Katres, la vita dopo il dolore

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La cover di Araba Fenice, l'ultimo album di Katres

La cover di Araba Fenice, l’ultimo album di Katres

Poco più di un mese fa, sul finire di febbraio, è uscito il secondo disco di Katres, Araba Fenice. E azzardo subito un aggettivo per descriverlo: “pieno”. Di vita, di rabbia, d’amore, di coraggio, di consapevolezza. Ma “pieno” non basta, lo racconta solo in parte. Ce n’è un altro che calza a pennello: “necessario”. Araba fenice ha una funzione precisa, ricompone i pezzi spaiati, quelli che restano dopo il dolore. Un terzo aggettivo è “vivo”, perché racconta un cambiamento, una transizione: è un disco che si muove, intrepido, e che sceglie la direzione da prendere mentre cammina. Perché è dalla rabbia che parte il viaggio di Katres. E approda alla consapevolezza di non poter sfuggire ai segni che porta addosso. Nel mezzo, la fatica di dover disimparare a voler bene a quella rabbia, che non è la soluzione, ma soltanto un palliativo.

Araba fenice racconta la vita dopo il dolore, senza mostrarne il volto. Dice quello che è successo dopo, le macerie che ha lasciato, il silenzio che è rimasto. Perché è semplice raccontare un testacoda e dire cosa significhi perdere aderenza con il terreno e dimestichezza con il futuro. Ma Katres non racconta lo schianto, piuttosto la sofferta consapevolezza di doverne prendere atto. Araba fenice è la storia del giorno che segue la catastrofe, quando l’asfalto scricchiola ancora e il tetto è un buco che non dà riparo né conforto. È lì, in quel pezzo di vita che non è ancora passato, ma nemmeno futuro, si realizza il suo racconto, che è sofferto, potente, trasparente, quindi onesto. È carico di ombre, di assenze, di attese.

Araba Fenice si apre con Ormai ho deciso, singolo di lancio del progetto, che ha tutta l’aria di essere una testarda e acerba ribellione ad una ferita che sanguina ancora. Katres canta “Incasso ed ho le mani vuote e il cuore calpestato da te”, ma di strada da fare ce n’è ancora perché questa presa di coscienza diventi una valida alternativa alla rabbia. Che un percorso di rinascita sia iniziato, tuttavia, lo confermano i versi che chiudono il brano: “Giuro, mai più ti lascerò guidare i miei passi a due passi da te e lontano da me / Non ho più scampo, so che me ne pentirò ma ormai ho deciso”. Non è un caso che sia proprio questo pezzo ad aprire il disco: è la sintesi di tutti gli intenti, gli stenti, le conferme e, di rimando, i dubbi che accompagnano Katres sino alla meta. C’è già tutto, gli altri brani declinano i propositi di Ormai ho deciso fino a restituire, all’ascoltatore, un racconto compiuto, armonico, intenso.

Araba fenice è un disco fatto di chiaroscuri, di cadute e riprese. Sei, la seconda traccia dell’album, è una speranza, forse soltanto un abbaglio, una tregua dalla tormentata e mai paga ricerca di sé (“Non ho mai i piedi per terra e tu invece di tirarmi giù mi porti su”); segue Bla bla bla, che rimette al centro il disordine e la frenesia di un’anima che non sa ancora risolversi (“Pensieri muti balzano su e giù per la mia testa / Poi nella bocca cadono, le lingua li calpesta / E perdono il vero senso, impasto di saliva e suoni / E perdono il vero senso, pensieri che diventano rumore”). Ma è con la title track Araba fenice che l’album raggiunge il suo compimento: non si tratta soltanto di una canzone, ma di una presa di coscienza necessaria. È il manifesto di una rinascita, di un cambiamento ormai in atto, a lungo sperato e ora finalmente vero.

Katres canta “Splendono lungo la mia schiena,  le paure che mi hanno impedito di volare / Le guardo bruciare per poi risorgere dalla cenere / E credere che sia possibile evolversi partendo dalla distruzione”. Araba fenice (il brano) è la chiave che spalanca l’intero disco: non a caso è , al centro, a fare da spartiacque tra il passato e il futuro, tra il dolore e la sua soluzione, tra la fine e l’inizio. Siamo giunti a un punto di non ritorno. Non chiamarmi amore, dunque, è la naturale conseguenza di questo processo. Katres stavolta canta “Mi piace quando mi dormi accanto / Quando ridiamo di gusto e per niente / Quando ti sento addosso e la tua mente non è altrove ed esistiamo solo io e te”. Poi è la volta di Come un’onda ed è subito evidente che qualcosa sia cambiato, il passato abita il presente senza calpestarlo, non è un ospite sgradito, la sua malinconia non fa più male (“Mi sorprendono le sensazioni quando non le ho mai provate / Non mi fido mai di quello che è giusto a prescindere / Ferma ancora sulla linea che divide il dire dall’agire / Paziento e aspetto il mio momento”). E poi tocca alla commovente Dicembre lieve, una canzone che, come Araba fenice, rappresenta una fermata importante di questo viaggio: la voce di Katres si fa sottile, quasi sussurrata, non c’è più alcuna traccia di rabbia, nemmeno una recriminazione. Canta “Dicembre viene, lo riconosco dalle mani fredde, dagli occhi illuminati della gente / Cammino al buio, bevo aria e credo che in fondo al cuore ci sia un motore, lo spengo / E lieve lascio morire la mia passione per te”. È un brano delicato ma tagliente, disarmato e disarmante, un respiro a pieni polmoni prima di accogliere La risalita, l’ultimo brano inedito del disco.

In foto, Katres, autrice dell'album Araba Fenice

In foto, Katres, autrice dell’album Araba Fenice

Finisce come inizia, Araba fenice, con un pezzo che è la sintesi di tutte le consapevolezze faticosamente conquistate: ogni cosa ritrova il suo posto, persino i fallimenti; tutto ha un senso, ogni sconfitta è diventata un’opportunità, ogni arrivo una partenza, ogni mancanza un’occasione (“Se sono viva è solo merito di quello che non ho avuto / Se sono viva è solo merito mio / Ogni caduta è un passo debole verso la risalita/  E il tempo cura, consuma e medica, distrugge e genera / E mi riconosco, sono tutto quello che ho sentito addosso / Se mi riconosco devo tutto al meglio che so essere”).

A chiudere l’album c’è la magistrale cover di Mokarta dei Kunsertu.

Insomma, Araba fenice, prodotto da Daniele Sinigallia, racconta quello che succede il giorno dopo lo schianto, che probabilmente è meno spettacolare dell’impatto, ma certamente più vero. Qui non serve alcun sensazionalismo. E di fatto non c’è. La voce di Katres, profonda e piena, e la sua scrittura, raffinata e diretta, fanno, di Araba fenice, un disco che è straordinariamente vivo, pulsa come un cuore che batte e lascia all’ascoltatore la certezza di aver conosciuto una storia vera, un’artista vera, una donna vera.

Concedetevi questo viaggio, ché ormai succede sempre più di rado che la musica somigli a chi la produce.  

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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