Voglio la neve qua ad Aversa: nella memoria dei reclusi dell'OPG

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Foto delle pareti dell'opg di Aversa, protagoniste del saggio Voglio la neve qua ad Aversa. Scrivere sui muri dell'ospedale psichiatrico giudiziario (Adolfo Ferraro, edito da Sensibili alle foglie)

Foto delle pareti dell’opg di Aversa, protagoniste del saggio Voglio la neve qua ad Aversa. Scrivere sui muri dell’ospedale psichiatrico giudiziario (Adolfo Ferraro, edito da Sensibili alle foglie)

Aversa, nel manicomio – lager violenze e scontri mortali Così scriveva La Repubblica quel 1 marzo 1986. A distanza di oltre trent’anni quella porta sul manicomio, sugli opg, sulla sanità mentale resta socchiusa, incerti se aprirla o chiuderla definitivamente.

Nel saggio di Adolfo Ferraro, Voglio la neve qua ad Aversa. Scrivere sui muri dell’ospedale psichiatrico giudiziario, edito da Sensibili alle foglie, possiamo scegliere se aprire o chiudere, in modo consapevole, quella porta. Poche parole per presentare quella che attualmente è la condizione di questo spicchio di società del quale cerchiamo di negare l’esistenza. Se nessuno ne parla, nessuno lo sa e dunque, quasi quasi, non esiste.

Invece l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa esiste, è esistito e i suoi muri parlano. Ermanno Corsi, giornalista del quotidiano sopracitato, scriveva:

Ne parlano come di un lager, con i detenuti che si aggrediscono, si picchiano a sangue, si uccidono. In meno di dieci giorni ne sono stati ammazzati tre.

Le cose sono cambiate ma in quanti lo sanno? Molti giornalisti si sono occupati della storia di Aversa, così come di tanti altri comuni che più che case di accoglienza per pazienti psichiatrici sembravano rispecchiarsi in quei vecchi modelli di manicomio tanto combattuti da Basaglia. Fondato nel 1813 da Gioacchino Murat, è il primo manicomio in Italia. Oggi non ne resta che un luogo abbandonato che chiede ossigeno e dignità. E una ripulita, magari.

Nel libro però non vi sono storie raccapriccianti che tanto piacciono agli italiani; non ci sono immagini di corpi irrigiditi o di torture. Non troverete una trasposizione letteraria di quei programmi tv dove si parla anche di questo, a volte.

Troverete la storia, gli articoli legislativi, il percorso che ha portato questa struttura a essere un manicomio, un ricovero, un carcere e per finire un deposito di occhi non ancora vitrei. Un testo accurato nel suo essere generico, che prepara il lettore alla comprensione delle immagini che si abbatteranno su di lui.

Foto dell'opg di Aversa, di cui tratta il saggio Voglio la neve qua ad Aversa. Scrivere sui muri dell'ospedale psichiatrico giudiziario (Adolfo Ferraro, edito da Sensibili alle foglie)

Foto dell’opg di Aversa, di cui tratta il saggio Voglio la neve qua ad Aversa. Scrivere sui muri dell’ospedale psichiatrico giudiziario (Adolfo Ferraro, edito da Sensibili alle foglie)

Sembra molto drammatico, ma è questo l’effetto che fa. Proprio per l’assenza di quelle immagini tipiche che conosciamo. Non ti aspetti di veder parlare i muri, piuttosto ti aspetti qualche urlo, qualche alienato di Géricault, visi contratti dalla patologia o quelli che si sono arresi al fatto che sono detenuti senza motivo. E invece ci sono muri, muri e ancora muri. Raccontano delle vite passate in quelle stanze, degli amori non corrisposti e di quel dio che non ascoltava le loro preghiere.


Ero in Spagna e poi mi sono ritrovato in carcere. Non ho cancellato, mi hanno cancellato. Moglie, figli? Che ne so. Non ho nessuno. Non so chi sono, mi hanno dato un nome, io me ne ricordavo un altro, ma dicono che fa parte di un delirio.


Bisogna ammettere che quel che successe per anni ad Aversa non è ancora chiaro. Giustificabile, direi, visto che neanche la Legge che tutto può è in grado di chiarire la posizione di queste strutture. Un OPG non è un manicomio, non è un carcere e neanche un ospedale.

Passare dal manicomio all’OPG è un attimo. Costruire nuove ale dedicate è un attimo.

Non è stato un attimo però la divisione fra internati e detenuti. E dunque ad Aversa un detenuto era internato, ma un internato era anche detenuto. Ci si chiede per quale motivo non ci fosse una netta distinzione fra queste due celle sociali e credo che la risposta sia nelle nozioni che ci fornisce Adolfo Ferraro. Il caos costante, quelle leggi a metà, nessuno in grado di occuparsi – anche ora che è morta – della struttura. E così diventava pian piano un deposito, infermieri e guardie che traghettavano malati e detenuti da una parte all’altra dimenticandosi di fare la differenza. Ed ecco qui come l’iperattività veniva accompagnata dall’impulso omicida di un vicino di letto.

Oggi non restano che muri parlarti, oggetti in grado di raccontare la vita di quegli uomini, moderni primitivi, in cerca di redenzione e di cure e di una pillola di comprensione da condividere.

Nel 2012 qualcos’altro restava nella struttura. Nonostante nuove leggi, nonostante i movimenti, i politici e team di esperti, alla fine qui restano coloro i quali non hanno un posto dove andare. Una casa ce l’hanno magari, sia chiaro. Ma per la legge, in assenza di strutture di accoglienza, in assenza di permessi, di giudici e avvocati, nessuno può uscire. Anche se in fondo per gli psichiatri sei in grado di badare a te stesso, anche se la tua pena l’hai scontata.

Non importa che tu abbia finito o meno gli anni di prigione, tu qui ci resti e forse ci muori pure.

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Ylenia Del Giudice

Ylenia Del Giudice

Classe '89, romana. Appassionata dell'arte in generale, di mercatini e di tutto ciò che non conosco, lavoro in una tipografia tra inchiostri e grafiche. Non amo affatto le imposizioni e mi piace sperimentare perché mi annoio spesso. Dormo poco, bevo tanto caffè e sono una fan dei telefoni spenti.

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