Toni Iwobi: nero e leghista

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In foto, Toni Iwobi, primo senatore nero

In foto, Toni Iwobi, primo senatore nero

Pochi giorni fa Toni Iwobi è diventato il primo senatore nero della Repubblica e questa notizia ha suscitato particolare interesse perché Iwobi è un militante della Lega da 25 anni.

Così questo primato di integrazione culturale va agli stessi che davano dell’orango alla ministra Cécile Kyenge, gli stessi che vendono i “Negrettini” ai comizi di Salvini, gli stessi che al coro degli antifascisti «studiate, studiate» rispondono con «duce, duce», gli stessi che un mese fa giustificavano la tentata strage dell’ex candidato Lega Luca Traini a Macerata scaricando la colpa sull’“immigrazione fuori controllo” e sempre gli stessi che ai comizi facilmente si lasciano andare a insulti razzisti e saluti fascisti.

Insomma, la Lega ha alle spalle una solida reputazione di intolleranze, eppure porta al Senato Toni Iwobi, un ossimoro vivente, un nero leghista. Perché?

Parte prima: un nero può essere razzista.

La logica è la stessa di chi dice “non sono razzista, ho un sacco di amici neri” o il più famoso “non sono omofobo, ho un sacco di amici gay”. Iwobi è la strategia comunicativa della lega per rispondere alle accuse di razzismo. Se ve lo dice un nero che non siamo razzisti, allora dovete crederci. Se non si offende lui che è nero, perché dovresti offenderti tu bianco antirazzista che di discriminazioni per il colore della pelle non ne hai mai subite? Giusto? Sbagliato!

Toni Iwobi è solo una delle tante conferme per cui non basta essere neri per essere antirazzisti, così come non basta essere donne per essere femministe, non basta essere trans per non essere transfobici e così via.

Giusto un esempio che rimanda a una strategia comunicativa molto simile.

Siamo nel gennaio 2011, subito dopo il caso Ruby Rubacuori, dopo un periodo in cui gli scandali sessuali di Berlusconi avevano fatto impazzire i media con Noemi Letizia, Patrizia d’Addario, le “olgettine”… Per qualche settimana Berlusconi pensa bene di affidare la sua difesa mediatica solo a donne del Pdl: manda Maria Stella Gelmini a Porta a Porta, Anna Maria Bernini a Ballarò, Daniela Santanché ad Annozero, Nunzia de Girolamo in diversi telegiornali.

In foto, Silvio Berlusconi e Daniela Santanchè

In foto, Silvio Berlusconi e Daniela Santanchè

In questo caso la logica è quella del “non sono sessista, ho un sacco di amiche donne”. Tutte donne pronte a difendere vigorosamente l’allora premier e tutte con le stesse argomentazioni: la persecuzione da parte della magistratura, le menzogne dei media, la violazione della privacy, la presunzione di innocenza.

Le stesse scuse erano state usate dagli uomini del Pdl ma, pronunciate da figure femminili, erano arricchite da testimonianze personali su Berlusconi “premuroso e corretto con le donne” e da commenti sul non sentirsi offese in quanto donne dallo stile di vita del Presidente del Consiglio. Quindi l’implicito è: se non si sente offesa una donna, perché dovrebbe un uomo?

Ma queste signore del Pdl non avevano nulla a che fare con la battaglia per le pari opportunità ed essere donne non le qualifica per poterne parlare. Esattamente come le origini nigeriane di Toni Iwobi non hanno nulla a che fare con l’antirazzismo.

Se razzismo vuol dire pensare prima agli italiani, allora io lo sono orgogliosamente.Toni Iwobi, 2015
Toni Iwobi a un comizio della Lega, sulla maglia e sul leggio lo slogan "Stop invasione"

Toni Iwobi a un comizio della Lega, sulla maglia e sul leggio lo slogan “Stop invasione”

Questo ci porta alle magliette “Stop invasione” indossate dal neosenatore, all’urlo ai comizi “aiutiamoli a casa loro” e altro materiale per esilaranti parodie e meme. Uno dei più diffusi sui social consiste nell’associazione tra Iwobi e Stephen, il capo della servitù di Leonardo di Caprio nel film Django Unchained di Quentin Tarantino.

In alto, Toni Iwobi e Matteo Salvini. In basso, Samuel L. Jackson e Leonardo Di Caprio in Django Unchained

In alto, Toni Iwobi e Matteo Salvini. In basso, Samuel L. Jackson e Leonardo Di Caprio in Django Unchained

Parte seconda: il razzismo di un nero non è più grave del razzismo di un bianco.

Appurato che il razzismo non è un privilegio dei bianchi, bisogna estirpare l’idea che vada bene incolpare più duramente un nero razzista rispetto a un bianco razzista.

Se razzismo è trattare qualcuno differentemente in base al colore della sua pelle, allora è razzista anche chi fa una colpa maggiore a Iwobi di essere un nero leghista rispetto alla colpa che ne farebbe a un bianco. Suddetta ipotetica persona, starebbe usando due pesi e due misure per condannare lo stesso comportamento, di fatto discriminando a sua volta in base al colore della pelle.

Questo concetto si applica a ogni tipo di discriminazione perché ci si aspetta che la parte discriminata combatta per la sua emancipazione, ma non sempre questo succede, infatti Stephen Toni Iwobi si schiera dalla parte dell’“oppressore”.

Iwobi, nel 2018, indigna in quanto nero, perché da nero non gli è concessa la discriminazione. Ma tutte queste polemiche altro non sono che il riflesso di una società tanto impregnata dal razzismo da non saperlo più distinguere. Una società che condanna Iwobi su due fronti: essere nero ed essere leghista. E senza una di queste due caratteristiche, non ci sarebbe notizia.

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Milena Vesco

Milena Vesco

Nata ad Alcamo, in una Sicilia troppo lontana dal suo modo di essere. Ha preso molto sul serio il fatto che "in principio era il Verbo" e adesso studia Comunicazione a Bologna. Il suo obiettivo principale è diventare ogni giorno se stessa.

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