Levante, abbi sempre cura della tua onestà

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Levante in concerto a Roma, Auditorium Parco della Musica © partedeldiscorso.it / Jacopo Desantis

Levante in concerto a Roma, Auditorium Parco della Musica © partedeldiscorso.it / Jacopo Desantis

Roma, Auditorium Parco della Musica, 8 marzo 2018.

Le luci sono spente, il sipario disegna un cielo stellato, al di là del telo Levante, seduta su uno sgabello, imbraccia la sua chitarra. La sua voce, che parte da un sussurro, apre uno spiraglio che lascia intravedere una verità imprescindibile, essenziale, senza alcun artificio. C’è un mondo, dietro quella tenda, che ha fatto a pugni con la rabbia, senza lasciarsi imbruttire. C’è un mondo, lì dietro, che ha fatto pace col suo disordine. C’è un volto che ne contiene tanti, una carezza che è figlia di schiaffi, un abbraccio che conosce il sapore aspro della solitudine. C’è una vita, con tutti i prezzi e i pesi che sopporta per dirsi viva.

Me ne accorgo subito, ce ne accorgiamo subito. Nessuno osa cantare, mimiamo le parole di Caos, ma emettiamo solo aria. Il nostro silenzio, educato e attento, significa che abbiamo capito che dobbiamo averne cura, che non possiamo distrarci, non possiamo nemmeno lasciarci scappare una parola. Perché non importa a quanti concerti di Levante abbiamo assistito, questo merita una menzione d’onore e un racconto che lo attraversi in punta di piedi, consapevole di non poterne restituire la bellezza, ma soltanto la sensazione di pace che evoca.

Da questo spettacolo non si esce con le fronti sudate e i piedi stanchi, ma con la gola asciutta e le braccia attraversate da un fremito. Levante canta “Metà di me non sa più dove vorrebbe andare, l’altra vuole restare” e queste sue parole, sentite già altre volte, adesso volano senza peso, eppure non sono affatto leggere. Hanno lasciato a terra lo sconforto e l’insoddisfazione e sono l’espressione di un equilibrio raggiunto con tenacia, determinazione e carattere.

Il primo brano è finito, ma è già tutto chiaro: della rabbia è rimasta soltanto la consapevolezza che sia stata necessaria; del caos, invece, la gratitudine di essersi rivelato un pretesto di verità, non un nemico da abbattere, ma un’occasione da rischiare senza temerne la sconfitta.

Levante in concerto a Roma, Auditorium Parco della Musica © partedeldiscorso.it / Jacopo Desantis

Levante in concerto a Roma, Auditorium Parco della Musica © partedeldiscorso.it / Jacopo Desantis

È la volta di Alfonso, le mani iniziano a battere a tempo, le bocche a cantare. Gli archi, come ospiti imprevisti, si insediano tra i suoi ritmi incalzanti e ne smussano i contorni. L’esito, del tutto inaspettato, ci lascia un buon sapore in bocca. Ormai è evidente: se anche Alfonso, da che era irriverente, ha imparato a vestirsi di grazia, pur restando lo stronzo di sempre, allora tutto è possibile.

È il turno di Diamante. Il sipario è intatto, non abbiamo ancora visto il suo sguardo, ma ne abbiamo già riconosciuto la voracità, la sua sagoma si muove sicura, la sua voce ingoia le nostre, che timidamente tentiamo di intonare il ritornello. Su La rivincita dei buoni, però, torniamo ad ascoltare in religioso silenzio. “Resterò l’unico mostro da battere a colpi di carta e di inchiostro. La mia antagonista porta il mio nome, che vinca il migliore”, canta lei. E lo spettacolo tocca uno dei suoi picchi più alti di intensità.


La Levante viscerale dei club lascia spazio a una artista delicata e raffinatissima, in alcun modo snaturata, ma cresciuta, forte delle esperienze fatte, pronta a indossare un volto inedito, che contiene, riassume e valorizza quelli passati.


Non si è ancora abbassato il telo, ma abbiamo già capito che il talento di Levante ha un pregio che prima avremmo potuto soltanto intuire: è duttile, capace di non lasciarsi mortificare dalle circostanze, ma di dare una forma personale e riconoscibile al palco a cui si presta, al pubblico a cui si offre, agli arrangiamenti di cui si veste. La Levante viscerale dei club lascia spazio a una artista delicata e raffinatissima, in alcun modo snaturata, ma cresciuta, forte delle esperienze fatte, pronta a indossare un volto inedito, che contiene, riassume e valorizza quelli passati.

Tocca a Io ti maledico, il sipario cade giù e, con lui, qualsiasi inibizione: il pubblico è in visibilio, canta a squarciagola, si muove sulle sedie rosse del teatro. Ormai ha imparato a far parte di questo spettacolo. Non c’è più un filtro che ci separa dalla sua vita, ora è in mezzo a noi, ci stringe a sé e ci rende partecipi dei suoi racconti più intimi. Quanti siamo? Forse mille, ma sembra di essere da soli, ognuno con se stesso e con le storie che Levante racconta.

Le lacrime non macchiano ha una nuova veste, gli archi ne hanno mitigato l’incedere e le hanno donato grazia e armonia. Vorremmo cantare, ma alla fine lasciamo che ci attraversi come se non l’avessimo mai sentita prima. “Le lacrime non macchiano, non se ne accorgerà nessuno che ho pianto come un cane per averti” non è più un grido disperato, ma un soffio di malinconia. Ma non è finita qui, perché tocca a Finché morte non ci separi: Levante torna a sedersi sul suo sgabello e lascia che il brano scorra davanti ai nostri occhi come fosse una pellicola d’altri tempi. È magnetica e commovente.

Levante in concerto a Roma, Auditorium Parco della Musica © partedeldiscorso.it / Jacopo Desantis

Levante in concerto a Roma, Auditorium Parco della Musica © partedeldiscorso.it / Jacopo Desantis

Un lungo applauso ci conduce a Sentivo le ali: la sua interpretazione è magistrale, la nostra risposta è puntuale. Dopo un’apnea durata tre brani, torniamo a respirare con 1996 La stagione del rumore, battiamo le mani a tempo, improvvisiamo un coro, applaudiamo con forza. È la volta di Sbadiglio, il ritmo resta sostenuto. Arriva la nuova, emozionante versione di Cuori d’artificio, più delicata, ma non meno d’impatto. Torniamo ad ascoltare con attenzione, senza sapere che Levante sta per condurci in un posto inedito e inatteso. Cala il sipario, ma non copre tutto il palcoscenico, stavolta. È soltanto una striscia di telo che la confina in pochi metri, lei si piega e intona i primi versi de Le parole che non dico mai, brano scritto e composto per Rita Bellanza. L’interpretazione che ne offre è teatrale e profonda. Stretta in una fascia di stoffa e luce, piegata su se stessa, canta con trasporto un brano che ha i suoi connotati, i suoi spigoli, la sua forza.

Abbiamo perso il conto di tutti i momenti degni di nota della serata. E non facciamo in tempo a pensarci, che torna a rialzarsi e a percorrere tutto il palcoscenico sulle note di Non me ne frega niente. Le nostre voci si alzano in coro e accompagnano anche l’esecuzione di Tutti i santi giorni. È un’altalena, il Caos in teatro di Levante: non si fa in tempo a tirare un sospiro di sollievo, che il brano successivo ci accompagna a conoscere un’inedita espressione della sua intimità. I brani di sempre non hanno soltanto un volto nuovo, ma una consapevolezza nuova.

Se è vero che l’onestà non ha le ore contate, le sue canzoni ne sono la prova. In questa nuova veste, non sono soltanto piacevoli da ascoltare, ma spogliano verità che altrimenti sarebbero rimaste intatte. Il dolore e la mancanza, che finora avevano avuto il ritmo di un cuore che pulsa di rabbia, ora mostrano il coraggio di chi ha saputo attraversarli senza lasciarsi sfigurare. Levante è diventata grande ed è rimasta viva, padrona di se stessa, ma non delle sue emozioni.

È il turno di quella che lei definisce “la grande assente”: Le margherite sono salve, che è tornata per occupare un posto d’onore nella scaletta del Caos in teatro. Precede Santa Rosalia, che prepara il pubblico a Io ero Io. Lei canta “Sei il male di me, c’ero io tra le tue lacrime” e noi non riusciamo a trattenere la voce. E allora cantiamo, perché poi arriva Memo e stare in silenzio è impossibile.

Su Gesù Cristo sono io torna a imbracciare la sua chitarra, il pubblico è in delirio. Sembra che sia finito, riprendiamo fiato, anche se continuiamo ad applaudire a luci spente. Ma Levante torna in scena, non sul palco, stavolta, scende in platea e sceglie un ragazzo tra il pubblico. Lo porta con sé, gli chiede di sedersi di fronte a lei e, con il solo ausilio della chitarra, intona Ciao per sempre. «Non farò retorica», dice, «Ho scelto uno di voi, ma era un modo per abbracciare tutti».

È il turno di Duri come me, in una versione acustica ed essenziale. Siamo quasi alla fine, tocca a Pezzo di me. Ma a chiudere è Abbi cura di te, che suona come un abbraccio commosso, un atto di fedeltà al bello. Ci alziamo e applaudiamo, qualcuno urla un complimento, qualcun altro si fa spazio per raggiungere il palco. Tutti, nessuno escluso, guardiamo i titoli di coda, consapevoli di aver assistito a qualcosa di più intenso e stratificato di un semplice concerto. Abbiamo partecipato alla consacrazione di un talento puro. Abbiamo fatto parte del racconto di una vita, che si è compiuta nel momento esatto in cui si è prestata al suo pubblico.

Levante ha fatto, del suo caos, la sua espressione più bella, più pura, più convinta. L’ha declinato in tutte le forme possibili, gli ha dato tutti i volti di cui è capace, gli ha prestato tutte le parole che ha collezionato. E gli ha concesso la sua verità, sofferta, unica, irriducibile, con la fiducia di chi sa di non essersi mai tradito.

Le luci del palcoscenico sono spente, il teatro è ormai vuoto, le poltrone rosse sono di nuovo in perfetto ordine. Del concerto appena trascorso, mi sono rimasti pochi video sul cellulare e la consapevolezza di aver partecipato a un racconto sincero, trasparente, senza artifici. Conoscevo l’artista, stasera ho conosciuto la donna. Si somigliano esattamente. E questo, lo so per certo, è il pregio di chi è onesto. Questo è il pregio di chi è nato artista e non può far altro che assecondare la propria natura.

Alla prossima, Levante. Abbi sempre cura di te.

About author

Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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