Il filo nascosto dell'animo umano

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Daniel Day-Lewis ne Il Filo Nascosto, di Paul Thomas Anderson

Daniel Day-Lewis ne Il Filo Nascosto, di Paul Thomas Anderson

Paul Thomas Anderson e Daniel Day-Lewis è un binomio che si è già contraddistinto, con risultati eccellenti, ne Il Petroliere e che ritorna, clamorosamente, nell’ultimo film del regista americano e anche ultimo annunciato film dell’attore vincitore di tre premi Oscar. E torna con un film, Il filo nascosto, di rara complessità.

Riguardando alla filmografia del regista, questa mia affermazione potrebbe essere fuorviante, poiché Paul Thomas Anderson ci ha sempre abituato a trame ricche e spinose e personaggi oscuri che si alternano sulla scena come, in particolare, in Magnolia o Vizio di Forma. Il filo nascosto è, invece, caratterizzato da una complessità per sottrazione: il regista americano è riuscito nel suo processo di europeizzazione dimostrando una maturità, soprattutto nella scrittura, mai vista prima. Si scontra con il silenzio e il vuoto, non sembra temerli e non sembra aver bisogno di altro.

Che sia chiaro: Anderson è sempre stato un grandissimo sceneggiatore, oltre che uno dei migliori registi in circolazione, ma in questo film riesce a superare se stesso poiché non ci sono tutti quegli elementi a reggere la trama, tipici delle sue storie precedenti, eppure dà vita a un film mozzafiato. Questo è un lavoro scarno, pochi personaggi e quasi nessun colpo di scena (prima del finale, ma qui non saprete nulla da me). D’altronde la difficoltà e l’ambizione la si percepiscono fin dal titolo: il regista ha la pretesa di mostrare il filo nascosto di una storia d’amore e non può non venire in mente François Truffaut – e qui il filo con La mia droga si chiama Julie non è poi tanto nascosto.

Paul Thomas Anderson riesce a tenere in piedi due ore di rappresentazione con i silenzi, i vuoti, gli sguardi lunghi e le manie dei protagonisti. Certo, questo lo puoi fare quando hai a disposizione degli attori come gli attori del film in questione. Daniel Day-Lewis non lo scopriamo certo oggi ma preferisco sempre vederlo con gli occhi di chi lo scopre ogni volta che lo vede interpretare un ruolo diverso, soprattutto questo che sarà – come detto – l’ultimo (va bene Daniel però poi pensaci, poi torna). Al suo fianco una vera è propria scoperta: Vicky Krieps perfetta nelle sue imperfezioni, così come è perfetta nelle sue imperfezioni per diventare la musa di Reynolds Woodcock. Una donna che spaventa per la sua modernità, irriverenza e forza, sembra quasi calata dall’alto nel contesto degli anni ’50.

Daniel Day-Lewis e Vicky Krieps ne Il Filo Nascosto, di Paul Thomas Anderson

Daniel Day-Lewis e Vicky Krieps ne Il Filo Nascosto, di Paul Thomas Anderson

A proposito degli anni ’50, le manie perfezionistiche e narcisistiche del protagonista camminano sullo stesso binario di quelle del regista: scenografia e costumi da togliere il fiato tra vestiti (brutti, a dire il vero quasi tutti), auto, salotti mondani e clientele aristocratiche; la colonna sonora è opera di Jonny Greenwood che veicola l’emozione in ogni scena, vestendo i panni del demiurgo delle sensazioni dello spettatore; una fotografia che non ha un vero e proprio direttore, opera corale a detta dello stesso regista, che riproduce perfino lo sgranato delle pellicole; una regia di precisione maniacale che ci mostra un Anderson nel meglio del suo processo di maturazione.

Insomma un comparto tecnico impeccabile che si muove al servizio di una storia in cui Alma (Vicky Krieps) entra nella vita di Raynolds (Daniel Day-Lewis) e da musa si rivela poi pigmalione sentimentale del razionale e cinico sarto inglese. Sconfigge lo scetticismo dittatoriale e la gabbia d’oro della sorella Cyril Woodcock, una superba Leslay Manville, che sembra quasi diventarle complice nell’opera di sradicamento edipico del protagonista. Non siamo di fronte però al classico taglio del cordone ombelicale ma a una vera e propria regressione allo stato infantile che è il filo nascosto della sensibilità di Reynolds e diventerà, poi, quello della storia d’amore. Alma conosce bene la “ricetta” per assoggettare al suo amore il famoso sarto e la mette in pratica confidandosi, con le modalità di un’intervista, mentre scorre la storia sottomessa al suo punto di vista.

Il filo nascosto è un opera che lascia senza parole per la sua bellezza estetica, calcolata al millimetro. Lascia senza parole quando ci mette di fronte alle nostre debolezze nel finale, innescando quasi una sorta di rifiuto che è in realtà una divina inavvicinabilità. Perché di fronte a noi c’è un uomo – e non è Raynolds – che ci mostra l’intimità della debolezza, il filo che tutti abbiamo nascosto nelle fodere delle giacche, nel colletto o nelle cuciture del reggiseno e che è, quindi, inaccessibile.

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Antonio Pistone

Antonio Pistone

Classe '91 ma veramente poca (di classe, s'intende). Mi piace pensarmi come un “multipotenziale”, cosa parzialmente confermata dai tanti bivi che mi si sono palesati davanti, fino ad oggi, ma, per una sorta di maledetta contingenza, ho sempre preso la strada sbagliata. Studio Giurisprudenza, mi piace il cinema, la brutta musica, i cappellini di lana colorati, gli odori che cambiano con il cambiare delle stagioni, collezionare libri (anche senza leggerli) e esultare ai goal del Napoli.

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