Intervista a Francesco Amoruso: sospeso tra note e parole

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In foto, il cantautore e scrittore Francesco Amoruso

In foto, il cantautore e scrittore Francesco Amoruso

Francesco Amoruso, giovane e promettente talento napoletano, è un artista poliedrico: cantautore e scrittore. Mescola queste sue due anime musicando i testi che scrive, che sono sempre di grandissimo impatto, e mostra una grandissima bravura anche nel campo letterario. Ha all’attivo un disco (Il Gallo Canterino) e sta lavorando alla sua seconda fatica musicale, che si prospetta già, da quel che ho potuto ascoltare, una piccola perla.

Ha scritto molto in passato e ha pubblicato anche diversi romanzi. L’ultima sua uscita è la raccolta di racconti Mangiando il fegato di Bukowski a Posillipo. Si tratta di quattro fantastiche storie brevi che dovete assolutamente correre a leggere e delle quali ci ha parlato anche in questa intervista. Senza ovviamente svelare troppo, perché da grande amante di letteratura, cinema e serie tv, è lui stesso un nemico giurato degli spoiler.

Ma lasciamo la parola a lui.

Sei sicuramente un artista a trecentosessanta gradi, ma prevalgono in particolar modo la musica e la letteratura: basti pensare al fatto che scrivi le parole che poi musicherai e che spesso nei tuoi racconti c’è sempre una componente musicale a fare da sfondo. Quale delle due forme d’arte pensi esprima maggiormente te stesso e quanta importanza rivestono l’una e l’altra nella tua vita?

Domanda da un milione di dollari. Bella ma difficile da rispondere e, ogni volta che me la pongono, ci giro intorno senza avere mai la sensazione, io in primis, di riuscire a cogliere l’obiettivo. Ci riproverò ora, senza essere prolisso: amo la musica, amo la letteratura ma, più di entrambe, amo le narrazioni. Ad unirle, quindi, il piacere di ascoltare, innanzitutto, e poi raccontare storie. Ovviamente, sono consapevole che in me, più che la forma mentis del musicista, c’è quello del lettore/scrittore. Consumo più libri che dischi, ma fare a meno della musica, in termini creativi, proprio non potrei. Spesso altri hanno sintetizzato dicendo, di me, che sono un comunicatore. Può darsi sia così, di fatto non escludo che possa, prima o poi, sperimentare altre forme di comunicazioni, però sembra dare alla cosa un’idea fredda. Alla tua seconda domanda, però, so rispondere, con certezza, che sono le storie, i racconti, ad avere una tremenda importanza. Mi servono, non so per cosa, me ne ho proprio bisogno. Esco ed entro velocemente da un libro all’altro. Ho fame di storie e quando ne sento qualcuna musicata impazzisco dalla gioia.

C’è, secondo te, un sottofondo musicale che si addice alla lettura dei tuoi racconti?

Non saprei. Forse andrebbero ascoltati in silenzio. Nei racconti ho cercato di dare una musicalità e soprattutto un timing che non andrebbero distratti con un sottofondo musicale.

Anzi, forse andrebbero letti nel casino più totale, a pochi passi da un cantiere, nel traffico, tra i clacson e lo stereo a tutto volume con un brano di Gigione.

Che sei un lettore accanito emerge chiaramente anche dal tributo che hai voluto fare a un grande autore nel titolo del tuo libro, Mangiando il fegato di Bukowski a Posillipo. Quanto hanno influito le tue letture nella tua formazione, letteraria e umana, e nella tua esperienza? E come mai hai scelto di omaggiare proprio Bukowski?

Bukowski è stato al centro della mia laurea triennale La scrittura che esplode dal basso. Charles Bukowski, l’America e i suoi ubriaconi, ma in realtà Bukowski c’entra in maniera marginale con questa piccola raccolta. Mi spiego: certo è che scoprire un autore come lui mi ha dato la possibilità di pensare alla scrittura non come uno spazio elitario in cui infiorettare belle frasi, ma a un quartiere di periferia frequentato da chiunque e dove le belle frasi servono a poco. Mi ha fatto capire che certe cose si possono dire senza girarci intorno. Ma d’altra parte, a parte il secondo racconto Insomma è andata così, Bukowski non c’è praticamente mai. Della raccolta è piuttosto il voler raccontare le cose senza peli sulla lingua che ho cercato di riassumere nel titolo. Arrabbiarsi, mangiarsi il fegato, fare a cazzotti con la bile che sale, ogni volta che ti ritrovi a dover affrontare le contraddizioni più tipiche e retoriche della nostra città.

Uno dei racconti mi ha colpito molto, ovvero Sparatoria in centro. In un futuro non troppo lontano racconti del viaggio di due turisti a Napoli, con una narrazione distopica di grande effetto. Come mai hai scelto di ambientarla a Napoli? Quanto sei legato a questa città, alle sue usanze, bellezze e anche ferite?

La distopia permette lo straniamento, il grottesco, la parodia. Permette di raccontare una storia raccapricciante senza voler essere preso sul serio ma che, se si è bravi, per il patto finzionale che si viene a creare col lettore, viene presa per vera. Crea mondi senza speranza ma, proprio perché distopici, proprio perché narrate in tempi ancora lontani, danno consiglio, offrono l’idea che sia ancora possibile cambiare il mondo che si sta creando.

Napoli è contraddittoria, per questo l’ho scelta. È uno scenario perfetto per le rabbie. Napoli nasconde, da sempre. Non affronta i suoi problemi. È una continua messa in scena del bello. In quel racconto ho forse davvero messo tutto l’amore che ho per questa città. Per questo c’è anche tanta rabbia.

Per quanto riguarda la musica invece, nella tua produzione musicale a cosa ti ispiri? La tua esperienza nel campo musicale come la definiresti e racconteresti?

Sono nove anni che faccio musica, sto per realizzare il secondo disco. Ho partecipato a tanti concorsi e manifestazioni in giro per l’italia raccogliendo soddisfazioni e delusioni. Prima avevo la smania di dover arrivare. Temevo il tempo che correva. Poi ho capito che, fondamentalmente, sono già arrivato. Non parlo artisticamente. Anzi, spero ci siano sempre margini di crescita e cambiamenti. Intendo, che mi sento già arrivato all’idea che ho di me come uomo e come artista. Non ho bisogno di cercare il consenso pubblico. Faccio musica perché mi va e cerco di farla nel miglior modo possibile perché non c’è altro modo per farla, l’arte in genere.

Musicalmente davvero sono onnivoro. Posso citare piuttosto alcuni autori che ritengo debbano essere continui punti di riferimento e di studio per chiunque voglia mettere mano a un testo di una canzone: De André, Gaber, Bennato, Sgalambro, Baglioni, Dalla, De Gregori, Caparezza, Silvestri, Cristicchi. Di recente, tra le nuove leve, mi piace molto Davide Petrella, cantante de Le Strisce, autore, tra gli altri, degli ultimi brani di Cesare Cremonini. Una cima, per quanto mi riguarda. Alcuni ancora continuo a studiarli.

Da come hai potuto capire, anche dal punto di vista “musicale”, resto un curioso del testo. Sempre prima le parole.

Una canzone molto bella e di grande impatto è L’ombroso, ispirata alla figura di Cesare Lombroso. Cosa ti ha spinto a scrivere una canzone modellata su questo personaggio?

Avevo voglia di raccontare di razzismo, di intolleranza, giocando proprio col sarcasmo e con la storia di un personaggio contraddittorio. Il gioco era: ok, vuoi essere razzista? Dici che io sono violento perché sono destinato a esserlo per motivi di “razza”. Va bene, ma prenditi le conseguenze. Il discorso però si sposta lungo diverse interpretazioni, come il conflitto interno tra tradizione e folklore, spesso confuso.

Grazie mille per averci dedicato un po’ del tuo tempo, ora puoi dire ai nostri lettori dove correre per ascoltare le tue canzoni e dove possono acquistare il tuo splendido libro Mangiando il fegato di Bukowski a Posillipo.

Il libro è ordinabile attraverso tutti i digital store, ma è anche ordinabile alla email redazione@labottegadelleparole.it. In teoria, se i librai non fanno i pigri, è ordinabile in tutte le migliori librerie di Caracas e dintorni. E ancora, è possibile acquistarlo alle presentazioni. Per questo, il consiglio spassionato che do è quello di seguire pagine Facebook, Instagram, Twitter e compagniacantando e per essere informato sui prossimi appuntamenti.

I prossimi: 4 maggio a Giugliano in Campania (NA) alla Libreria&Vineria Agorà e il 19 a San Giorgio a Cremano (NA), alla Biblioteca Comunale, per l’evento Le Rose, organizzato proprio dalla casa editrice La Bottega delle Parole.

 

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Marianna L. di Lucia

Marianna L. di Lucia

20, lettrice accanita, amante del cinema, aspirante giornalista, studentessa di lettere, innamorata delle parole.

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