Motta ha trovato parcheggio

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Motta in una foto di Claudia Pajewski

Motta in una foto di Claudia Pajewski

Motta ha pubblicato il suo secondo disco da solista, Vivere o morire, che contiene nove brani. No, non “solo” nove brani. Perché, a ben vedere, è un un fermo immagine talmente carico di confessioni, intimità e prese di coscienza, che una canzone in più, probabilmente, sarebbe stata di troppo. Avrebbe deviato l’attenzione da un racconto che, nelle nove tracce che lo compongono, si compie perfettamente, in modo puntuale, onesto e profondamente naturale.

Si avverte prepotentemente l’urgenza che Motta ha di raccontarsi, di dire esattamente in che punto si trovi, quali sacrifici abbia fatto per uscire illeso dalla fine dei vent’anni. Ne porta i segni, qualche necessaria consapevolezza, ma – più di ogni altra cosa – ne conserva l’atteggiamento, severo solo in superficie, ma intimamente travagliato, irrisolto. La fine dei vent’anni, l’esordio discografico di Motta, era un bivio, un conflitto nudo, per questo è diventato un disco generazionale, che ha fatto cantare e commuovere persone diverse ma uguali, ferme allo stesso incrocio e agli stessi, faticosi punti di domanda.

Vivere o morire è la direzione scelta dopo il crocevia, la strada che porta a casa, il respiro dopo l’apnea. Non è più “la fine dei vent’anni è un po’ come essere in ritardo”, ma “vivere o morire, aver paura di dimenticare”. Non è più il finale del primo atto, ma l’incipit del secondo. È la vita che accade, con tutto quello che costa e comporta, per questo Vivere o morire è un disco sfacciatamente vero, tanto da risultare tagliente, spiazzante.

Motta a Roma per l'instore di presentazione di Vivere o morire © partedeldiscorso.it / Veronica Grego

Motta a Roma per l’instore di presentazione di Vivere o morire © partedeldiscorso.it / Veronica Grego

Ci sono dei passaggi talmente intimi e sofferti (“Una volta mi han chiamato dall’inferno / Avevo diciotto anni / Ero da solo in mezzo a tanta gente / Festeggiavo ancora i compleanni / Maledetto me che ho fatto finta di niente” dalla title track) da riuscire a vedere, oltre che ascoltare, una vita intera, con il suo passato e le sue crepe. È questo, probabilmente, il talento maggiore di Motta: riesce a realizzare canzoni da vedere, che si mostrano davanti agli occhi come brevi pellicole, fatte di storie semplici ma intessute di dettagli, di racconti di vita privi di qualsiasi artificiosità. Storie vive, che sembra di poterle toccare.

Motta non fa dischi romanzati. La sua voce, profonda e carnale, toglie ogni dubbio e offre al racconto una verità imprescindibile: le canzoni che canta sono sue, non solo perché le ha scritte, ma perché le ha conosciute quando ancora erano tasselli spaiati, momenti di vita da comporre e assemblare insieme. Eppure ha la rara capacità di dare, al dolore come alla felicità, una forma poetica, mai ridondante; anzi, a volte persino scarna e spigolosa. Ma suggestiva. Come un racconto da vedere, l’ho detto. Come un film crudo e schietto, con strascichi di malinconia e tenerezza.

Vivere o morire è esattamente così, racconta quello che succede dopo aver deciso la strada da prendere. Che non sia una scelta a esclusione, lo dimostrano i brani che lo compongono. Anzi, lo dicono a chiare lettere, come succede – ad esempio – in E poi ci pensi un po’ (“E poi ci pensi un po’ / Che non vuoi tornare indietro / Per nessun’altra donna / A nessun’altra età”). È proprio qui la chiave di volta: Motta ha scelto chi diventare, quale casa abitare, quale occasione concedersi. Ha trovato il suo posto senza forzare la mano, senza dirsi appagato a tutti i costi. E la traiettoria della sua vita, quindi della sua creatività, non si è certo esaurita, ma ha trovato una direzione.

La cover di Vivere o morire, il nuovo album di Motta

La cover di Vivere o morire, il nuovo album di Motta

Quindi Vivere o morire è un disco di contrasti, il titolo ne è l’emblema, pone le sue radici nel presente (in Quello che siamo diventati canta “E senza dirci cosa siamo stati / Ci togliamo i vestiti / Davanti a tutto quello che siamo diventati / Vieni via con me”), può concedersi il lusso di guardare al futuro (è il caso di Chissà dove sarai, in cui dice “M’immaginavi diversa / Eppure sono contenta / In equilibrio perfetto / Fra tutto quello che ho perso / E quello che ho scelto / E anche quello che ho sbagliato / Adesso tienilo per te / Che stai iniziando già a dimenticare”), ma torna a sciogliere nodi del passato (come succede in Mi parli di te, che recita così “E mi parli di te / Degli abbracci mancati / Dei tuoi diciott’anni / Dei sorrisi spezzati a metà / E di cosa volevi diventare senza di me”).

Motta parla da uomo, non si toglie di dosso i panni di chi è stato, non è in contrasto con il ragazzo che, solo poco tempo fa, cantava “Non devi sbagliare strada, non farti del male e trovare parcheggio”. È la conseguenza di quel ragazzo, è gli sbagli che l’hanno aiutato a crescere, la disillusione che l’ha fatto diventare grande. E, soprattutto, è stralci di passato rimessi al loro posto. In questo modo, Vivere o morire è l’esito perfetto de La fine dei vent’anni, è esattamente quello che doveva accadere. È un disco coraggioso perché svela ogni cosa, aspettative tradite e ricordi morbidi, tenerezza e fragilità.

Motta a Roma per l'instore di presentazione di Vivere o morire © partedeldiscorso.it / Veronica Grego

Motta a Roma per l’instore di presentazione di Vivere o morire © partedeldiscorso.it / Veronica Grego

Inizia con Ed è quasi come essere felice, che si apre con un tessuto di suoni che si fa via via più articolato. È questo il pezzo che fa da trait-d’union con il passato. E poi svela le sue carte, che sono fotografie di istanti precisi, e tutt’intorno costruisce un racconto intenso, con una scrittura ormai riconoscibile, fatta di sensazioni che sembrano immagini, di aneddoti che diventano impalpabili, come profumi. Ma, in quanto tali, sono veri, trascinanti, evocativi.

Insomma, Vivere o morire è un disco da subire, perché – a volte – è necessario lasciarsi ferire da certe verità che sono lì e sono di tutti, eppure lui soltanto ha saputo smascherarle. Ecco cos’è, un disco per chiunque voglia tradire l’abitudine e scendere oltre la superficie. Motta racconta luoghi imprevisti, ma mai comuni. E scende fino in fondo, ma mai a compromessi. Il risultato è un disco che è un riparo dalla paura.

Motta ha trovato parcheggio e può tornare a casa. Anche se piove. Ma questa è un’altra storia, che magari ci racconterà la prossima volta.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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