Laura Pausini, tanto rumore per niente

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Dettaglio della copertina di Fatti Sentire, il nuovo album di Laura Pausini

Dettaglio della copertina di Fatti Sentire, il nuovo album di Laura Pausini

Laura Pausini ha pubblicato un nuovo album, si intitola Fatti sentire. Per presentarlo, ha scomodato il cielo. E non è affatto un modo di dire: ha radunato giornalisti, critici musicali e autori a bordo di un aereo e, nel tragitto tra Milano e Roma, ha raccontato la sua nuova fatica discografica. Grandi sensazionalismi, insomma, per un disco che sensazionale non lo è per niente.

Fatti sentire avrà pure toccato il cielo, ma resta un album con i piedi ben piantati per terra. E adesso vi spiego il perché, partendo da una premessa ovvia, probabilmente, ma non per questo trascurabile. Parlare di un disco (ma il discorso vale per la critica di qualsiasi forma d’arte, quando e se di arte si tratta, sia ben inteso) significa proporre un punto di vista inedito, che permetta di osservare la stessa cosa da una prospettiva nuova. A tale proposito, esistono due giudizi: uno soggettivo e uno oggettivo. Il primo è assolutamente opinabile, il secondo no. Per questo non parlerò dei brani di Fatti sentire, non dirò se – a mio avviso – siano belli o brutti, non è affatto interessante conoscere la mia opinione a riguardo. Perché è mia, appunto. Perché è un giudizio di gusto, nient’altro. Quello che voglio affrontare, invece, è un discorso oggettivo, probabilmente ben più complesso, ma funzionale a comprendere perché Fatti sentire sia un disco mediocre: non vi è alcuna traccia di evoluzione. E, sia chiaro, non basta inserire due o tre brani danzerecci, in mezzo ad una manciata di pezzi d’autore, per parlare di evoluzione. Non basta nemmeno esibire un acuto o improvvisarsi parolieri o musicisti.

Laura Pausini sul set del video di Non è detto, singolo di lancio di Fatti Sentire

Laura Pausini sul set del video di Non è detto, singolo di lancio di Fatti Sentire

Fatti sentire è una raccolta di quattordici canzoni che somigliano esattamente a ciò che la Pausini fa da una decina d’anni a questa parte, da quando, precisamente, Niccolò Agliardi, con il suo magistrale utilizzo delle parole, ha nobilitato il suo repertorio, scrivendo per lei Invece no e, da quel momento in poi, una serie di brani che nulla hanno a che fare con ciò che aveva proposto prima.

Era il 2008, la Pausini pubblicava Primavera in anticipo (in cui era contenuta, appunto, Invece no) e si realizzava, per la prima e ultima volta (almeno finora), la volontà di dare al suo repertorio un’impronta più profonda, con brani d’autore di un certo spessore, cantanti alla maniera della Pausini, certamente, ma erano pur sempre pezzi di una certa caratura, che nulla avevano a che fare con Resta in ascolto, E ritorno da te, Un’emergenza d’amore e altre deboli e melense espressioni d’amore pop.

Da lì, da quel disco di ormai dieci anni fa, un nuovo appiattimento, culminato nell’ultimo arrivato, Fatti sentire. Non c’è nessun cambiamento, nel nuovo disco, nessun passo in avanti: la Pausini è ancora una volta uguale a se stessa; non riconoscibile, che è prerogativa dei grandi, ma identica a sé, che è ben altra cosa. Ma l’arte, senza evoluzione, esiste? Me lo domando spesso e l’unica risposta che so darmi è che l’arte senza mutamento è un artificio. E gli artifici sono prodotti. E i prodotti sono bugie, a volte appetibili, altre ancora impercettibili. Ma restano pur sempre realtà verosimili, non vere.

L’arte non è altro che un filtro che eleva l’ordinario fino a renderlo straordinario, esalta i sentimenti, mitizza il quotidiano e lo veste d’altro, perché non resti alla portata di tutti, ma diventi qualcosa di più stratificato e intenso. L’arte è l’altra faccia della vita e, come la vita, non può restare uguale a se stessa per sempre, perché vivere implica il cambiamento.

Una cosa è certa: Laura piace perché è rassicurante, ostinatamente (e furbamente?) fedele a se stessa o forse soltanto a ciò che il pubblico le chiede. Di certo non si può negare che abbia uno stile peculiare e unico, questo è certamente un punto a suo favore. Il suo limite, tuttavia, si rende evidente quando la fedeltà a se stessa non le permette più di vestire compiutamente le parole che canta. Lo ribadisco: un conto è essere riconoscibile, avere un talento duttile, capace di raccontare penne diverse; un altro, invece, è offrire – a brani differenti – la stessa interpretazione, spesso assolutamente semplicistica.

Ci sono brani che necessitano di essenzialità, altri di intensità, altri ancora impongono che la voce e la sua potenza facciano un passo indietro per non vanificare un testo imponente. Cantare, per dire, Tra te e il mare e Mi tengo allo stesso modo, con la stessa intenzione, lo stesso approccio e una voracità pressoché simile, ridimensiona lo spessore di uno dei due brani, lo semplifica o addirittura lo appiattisce. Cosa ne resta? Probabilmente un’ottima esecuzione vocale (per chi la gradisce), ma le canzoni ne escono sminuite.

Laura Pausini sul set del video di Non è detto, singolo di lancio di Fatti Sentire

Laura Pausini sul set del video di Non è detto, singolo di lancio di Fatti Sentire

Sia ben chiaro, questo non vuol dire affatto che un interprete debba umiliare la propria unicità per somigliare a ciò che canta. Significa, piuttosto, che un interprete dovrebbe declinare la propria unicità in ogni direzione che decide di prendere, per restare fedele a se stesso, non uguale a se stesso.

Ma torniamo a Fatti sentire, un disco per cui Laura ha voluto produttori diversi: oltre a Paolo Carta, ci sono Rik Simpson, Dado Parisini, Ettore Grenci (già al fianco di Luis Fonsi e Marc Anthony e in questo caso, non a caso, produttore del brano Nuevo). Quanto agli autori, la Pausini si è avvalsa delle penne di Niccolò Agliardi, Edwyn Roberts, Tony Maiello, Cheope, Daniel Vuletic, Virginio Simonelli, Giulia Ananìa ed Enrico Nigiotti. Fatti sentire non segna un passo in avanti, l’ho detto, ma è un enorme calderone che tenta, piuttosto goffamente, di combinare insieme il genere che le è più congeniale, il pop melodico, e qualche sprazzo di ridondante modernità: per intenderci, dopo l’elegante Non è detto, singolo di lancio del nuovo progetto, arriva la già citata Nuevo, una sorta di Despacito all’italiana, un pezzo reggaeton da balera, che temo Laura ci proporrà quest’estate.

Non si fa in tempo a prendere una boccata d’aria con La soluzione, che subito dopo arriva E.STA.A.TE. E così via, Fatti sentire è un’altalena, a brani di spessore ne seguono altri assolutamente trascurabili, che spesso danno soltanto l’impressione di un riempitivo. Il tutto condito da un utilizzo della voce sempre sovrabbondante, anche dove non è affatto necessario. La voce è uno strumento e, in quanto tale, andrebbe dosato, misurato, calibrato per non essere semplice esibizione, pura spettacolarizzazione di un acuto, banale ostentazione di un talento. Perché il talento è un caso, può capitare a chiunque. L’uso che se ne fa lo qualifica e lo rende irripetibile.

 

La Pausini, anche stavolta, offre tutta la voce che ha a un disco che si trascina, che non propone niente di nuovo se non qualche pezzo ben confezionato per l’estate. Insomma, se pensa che evoluzione significhi mettere qui e là un motivetto orecchiabile, siamo distanti anni luce da un progetto pop di qualità.

Fatti sentire è un album che nasce stanco, senza alcun guizzo di originalità. È assai difficile dire se si tratti di un disco migliore dei precedenti, perché questo implicherebbe solo e soltanto un giudizio di gusto, legato ai singoli brani. È complicato, se non impossibile, proporre una critica oggettiva basata su una crescita, un miglioramento o soltanto un cambiamento riscontrato nell’album. Perché qui, di fatto, tutto questo non c’è. Ci sono quattordici canzoni, alcune belle, altre meno, questo non sta a me dirlo. Ma manca tutto il resto. Manca un concept di fondo che giustifichi l’assemblaggio di questi brani, un’evoluzione che conferisca a quest’opera l’appellativo “d’arte”, la voglia di sperimentare con la voce e con i suoni.

Manca più di qualcosa, perché Fatti sentire faccia venir voglia di farsi sentire. Manca tutto perché si faccia ricordare.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

1 comment

  1. Avatar
    JonnyORiley87 29 marzo, 2018 at 14:43 Rispondi

    Insomma, la Pausini, che eppure a me non piace molto, sono anni che ripropone la solita minestra Pop “modaiola” e senza un verso ben preciso, secondo me…

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