Dogman: una fiaba dolceamara piena di tenerezza e cinismo

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Marcello Fonte in una foto di scena di Dogman, un film di Matteo Garrone

Marcello Fonte in una foto di scena di Dogman, un film di Matteo Garrone

Dopo la vittoria di Marcello Fonte al Festival di Cannes 2018, il 17 maggio Dogman è arrivato anche nelle sale italiane. Dogman, pellicola dal titolo pretestuosamente pop, è la nuova creatura diretta e scritta dal regista di GomorraReality e Il Racconto Dei Racconti, Matteo Garrone. Un lavoro di scrittura creativa lungo ben dodici anni, che ha per protagonisti due volti talentuosi del cinema italiano contemporaneo: Marcello Fonte, sventurato e tragicomico “Pinocchio” nella vita reale come in quella davanti alla macchina da presa, e poi “Simoncino”, o meglio l’attore Edoardo Pesce.

Dogman è liberamente ispirato alla storia di cronaca nera del Canaro della Magliana, che nella Roma degli anni ’80 uccise in modo crudo e violento l’ex pugile del quartiere Giancarlo Ricci.

Marcello Fonte e l’imprevedibile fortuna a Cannes con Dogman

«Da piccolo a casa mia, pioveva sulle lamiere e io chiudevo gli occhi e mi sembrava di sentire degli applausi. Ora apro gli occhi e vedo che ci siete voi: sento un calore come in famiglia, mi sento a casa. Credo che la mia famiglia sia il cinema». Così ha esordito Marcello Fonte mentre veniva acclamato dallo stesso ex vincitore de La vita è bella Roberto Benigni, sul palco della kermesse francese. Esclamazioni di questo tipo non solo fanno sorridere il regista e sceneggiatore, Matteo Garrone, coinvolgono chi si è progressivamente appassionato alla imprevedibile fortuna del piccolo uomo di strada con una erre decisamente moscia, una voce più che stridula e una dentatura a dir poco caratterizzante.

Marcello Fonte è il canaro di Garrone, senza troppe ispirazioni al vero personaggio da cui è stato ispirato il regista. Quel che meraviglia, sin dalle prime sequenze che lo introducono nella storia, è la spontanea interpretazione in un ruolo difficile, caratterizzato da momenti di assoluta pacatezza apparente, alternato a rabbia, malinconia, disperazione e paura, il tutto soffocato dalla sua espressione che ricorda gli attori caratteristi degli anni ’70.

Siamo appunto nella Roma fatiscente degli anni Ottanta, in un litorale della capitale apparentemente disabitato. Marcello gestisce un piccolo negozio di toelettatura per cani, animali di tutte le dimensioni con i quali intraprende un rapporto intimo, un dialogo quotidiano che rivela a poco a poco l’animo del protagonista. Il lavoro è tutto il suo mondo, fino a quando non viene a trovarlo la piccola Sofia, figlia avuta dalla sua ex compagna, centro di una vita vissuta con passione e animo, gioia della sua esistenza e unico passatempo che lo allontana dal profondo rapporto con gli amici a quattro zampe. Sofia non è l’unica distrazione, purtroppo la sua routine è disturbata dal malavitoso “coatto di borgata romana”, per tutti Simoncino.

Simone e la sua moto sono lo specchio inclinato della società romana di allora così come di oggi. È un duro che non vuole altro se non sovrastare le persone del suo quartiere con la violenza, tanti soldi, droga e divertimento facile. Non accetta ordini o consigli, è un po’ Toro scatenato e anche un po’ Taxi Driver.

Marcello Fonte in Dogman, di Matteo Garrone

Marcello Fonte in Dogman, di Matteo Garrone

Marcello è ben voluto da tutti gli amici della squadra di calcetto, amici e colleghi di attività commerciali, persone stanche di ricevere le minacce e le continue azioni ingiuste di Simone, ma è anche un invisibile, un essere umano a cui si può facilmente far del male.

Dogman segue con una ripresa quasi sempre in soggettiva le debolezze, le difficoltà del relazionarsi con il mondo e la rabbia repressa di Marcello. Lo fa introducendosi nelle abitudini dell’uomo grazie a una direzione della fotografia a dir poco suggestiva. Una fotografia che accompagna sempre gli stati d’animo nei quali sono catapultati i protagonisti sventurati. Non ci sono troppe musiche e le dissolvenze tra una ripresa discreta e l’altra, salvo grandi panoramiche sull’insostenibilità di quella vita così solitaria, contribuiscono in definitiva a rendere Dogman semplicemente un capolavoro senza eguali.

Il regista di Dogman, Matteo Garrone, in una foto di Stefano Baroni

Il regista di Dogman, Matteo Garrone, in una foto di Stefano Baroni

Dogman è la vita di ognuno di noi, o per meglio dire potremmo essere tutti un po’ Dogman. È la storia di chi è nascosto costantemente in un crescendo di situazioni mediocri, all’ombra, mosso dalla voglia di fare di più. Marcello combatte e si ritrae mosso da impulsi contrastanti: la non accettazione delle debolezze umane e l’istinto maldestro di provare prima a se stessi e poi ai più arroganti che dopotutto ognuno di noi è capace di prevaricazione e autorità.

Ma è anche uno sguardo redarguito da toni dolci amari sullo stato solitario dell’essere umano, quel frangente delle proprie vite che nessuno vorrebbe accettare: la solitudine e l’impotenza. Siamo tutti un po’ soli e quando vogliamo oltrepassare questo scoglio non sempre c’è qualcuno a tenderci la mano o forse, dopotutto, non dovremmo ricercare il consenso di nessuno se non di noi stessi.

Citando un articolo apparso sulla rivista Vanity Fair questa settimana: “I film hanno vita propria, diventano di culto o scompaiono come lacrime nella pioggia, quando escono non si conosce il loro destino”. A tal proposito, Dogman vi resterà nel cuore per diversi motivi. Da vedere assolutamente nelle sale.

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Silvia Pompi

Silvia Pompi

Nasce a Roma negli anni '90 in un giorno di primavera all'ora del caffè post-abbuffata. Cresce in compagnia di Kinder Cereali, pizzette rosse, succhi di pera, il cane Wendy e le VHS horror. La Casa di Sam Raimi sarà la principale causa della sua infatuazione per il cinema. All'università si specializza in Cinema e produzione multimediale. Durante i cinque anni accademici diventa una web radio speaker. Crede fermamente nelle avventure e in quella vocina che tutti chiamano coscienza, ma che lei chiama volontà. "Yes, I can do it".

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