un inizio sussurrato e un incedere via via sempre più incalzante. Niente di anomalo, fin qui, se non fosse che Eterno è un brano senza alcun guizzo di originalità, modesto, non memorabile. Ma Sanremo, si sa, è una vetrina. Una vetrina nazionalpopolare, è bene specificarlo. Coinvolge persone, generazioni e gusti diversi. Ma, soprattutto, ascoltatori diversi. C’è chi affila le orecchie e chi è distratto, chi s’accontenta di fischiettare un motivetto e chi approfondisce i testi, chi si lascia distrarre dai sensazionalismi e chi ne prende le distanze. L’arma per uscirne illesi è offrire un prodotto che soddisfi palati differenti, che sia coinvolgente e accessibile, immediato e riconoscibile, che funzioni subito e che duri nel tempo.

Caccamo e il suo entourage devono aver pensato che Eterno fosse la soluzione giusta. Perché queste caratteristiche, a una prima e distratta valutazione, ce l’ha. È un pezzo gradevole, forse vestito di retorica, ma con tutte le carte in regola per funzionare sul palco dell’Ariston.

È così che ho giustificato la scelta di proporre Eterno, ho pensato fosse un compromesso necessario per trainare un album di ben altra caratura. Ho voluto credere che il pezzo di Sanremo fosse un punto di partenza, mediocre ma funzionale. Non di certo la destinazione. Insomma, Caccamo ha dimostrato di saper fare di più di “Prendimi la mano, scappiamo via lontano / In un mondo senza nebbia, in un mondo senza rabbia / Chiusi dentro di noi, insieme io e te per sempre / Senza volere niente, a parte questo nostro naufragare e non cercare niente / Più niente a parte noi / E non capire niente, a parte che l’amore può salvare e non volere niente / Soltanto gli occhi tuoi, per sempre gli occhi tuoi”. Ha dimostrato di saper fare meglio.

Quindi ho ascoltato Eterno, l’album, tutto intero. E ho scoperto, con disappunto, che il pezzo di Sanremo non era affatto un caso isolato, non era nemmeno un’operazione (poco furba e, a conti fatti, fallita) per puntare i riflettori su Caccamo e permettergli di arrivare a un pubblico più ampio (perché, nonostante sia giunto al terzo disco, Giovanni è ancora in cerca di un brano che lo consacri). Non era un incidente di percorso o una svista, ma l’espressione più precisa dell’intero progetto, la sua sintesi perfetta.

Conoscere Eterno (la canzone) significa conoscere già in parte Eterno (il disco). L’album parla d’amore. Niente di nuovo, direte. Ma devo dissentire: l’amore è l’aspetto qualificante di questo disco, perché ne è il motore, la ragione, la partenza e l’approdo. In modo quasi asfissiante. In modo totalizzante. Non c’è altro. E, sia chiaro, non parla dell’amore, ma di un amore concreto, reale, vivo, declinato in tutte le forme possibili, accessibili e pensabili. Parlare d’amore è semplicissimo e, proprio per questo, incredibilmente difficile, perché il rischio di scadere nel retorico, nello stucchevole, nell’ovvio è dietro l’angolo. E Giovanni, per tutte le otto tracce, si muove in bilico tra la semplicità e il banale. In fondo tutte le opere d’arte, da che l’arte esiste, parlano di sentimenti, ma Caccamo fa qualcosa di più: ne esaurisce uno soltanto, lo racconta fino a consumarlo, con un vocabolario scarno, elementare, a tratti quasi semplicistico.

In foto, Giovanni Caccamo

In foto, Giovanni Caccamo

Cosa manca ai brani di Eterno? L’imprescindibile filtro dell’arte. Ogni racconto sembra scritto di getto, questo ne preserva la spontaneità, sì, ma ne limita la bellezza, la poesia, la profondità. Eterno fa, di Caccamo, un cantautore più accessibile al grande pubblico, ma meno interessante, peculiare e irripetibile. Ma qualcosa di buono (o più di qualcosa) in Eterno c’è: l’album, prodotto Taketo Gohara, che ha collaborato – tra gli altri – con Brunori Sas e Vinicio Capossela, è stato arrangiato da Stefano Nanni e registrato negli studi di Abbey Road con la London Session Orchestra. Tutti i pezzi, nati piano e voce, non sono stati snaturati e, con l’ausilio di archi e percussioni, hanno realizzato un disco orchestrale, sontuoso e raffinato. Tra le tracce, inoltre, spicca La sua figura, cover di Giuni Russo, che si apre con la voce di Giovanni accompagnata dal solo pianoforte, a cui poi si aggiunge il theremin e un coro di musica sacra.

Un merito, quindi, Giovanni ce l’ha: Eterno è un disco onesto, tutt’altro che furbo, si muove – indisturbato – nella direzione opposta di ciò che il mercato discografico odierno impone: niente elettronica, niente synth, niente revival. Da un punto di vista strettamente musicale, può vantare un pregio che pochi altri dischi hanno: non suona moderno, ma eterno. Non è figlio di un tempo limitato, nemmeno di una tendenza, ma affonda le sue radici nella (buona) musica leggera italiana. I testi, tuttavia, non rendono giustizia a un lavoro che avrebbe meritato una penna più incisiva, potente e intensa. I suoni scavano nella tradizione cantautorale italiana, le parole restano in superficie e sembrano la bozza di un disco che rimane un atto di coraggio a metà.

No, non credo che Eterno si ritaglierà un po’ d’eterno, ma lascerà Giovanni in panchina, in attesa di giocare la partita della sua vita, quella in cui potrà dimostrare il suo talento, senza confondersi tra gli altri. Ma non è nemmeno questa l’occasione giusta, purtroppo.

About author

Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

No comments

Potrebbero interessarti

Il cast di Das Kaffeehaus © Simone Di Luca

Das Kaffeehaus e l'attualità settecentesca

[caption id="attachment_11606" align="alignnone" width="1280"]

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi