C’è sempre un buon motivo per parlare di Carmen Consoli

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Carmen Consoli con la violinista Emilia Belfiore e la violoncellista Claudia Della Gatta, con cui ha registrato Eco di Sirene

Carmen Consoli con la violinista Emilia Belfiore e la violoncellista Claudia Della Gatta, con cui ha registrato Eco di Sirene

Non credevo sarebbe stato necessario parlare di Eco di sirene, il nuovo disco di Carmen Consoli. Perché è una raccolta di vecchi successi, innanzitutto. E poi perché si tratta di un live, sebbene inciso in studio, in presa diretta, con gli stessi arrangiamenti e suoni del tour Eco di Sirene (che vanta oltre sessanta date in Italia e in Europa) e la medesima formazione: Emilia Belfiore al violino e Claudia Della Gatta al violoncello.

Invece, inaspettatamente (ma non troppo, perché è pur sempre di Carmen Consoli che stiamo parlando), è necessario. Sì, perché Eco di sirene non è un riempitivo, un prodotto di facile e immediato consenso che serve a colmare lo spazio vuoto tra un disco di inediti e un altro. Non è nemmeno un best of celebrativo o un concerto fedelmente riportato su disco. È un progetto. C’è un’idea. E ci sono il gusto, la raffinatezza e l’arguzia a cui Carmen ha abituato il suo pubblico. E poi una crescita; o, per meglio dire, un’evoluzione. Quello che è riuscita a fare la Consoli è qualcosa di ben più complesso e rischioso di una reincisione di vecchi brani, che – di fatto – è una formula ormai ampiamente sdoganata. È riuscita a dar loro un punto di vista inedito, a volte più sofferto, altre volte disincantato, sagace se necessario, ironico perlopiù. Ha dato, ai brani che ha scritto e composto negli ultimi vent’anni, il volto, la voce, le consapevolezze dell’artista che è diventata. E poi la tenerezza, il sarcasmo, la coscienza di una musicista che è stata ed è orgogliosamente donna e adesso anche madre.

La copertina dell'ultimo album di Carmen Consoli, Eco di Sirene

La copertina dell’ultimo album di Carmen Consoli, Eco di Sirene

Le storie che racconta sono quelle di sempre, ma sono scorci di vita guardati da un punto di vista nuovo, quindi svelano sensazioni nuove. A conferma del fatto che Carmen – che piuttosto che stare al passo coi tempi ha sempre preferito restare fedele ai suoi tempi – ha scritto brani coerenti con la sua natura, con la sua onestà intellettuale, artistica e umana. Brani che, con qualsiasi veste, hanno una verità imprescindibile da raccontare. Brani che, a distanza di anni, hanno la stessa potenza comunicativa. Brani che non rimandano a un altro tempo, decennio o gusto, ma che sanno essere attuali.

Carmen, che forse alla moda non è stata mai, può concedersi il lusso non comune di essere un’artista senza tempo, senza confini e, soprattutto, senza scadenza. Ed Eco di sirene lo dimostra, perché le stesse canzoni di sempre, rivisitate in chiave acustica, non risultano semplicemente rinnovate (cosa che accade agli artisti che, in occasione di un best of, arrangiano i brani del proprio repertorio con suoni dal gusto corrente), ma intramontabili.

No, non è un disco prudente, perché a dispetto dei tempi che viviamo – che impongono arrangiamenti sovraccarichi – Eco di sirene ha un suono minimale, gioca di sottrazione, toglie anzicché aggiungere, spoglia anzicché riempire. I brani tornano ad essere corpi nudi e si vestono di pochi indumenti, nessun accessorio, nemmeno l’ombra di un trucco, di un artificio. C’è la chitarra di Carmen, che padroneggia con singolare destrezza, con il suo suono pulito, autentico, intenso. E poi soltanto violino e violoncello, per concedere ai pezzi una forma più ariosa e trascinante. È un disco che sa essere lieve e tagliente, ma sempre ammaliante, perché la sua voce, oggi più matura e densa, offre ai brani una intensità nuova e, a volte, persino una forma meno arrabbiata e impetuosa.

Le canzoni non ne escono affatto snaturate, ma – come anticipavo – sembrano panorami già noti, osservati da prospettive diverse: quindi dall’irruenza è possibile ricavare la tempra, dall’ironia la disillusione, dalla malinconia la tenerezza. All’interno del disco, inoltre, sono presenti due inediti, Uomini topo e Tano, pezzi intrisi della proverbiale ironia a cui Carmen ci ha abituato. Un’ironia amara, affilata, intelligente, mai prevedibile o pedante. Due racconti che indagano le falle dell’animo umano, la difficoltà di essere e restare umani, di non lasciarsi compromettere dalle disarmonie dei nostri tempi. E se Uomini topo è un’arguta considerazione su quanto la mancanza di empatia ci allontani dai nostri simili (“Preso in tempo il razzismo non è mortale”), Tano, brano in dialetto siciliano, racconta la storia di una donna sottomessa alla figura del proprio uomo; un pezzo, questo, che – più di mille slogan – riesce a raccontare come la violenza psicologica sia un atto sottilissimo e asfissiante.

Ascoltare Eco di sirene significa fare quattro chiacchiere con Carmen, conoscere la sua vita, com’è cambiata, come ha fatto a rimanere fedele a se stessa senza diventarne vittima. In questo disco lo spiega: per cambiare, bisogna imparare innanzitutto a restare se stessi. Per restare se stessi, è necessario mettersi in discussione a ogni occasione. Carmen ne ha fatto una scelta di vita, prima ancora che artistica. Perché ha la preziosa abitudine di rispettare la donna che è. E poi la sua musica, che ne è la conseguenza. Il risultato è un disco necessario, perché è il fermo immagine di una cantautrice che si racconta con le parole di sempre e l’espressione nuova, materna e consapevole della donna che è diventata.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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