Sanremo Young, la solita minestra (stavolta neanche riscaldata)

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In foto, Antonella Clerici, conduttrice di Sanremo Young

In foto, Antonella Clerici, conduttrice di Sanremo Young

I programmi musicali per bambini e ragazzi, negli anni, hanno cambiato nome, giuria, rete televisiva, ma non identità. Prima c’era Ti lascio una canzone, poi Io canto, adesso Sanremo Young. Prima a gareggiare erano i più piccoli, certamente più adatti allo Zecchino d’oro che ai brani di Don Backy, oggi gli adolescenti. Prima il metro di giudizio era l’applauso in sala, adesso l’incremento dei followers su Instagram. Prima non c’erano le eliminazioni, ora l’ultimo in classifica se ne va dritto a casa. Ma, in buona sostanza, Sanremo Young è l’ennesima dimostrazione di come possa essere deleterio e fallimentare un format che affida – a ragazzini inconsapevoli ma nient’affatto sprovveduti (e ora arrivo a spiegare il senso di questo ossimoro) – brani di imponente caratura, cantati con una sicurezza (e un’arroganza) che lascia interdetti; il pubblico medio del venerdì sera di Rai 1 sembra apprezzare, così la trasmissione continua, indisturbata, a proporre numeri da circo per gente che si lascia impressionare.

Ma veniamo a quanto appena detto: i concorrenti di Sanremo Young sono inconsapevoli, questo significa che, per motivi cronologici, non hanno e non possono avere piena consapevolezza dei brani che cantano, per loro sono poco più che esercizi vocali, pura e mercificata esibizione di acuti ed estensione. Tuttavia, dicevo, sono tutt’altro che sprovveduti, sono passati quasi vent’anni dall’avvento dei talent, più di dieci dalla prima puntata di Ti lascio una canzone: sanno bene che un format del genere offre un’enorme visibilità, sono consapevoli del fatto che, al di là della telecamera, ci siano milioni di persone e migliaia di nuovi followers. I concorrenti di Sanremo Young, per intenderci, sono i cosiddetti “nativi digitali”, conoscono il mondo del web meglio (e più da vicino) di quanto possano conoscerlo gli addetti ai lavori del programma.

In foto, Matteo Markus Bok, uno dei concorrento di Sanremo Young. Apre il tour in Germania, Slovenia e Austria del musical Disney Soy Luna

In foto, Matteo Markus Bok, uno dei concorrento di Sanremo Young. Apre il tour in Germania, Slovenia e Austria del musical Disney Soy Luna

Sanremo Young, tuttavia, ha tentato goffamente di differenziarsi dai suoi predecessori: i concorrenti, infatti, sono dodici giovanissimi talenti dai 14 ai 17 anni, chiamati a interpretare brani scritti da grandi autori ed eseguiti da artisti italiani e internazionali, in gara o ospiti a Sanremo, nelle sessantotto edizioni del Festival. A giudicarli vi è l’Academy – una giuria eterogenea e piuttosto disorientante, composta da Mara Maionchi, Rocco Hunt, Iva Zanicchi, Marco Masini, Cristina D’Avena, Angelo Baiguini, Mietta, Elisabetta Canalis, Ricchi e Poveri e Baby K – l’orchestra, gli artisti stessi e il pubblico da casa, tramite il televoto.

Il meccanismo dello showdown, in mano all’ospite speciale della puntata, consente il salvataggio di due cantanti, tra gli ultimi quattro della classifica, che vengono così promossi alla settimana successiva. La decisione viene presa solo dopo aver visionato le esibizioni dei quattro giovani talenti a rischio. Al termine di ciascuna serata, dunque, vi è l’eliminazione definitiva. Di fatto, però, Sanremo Young è un enorme calderone che unisce, in modo semplicistico e distratto, le regole e le caratteristiche salienti di tutti i talent che l’hanno preceduto: c’è un po’ di Amici di Maria De Filippi e un po’ di X Factor, c’è la formula di Sanremo (i ragazzi eseguono i brani accompagnati da un’orchestra) e il palco dell’Ariston a giustificarla, l’impostazione classica di Ti lascio una canzone e quella più pop e svecchiata di Io canto.

Non c’è nulla che giustifichi un programma che nasce vecchio, annoiato, obsoleto. Non basta il fare materno e rassicurante di Antonella Clerici, nemmeno quello schietto di Mara Maionchi, figuriamoci quello innocuo e accomodante di Elisabetta Canalis: Sanremo Young è un prodotto di facile consumo, mercifica il talento  giovane e acerbo di dodici ragazzini, che pensano di usare il mezzo televisivo, mentre – di fatto – ne sono vittime. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: cantano, in modo sprezzante, dei brani che appartengono ad altre generazioni e che, di conseguenza, soddisfano i palati del pubblico del venerdì sera di Rai 1; la giuria offre giudizi tenui, perché è pur sempre uno show Rai, perdipiù fatto da adolescenti, il politically correct è un mantra da tenere sempre ben presente (il voto più basso dell’Academy finora è stato sette, per intenderci, rare volte sei).


Uno spettacolo giovane, dunque, che di giovane non ha nulla. Ad eccezione dei suoi protagonisti, è chiaro, interrogati – prima di ogni esibizione – su quanti followers siano arrivati in seguito al loro passaggio televisivo.


Uno spettacolo giovane, dunque, che di giovane non ha nulla. Ad eccezione dei suoi protagonisti, è chiaro, interrogati – prima di ogni esibizione – su quanti followers siano arrivati in seguito al loro passaggio televisivo, come se l’aumento di seguaci su un social network sia il giusto riconoscimento a un talento. Sanremo Young utilizza i giovani e in cambio offre l’effimero, ciò che più andrebbe combattuto tra gli adolescenti di oggi: l’idea insana che avere tanti followers sia un mestiere, che basti apparire per essere, che – ad appena quattordici anni – non serva più studiare, ma ostentare un talento che è ancora immaturo e in piena evoluzione.

È vero che i ragazzi non sono affatto sprovveduti, ma si tratta pur sempre di adolescenti, non sanno che, calato il sipario sul programma, rimarranno con un pugno di seguaci in mano e una “carriera” che, per realizzarsi, richiederà ancora tanto impegno, costanza e determinazione. Tra poco meno di un mese, quando la trasmissione sarà finita, inizierà la fatica vera, quella che non verrà filmata dalle telecamera, non ci saranno i dieci di Iva Zanicchi o i pianti commossi di Mietta. Ci sarà quello a cui non sono stati preparati, perché il successo è abbagliante a ogni età, figuriamoci a quattordici anni. Figuriamoci quando santificano il tuo talento come se non ne avessero mai visto uno simile, salvo poi dimenticarti a telecamere spente.

Sanremo Young era dunque necessario? Non credo proprio. Lascerà una traccia? Non penso. Ha portato una ventata d’aria agli ascolti del venerdì sera di Rai 1? Così pare.

Che dire, in conclusione? Era meglio far cantare gli artisti presenti in giuria, accorsi al cospetto di Antonella Clerici per ottenere un rilancio. Perlomeno loro conoscono i rischi del mestiere, sanno che i riflettori possono spegnersi da un momento all’altro, anche quando meno te lo aspetti. Soprattutto quando meno te lo aspetti.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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