12 giorni senza smartphone: un racconto che non avrei mai voluto scrivere

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Improvvisamente lo schermo dello smartphone non si accende. Nero. Comincia così, con un’ingiustificata ingiustizia, la storia di un'involontaria esperienza mistica.

Improvvisamente lo schermo dello smartphone non si accende. Nero. Comincia così, con un’ingiustificata ingiustizia, la storia di un’involontaria esperienza mistica.

Giovedì pomeriggio. Ascolto la musica dal mio telefono come faccio sempre quando sono in autobus, poi stacco e lo metto nella tasca dello zaino. Dopo pochi minuti lo riprendo per fare una ricerca su Google ma lo schermo non si accende. Nero. Eppure so che il resto funziona perché sento il suono delle notifiche. Mi dicono di tenere premuto il tasto d’accensione per dieci secondi ma lui vibra e spuntano solo righe verdi verticali che si muovono impazzite. Il telefono è rotto. Panico.

Comincia così, con un’ingiustificata ingiustizia, la storia di un’involontaria esperienza mistica.

Giorno 1 – Telefono rotto

Questo giovedì è proprio un giorno sbagliato per avere un telefono rotto. Non che ce ne sia uno giusto, ma oggi è particolarmente sbagliato. Aspetto la chiamata di una chirurga con cui mi dovrei operare domani e stasera è la sera della grande festa a casa di Gian Luca, con tanto cibo, tanti amici, tanta gente sconosciuta ma soprattutto ancora tante cose da organizzare. Ma il telefono è rotto.

La prima cosa da fare è avvisare mio padre. Mi prestano un cellulare perché il mio, se non si fosse capito, è rotto. “Papà, mi si è rotto il telefono”. “E te ne compri uno nuovo”, risponde con la calma che lo contraddistingue. Decido di essere meno drastica e, mentre il cellulare si sta surriscaldando quasi da bruciarmi i polpastrelli, torno a casa a cercare lo scontrino per capire se è ancora in garanzia.

Avviso su Facebook della mia sventura e intanto ripenso a cosa ho studiato l’anno scorso. La psicologia cognitiva mi insegna che ogni giorno usiamo delle protesi cognitive e, se un tempo erano l’agenda o la rubrica telefonica, oggi lo smartphone raccoglie tutte le funzioni desiderabili e amplia le nostre capacità cognitive (ad esempio, la memoria), realizzando la più completa protesi tascabile. Ma se il telefono è un prolungamento del nostro cervello, quando si rompe è un po’ come essere amputati. Ed è così che mi sento. Amputata di una parte di me di cui faccio ampio uso ogni giorno.

Giorno 1 – Telefono rotto: Avviso su Facebook della mia sventura

Giorno 1 – Telefono rotto: Avviso su Facebook della mia sventura

Porto il telefono a un centro riparazioni che ho notato vicino casa. Il tecnico è il prototipo perfetto del nerd, leggermente fuori dal mondo, pantaloni della tuta, occhiali rettangolari, pancetta e t-shirt di qualche cosa che non conosco. Capisco subito che mi posso fidare. Spiega che secondo lui è meglio portarlo in assistenza per sfruttare la garanzia, però può tentare di recuperare i dati salvati nella memoria del telefono. Peccato che sia ormai sera, domani mi devo operare e l’assistenza il fine settimana è chiusa. Devo aspettare lunedì. Le gioie della vita.

Sconvolta, decido di fare la doccia. Per me la doccia è un reset, un rimettermi a posto col disordine nel mondo e fare pace con quello nella mia testa, la doccia è il mio tasto d’accensione premuto dieci secondi che mi fa ricominciare da capo. Ma stavolta non funziona, perché al momento di asciugare i capelli non ho nessuna home da scrollare e mi sto annoiando a morte. Penso di attaccare il phon vicino al computer e risolvo così il vuoto che si era creato.

Mi preparo senza rendermi conto di tardare un po’. Francesca, che mi aspetta per andare insieme alla festa, inizia a preoccuparsi ma non può chiamarmi (perché sì, il mio telefono era rotto e lei lo sapeva) quindi prova a chiedere ad altri notizie su di me, ma ne sanno meno di lei. Quando finalmente la raggiungo, ci avviamo per casa di Gian Luca, dove mi sarei voluta distrarre dalla sfiga della giornata e della vita, e invece no. Non funziona perché mi tocca raccontare a tutti la mia disgrazia e, più ritardatari ci sono, più io ripeto a memoria il problema. Non ho un telefono di appoggio dove mettere la sim nell’attesa del mio in assistenza, non lo hanno le mie coinquiline e, a quanto pare, nemmeno tutti gli amici della festa. Per mettere il dito nella piaga interviene Francesca: “Ma quando parti per Parigi come fai senza telefono?”. Non ci avevo nemmeno pensato. Vuoi vedere che, nonostante la garanzia, mi tocca spendere per un telefono di riserva?!

Nel frattempo conosco anche una persona interessante e rifletto su quanto possa sembrare stronza la frase “Ti darei il mio numero, ma mi si è rotto il telefono poco fa”. Davvero una scusa paraculo, non fatelo. Ma qui è la triste verità. E a continuare a ricordarmi le mie sventure interviene la voglia di fare storie su Instagram. Tra tutti che scattano foto da postare per far vedere ai follower quanto ci stiamo divertendo, a me non resta altro che divertirmi.

Giorno 1 – Telefono rotto: Tra tutti che scattano foto da postare per far vedere ai follower quanto ci stiamo divertendo, a me non resta altro che divertirmi

Giorno 1 – Telefono rotto: Tra tutti che scattano foto da postare per far vedere ai follower quanto ci stiamo divertendo, a me non resta altro che divertirmi

Giorno 2 – Maledette paranoie

Ammetto che è stato destabilizzante svegliarsi senza perdere un’ora a scrollare le home. Però ho perso lo stesso un’ora a letto pensando a quanto fosse destabilizzante svegliarsi senza scrollare le home. Quando il senso di colpa ha battuto l’accidia, o forse quando la vescica ha avuto la meglio su entrambi, mi alzo sperimentando quanto sia noioso andare in bagno senza smartphone.

Non credevo che mi sarei annoiata tanto stando sola con me stessa, ma mi giustifico pensando che non sono io ad annoiarmi, ma la me stessa appena sveglia, pre-colazione e ancora incapace di autointrattenersi con l’umorismo più autoreferenziale che si sia mai sentito. Ecco, neanche colazione e sono già scampata alla prima paranoia. Il fatto è che quando sei da solo con te stesso è più facile essere raggiunti dai propri pensieri e la mia fedele via di fuga si è rotta ieri.

Tra i vari impegni della giornata riesco a passare dal tecnico con una nuova t-shirt di qualche nerdata che non conosco. Mi dice che non è riuscito a recuperare i dati e il mio pensiero va subito a tutti i meme accumulati nel tempo. Numeri e foto (quasi tutte) posso farmeli rimandare, ma i meme salvati da chissà quali pagine e in quali mesi svaniscono per sempre. Mr. Occhiali-del-2004 mi riporta alla realtà dicendo che forse potrebbe prestarmi un suo vecchio telefono ma deve cercarlo a casa.

Dopo la gratitudine riparte il flusso di pensieri. Perché un tecnico dovrebbe aiutarmi prestando un telefono a una sconosciuta? E se fosse un nice guy? Si aspetta qualcosa in cambio? Fortunatamente presto mi rendo conto che sto annegando in paranoie da femminista e non posso smettere di credere nella gentilezza umana solo perché esistono persone di merda. Ecco in una sola volta, con l’espressione “paranoie da femminista” mi sto facendo odiare sia da femministi sia da anti-femministi. O forse è solo la terza paranoia del giorno, ma per sicurezza cerco di riconquistare i femministi (degli altri non mi interessa nulla) con questi meme sui nice guy:

Giorno 3 – “L’abitudine è un mostro che mi rimbocca le coperte tutte le notti” (cit. Testa o Croce)

Quando chiudo le bottigliette d’acqua, stringo sempre fortissimo il tappo e poi giro la bottiglia per controllare che non scoli acqua.

Dopo aver girato due mandate, scuoto la maniglia perché la porta deve essere veramente chiusa.

Quando metto il telefono in borsa, ricontrollo la tasca ogni cinque minuti per essere sicura che sia ancora lì.

E così passo il giorno e il sabato sera, controllando la tasca e restandone ogni volta delusa quando mi ricordo di essere uscita senza telefono.

Giorno 4 – Non smart?

Mi sveglio con una notizia bellissima, perché su Facebook un mio amico mi ha scritto di aver recuperato un cellulare da prestarmi. Corro a raggiungerlo alle serre dei giardini Margherita e mi porge un telefono con tutta una storia a parte, ma prima vi invito a osservarlo bene.

Giorno 4 – Non smart? Mi sveglio con una notizia bellissima, perché su Facebook un mio amico mi ha scritto di aver recuperato un cellulare da prestarmi.

Giorno 4 – Non smart?
Mi sveglio con una notizia bellissima, perché su Facebook un mio amico mi ha scritto di aver recuperato un cellulare da prestarmi.

Sembra vecchio, invece è un telefono moderno e di valore, parte di un programma di Digi-detox, nato per essere usato per una settimana e fare un’esperienza di disintossicazione da smartphone. Il mio amico lo ha vinto e ne va molto fiero. Personalmente, se mi volessi disintossicare dallo smartphone non userei questo telefono che vale tipo 300 euro; ma magari chi è più appassionato di design riesce a vedere in lui un’eleganza particolare che io non so distinguere da quella dei telefoni dei primi 2000.

Design a parte, sono felicissima. Finalmente posso chiamare e mi possono chiamare e addirittura posso ricevere degli SMS! Sulla prima chiamata, per testare se il telefono funziona, non ho dubbi: voglio fare gli auguri a mia madre per la festa della mamma! Anche lei è felicissima ed emozionata di risentirmi.

Un’altra emozione è sicuramente l’esperienza di tenere il cellulare in tasca, esperienza che mi era negata dallo smartphone per un fattore sì di design, ma di quello delle tasche dei jeans femminili.

Dopo qualche ora, tornando a casa, sento il verso di un uccello che sentivo sempre dalla casa al mare dove stavo quando ero piccola. Mi tornano in mente tanti ricordi ma non riesco a capire da dove venga questo verso. Solo dopo un lungo tratto di strada scopro che la provenienza è effettivamente la mia tasca: si tratta della suoneria (l’unica suoneria) del cellulare che ho preso in prestito!

Piccolo (smart), comodo (smart), con lo stretto indispensabile che mi serve per comunicare (smart), mi chiedo per un attimo se abbia qualcosa da invidiare a uno smartphone.

Giorno 5 – Due etti di prosciutto

È lunedì e tocca andare in assistenza a portare il mio Huawei rotto. Per fortuna mi accompagna Francesca. E dico per fortuna per due motivi. Innanzi tutto, senza Google Maps mi sarei persa. E poi per l’attesa. C’è una fila difficile da raccontare, come dal salumiere il giorno prima di una festa, ma molto molto peggio. Aspettiamo praticamente tutta la mattina e senza smartphone e senza Francesca non reggerei.

Usciamo da lì che è passata ora di pranzo, però mi sento molto più leggera. Sono solo un po’ preoccupata perché il tecnico mi ha detto che la Huawei ci metterà un mese abbondante per inviargli i componenti. Poi però penso che tra una decina di giorni i miei migliori amici verranno a Bologna per partire con me verso Parigi, loro sicuramente in Sicilia troveranno uno smartphone da prestarmi e lo porteranno qui. Insomma, io ho fatto tutto quello che potevo e non mi resta che aspettare.

Giorno 5 – Due etti di prosciutto: Murales della Sicilia sul ponte Stalingrado, fotografato col cellulare di Francesca andando in assistenza

Giorno 5 – Due etti di prosciutto: Murales della Sicilia sul ponte Stalingrado, fotografato col cellulare di Francesca andando in assistenza

Torno a casa e noto che oggi i social sono invasi dalle foto di un manifesto a Roma. Lo mostro alla mia coinquilina, ma lei lo aveva già visto. Perché questo è rilevante? Perché seguo mille pagine e gruppi sui diritti umani, sulla parità, sul femminismo e di queste cose non solo non mi sfugge mai niente, ma sono pure la prima a saperle. Invece la mia coinquilina mi ha battuta sul mio stesso campo, perché sono priva della mia arma e fonte d’informazione.

Giorno 5 – Due etti di prosciutto: Manifesto che ha (giustamente) scatenato l’indignazione

Giorno 5 – Due etti di prosciutto: Manifesto che ha (giustamente) scatenato l’indignazione

Giorno 6 – Sto cambiando?

Mi sveglio stupita di me stessa: ieri sera ho fatto una cosa davvero non da me! Ogni giorno prima di andare a dormire ho l’abitudine di fare un giro di tutti i social, come una specie di ultimo check per assicurarmi di non essermi persa notifiche o notizie del giorno interessanti. Però mi rendo conto che… ieri non ho aperto Instagram per tutto il giorno! Non ci ho pensato, non ne ho sentito il bisogno e l’ho per giunta dimenticato ieri sera. Per quanto mi riguarda, molto insolito.

Giorno 7 – Forse

Ho smesso di controllare la tasca dello zaino per vedere se c’è ancora lo smartphone.

Mi accorgo che da domenica mattina non ho più caricato il telefono in prestito ed è ancora sul 50%. Ci sono più lati positivi di quanto immaginassi.

Giorno 8 – Benedetta Google

Accendo il computer e noto delle notifiche nel mio account Google (mai cagate prima). Ritrovo tutte le foto e i meme che credevo aver perso dal telefono perché si erano salvate sul mio account automaticamente. Oggi è un giorno gioiglorioso. Non ballo la deliranza, ma con gli occhi lucidi ringrazio la multinazionale. Adesso i meme sono di nuovo miei (e dell’FBI).

Giorno 9 – Forse sì

Cosa vuol dire se in un’intera giornata non trovo nulla da dire in merito al cellulare? Che la mia vita non ne è più così condizionata. E io sono invincibile.

Giorno 10 – Saggezza e sacrifici per la ricerca

La mia coinquilina mi dà un prezioso consiglio che suona più o meno così: “E comunque puoi sfatare il mito che il cellulare sia il primo strumento di distrazione, perché comunque senza cellulare non hai studiato un cazzo”. Niente da aggiungere.

Giorno 11 – Vedo la luce

Tramite lo smartphone e il profilo di un amico, carico una storia su Instagram dove mi taggo. Sento come un brivido che mi ricorda la mia quotidianità confortevole, che in fondo mi manca ancora.

Giorno 11 – Vedo la luce: Tramite lo smartphone e il profilo di un amico, carico una storia su Instagram dove mi taggo.

Giorno 11 – Vedo la luce: Tramite lo smartphone e il profilo di un amico, carico una storia su Instagram dove mi taggo.

Qualche ora dopo mi chiama la mia amica Marika. Dice che per caso si è ricordata che il mio telefono è rotto e che in effetti lei ne ha uno da prestarmi proprio qui a Bologna. Ora, non che non le abbia già chiesto DIECI GIORNI FA se avesse un cellulare da prestarmi, e so che Marika si farebbe in quattro per un’amica, però è abbastanza svampita da ricordarsi del suo Samsung solo dieci giorni dopo.

Giorno 12 – ‘О μύθος δελοι οτι… / La favola insegna che…

Dopo l’esame di Spagnolo, corro a casa di Marika. Il suo vecchio smartphone funziona perfettamente. 687 messaggi da leggere su WhatsApp.

Giorno 12 – 'О μύθος δελοι οτι… / La favola insegna che…: Dopo l’esame di Spagnolo, corro a casa di Marika. Il suo vecchio smartphone funziona perfettamente. 687 messaggi da leggere su WhatsApp

Giorno 12 – ‘О μύθος δελοι οτι… / La favola insegna che…: Dopo l’esame di Spagnolo, corro a casa di Marika. Il suo vecchio smartphone funziona perfettamente. 687 messaggi da leggere su WhatsApp

Tornando a casa penso a come posso chiudere questo racconto, qual è la morale, che cosa ho imparato. Nessun “telefoni più intelligenti, persone più stupide”, nessun “meno social, più sociale”, non è vero niente. O meglio, non è vero per me. E il mio obbiettivo è riportare la mia verità nuda e cruda, senza nessuna lezione da imparare.

Però mi sono divertita a osservare come ho reagito e come i miei pensieri cambiavano di giorno in giorno. Tutto questo non sarebbe stato possibile senza la sbadataggine di Marika, perché mi avrebbe portato lo smartphone la sera della festa e non avrei mai scritto questo racconto. Quindi, se i miei film mentali vi hanno fatto sorridere, ringraziate Marika Pensabene. Se vi ho annoiato, prendetevela con Marika Pensabene.

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Milena Vesco

Milena Vesco

Nata ad Alcamo, in una Sicilia troppo lontana dal suo modo di essere. Ha preso molto sul serio il fatto che "in principio era il Verbo" e adesso studia Comunicazione a Bologna. Il suo obiettivo principale è diventare ogni giorno se stessa.

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