Io sono Tempesta, storia di chi non si accontenta [ANTEPRIMA]

0
In foto, Marco Giallini, protagonista di Io sono Tempesta, di Daniele Luchetti

In foto, Marco Giallini, protagonista di Io sono Tempesta, di Daniele Luchetti

A spiegare Numa Tempesta meglio di ogni possibile descrizione o dialogo ben scritto c’è un’immagine: quella di un uomo talmente assuefatto dalla sua stessa ricchezza da correre – nel senso, proprio, di fare jogging – con indifferenza tra le statue classiche, i dipinti originali e gli arcade da collezione dell’albergo in cui (momentaneamente, prima di rivenderlo ai cinesi o ai russi, ed esclusivamente) vive; gli stessi corridoi e le stesse stanze su cui invece la regia si sofferma con stupita e ammirata lentezza, percorrendoli con movimenti di macchina flemmatici ma anche brevi, che restituiscono lo sguardo di chi, disabituato a tanto sfarzo, non sa bene dove posare gli occhi e contempla tutto con vorace curiosità. Come se trattenerne le immagini significasse in qualche modo anche trattenere un pizzico di quel privilegio.

Chi è Tempesta? Io sono Tempesta, potrebbe permettersi di dire Marco Giallini, l’interprete protagonista, citando proprio il titolo dell’ultimo film di Daniele Luchetti, una commedia magistralmente diretta e scritta, in cui anche le immagini (fatto sempre più raro) dicono tanto – e non solo della storia o dei personaggi, ma anche dello stesso regista. Il Tempesta di Luchetti, infatti, è un uomo così egocentrico da riuscire a concentrare l’attenzione su di sé anche mentre è circondato dai ben più maestosi (e interessanti) paesaggi innevati del Kazakistan. È un uomo piccolo, come tutti, con la pretesa però di voler superare per potere e rilevanza la legge e la natura; che si serve del contesto per aggiungere spettacolarità alle sue stesse dichiarazioni, più che per permettere allo spettatore di osservare quello che è già da sé uno spettacolo (si pensi a come simili paesaggi innevati vengono contemplati, ad esempio, nella prima parte di The Hateful Eight di Tarantino). Difatti quella umana piccolezza non viene fatta emergere, grazie a dei piani mai più larghi del necessario – almeno, non quando in campo c’è il “catalizzatore” Tempesta, che fin dal nome ambisce a farsi paesaggio e personaggio, dunque assoluto.

Io sono Tempesta: dimmi come abiti lo spazio e ti dirò chi sei

Il rapporto con l’ambiente rivela tanto dei personaggi, tutti. Se infatti, all’inizio, Tempesta fa da centro gravitazionale per l’attenzione sua e dello spettatore, quando in scena entra invece Eleonora Danco (che qui interpreta Angela), il registro cambia. La donna gestisce un centro d’accoglienza per i senzatetto, in cui Tempesta è condannato a scontare un anno di servizi sociali per evasione fiscale. Mentre descrive il luogo al ricco quanto disinteressato imprenditore, Angela si fa piccola: spesso è solo la voce che accompagna le immagini dei bisognosi, altrettanto spesso è una figura tra le tante che popolano lo spazio. Se Tempesta vuole essere il centro, Angela vuole essere parte del centro. Lo dimostrano nuovamente le immagini, ma anche le parole stesse dei personaggi: Giallini parla di pena, Danco invece, come un mantra ripetuto fino allo sfinimento, di empatia.

Come anticipavo, le immagini che compongono Io sono Tempesta ci dicono molto anche di Daniele Luchetti. Sono varie le citazioni facilmente riconoscibili (da ShiningLe Iene), ma c’è anche una profonda – ma non forzatamente imitativa – ispirazione neorealista, tanto nell’affiancare attori professionisti e non quanto nella scrittura dei personaggi. In particolare, Bruno (un eccellente Elio Germano) è una rivisitazione moderna dell’Antonio Ricci di Ladri di biciclette: squattrinato, fondamentalmente buono, ma anche tanto disperato da tendere all’imitazione di non positivi modelli di delinquenza, forniti qui ovviamente da Tempesta. Anche Bruno conoscerà infatti un progressivo distacco dal contesto che abita, proprio come l’imprenditore. Similmente al capolavoro di De Sica, inoltre, Bruno è accompagnato in questo disperato via vai per le strade di Roma da suo figlio Nicola (Francesco Gheghi), che proprio come il bambino di Ladri di biciclette (curiosamente, omonimo del personaggio interpretato da Germano) dimostra spesso di avere una lucidità e un’assennatezza maggiori di quella del padre.

Quanto detto finora su Io sono Tempesta e i personaggi che ne popolano le inquadrature, però, non deve trarre in inganno: non ci sono nette controparti, fazioni per cui fare il tifo e altre da fischiare. Come in diversi film di Luchetti, il contrasto è in realtà sfumatura, compenetrazione. Per citare i più celebri: in Mio fratello è figlio unico, fascismo e comunismo sono uniti da un rapporto di sangue. Ne Il portaborse, l’incorruttibile professore è dipendente del politico corrotto e corruttore. In Io sono Tempesta, i poveri si dimostrano capaci di mettere da parte la morale – non preferiscono restare umili ma onesti, come avrebbe detto Troisi – e i ricchi imbroglioni sono resi vulnerabili da conflitti interiori irrisolti. Nessuno si accontenta di essere lo stereotipo di sé, a cominciare dal protagonista. Tempesta si riappropria della forza incontenibile della natura e, con una semplice maiuscola, la trasforma nel nome suo, della sua egomania e perfino del suo tormento [spoiler velato: non a caso, il conflitto interiore del protagonista porta il suo stesso cognome].

Equilibrato, allora, è l’aggettivo che meglio potrebbe descrivere il film: una commedia attuale ma non moralizzante, ispirata al vero (l’esperienza berlusconiana) ma non alla ricerca del (neo)realismo a tutti i costi.

Dopo tante parole, allora, inutile chiedermi se consiglierei di vedere Io sono Tempesta. Mi basta ricordarvi che sarà al cinema dal 12 aprile, distribuito da 01 DistributionSave the date.

About author

Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

No comments

Potrebbero interessarti

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi