Mads Nissen: fotografare significa ascoltare una storia

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Mads Nissen al festival norvegese di fotografia DOKfestivalen

Mads Nissen al festival norvegese di fotografia DOKfestivalen

«Grazie, ho avuto un po’ di tempo durante una sosta a Bogotà, perciò ti mando qui le risposte».

Mads Nissen risponde alla mia mail poco dopo che gliel’ho inviata, appena riesce, come farebbe un amico o una persona che arriva puntuale in ufficio.

Invece si trova in Colombia, probabilmente seduto su una valigia, ed è uno dei fotografi più famosi della Danimarca, collaboratore di Politiken, tra i partecipanti alla World Press Photo Joop Swart Masterclass, vincitore di più di 60 riconoscimenti, tra cui tre WPP (World Press Photo) e sei POY (Picture of the Year). Nel 2015 ha vinto il World Press Photo Award con il ritratto di una coppia gay nella Russia di Putin.

Non esattamente un tipo sedentario, né da girare attorno alle risposte.

Come quando fotografa, sembra essere un tipo abbastanza diretto e anche conciso. E pronto a impiegare la prima sosta possibile per un’intervista a qualcuno oltreoceano. Abbastanza imprevedibile, come i suoi lavori – e proprio come per le sue esibizioni, uno che vale la pena fermarsi ad ascoltare.

Bolivia, dipartamento di Beni © Mads Nissen

Bolivia, dipartamento di Beni © Mads Nissen

Grazie al fotogiornalismo sei riuscito a unire curiosità e creatività in un’unica vocazione. Hai viaggiato per diversi Paesi, ti sei interfacciato con molteplici realtà parlando quotidianamente almeno tre lingue. Sei stato anche in italia: hai mai pensato che avresti voluto realizzare lì un report?

In realtà non proprio. Le storie che scelgo di approfondire, e il modo in cui le ritraggo, si basano sulla sensazione che mi danno a pelle, sull’empatia con quelle persone e quei temi. Sono convinto che ci siano storie ovunque, davvero ovunque – e so di cosa parlo, perché vivo in uno dei Paesi più noiosi del mondo. Ma è tutta questione di saperle vedere, di sentirle.

Hai ritratto molte situazioni difficili e dolorose, ma spesso i tuoi lavori evitano di puntare il dito contro qualcuno. Lo spettatore si ritrova a chiedersi: sto assistendo al risultato della cattiveria o fragilità umana? Ho in mente soprattutto i servizi scattati in Libia, Colombia, Brasile… Che cosa ti rispondi quando anche a te capita di pensarci?

Grazie per questa domanda. Credo riveli uno dei dilemmi più grandi nella fotografia documentaristica. Credo che ci sia bisogno di rimanere con un piede nella storia, sentirla, motivato dalla tua opinione, dalla rabbia e dal tuo interesse – dalla connessione che tu personalmente stabilisci con quella storia. Rendendola tua e, a volte, dimenticando totalmente te stesso, lasciandoti dissolvere in quella situazione grazie alla capacità di empatizzare.
Con l’altro piede resti fuori: rimani lucido, inflessibile, riesci a vedere oltre la foschia [delle emozioni], non rispondi a nessuno se non alla tua integrità artistica, giornalistica o personale.

Come puoi rimanere in equilibrio, e puoi davvero rimanere in equilibrio? Non ho una risposta, personalmente credo che il problema non stia nell’essere troppo coinvolti – piuttosto, il problema si pone quando il fotografo è troppo poco coinvolto.


La cosa bella di essere un fotografo è poter mettere alla prova qualsiasi tua emozione nel lavoro. È un grande stimolo.


Intervistato da World Press Photo, hai detto che «tutti i miei lavori derivano da valori precisi, come la volontà di tollerare». Noi spettatori riceviamo dalle immagini la definizione di tolleranza come varcare confini, mettere a tacere la tendenza a giudicare. Eppure – è il caso della foto che vinse World Press Photo of the Year – alcuni lavori nascono dall’incapacità di tollerare qualcosa. Dove credi che dovremmo fissare la linea di non ritorno, nel nostro quotidiano?

Quando ho iniziato a documentare l’omofobia in Russia, ho scelto il ruolo di giornalista neutro e imparziale, a prescindere dalla questione. Documentavo come si sentivano certi gruppi e come si sentivano altri e rimanevo al di fuori di tutto questo. Come se la mia posizione non importasse. Ma tutto ciò che facciamo e proviamo ha un suo peso.

La verità è che mi sono interessato alla questione quando sono stato testimone di un episodio di violenza e mi ha fatto arrabbiare abbastanza da voler fare qualcosa. Nel mio caso, documentare per immagini. La ragione per cui continuavo a tornare era per lo stesso personale motivo. La foto di Jon e Alex è dell’ultimo viaggio e naturalmente non avrei potuto scattarla prima. Non godevo di quel livello di fiducia, non avrei potuto assistere a quel momento.

La cosa bella di essere un fotografo è poter mettere alla prova qualsiasi tua emozione nel lavoro. È un grande stimolo.

Quando provi qualcosa di intenso vedi anche la sua possibile interpretazione visiva, il suo studio visivo – o la fotografia, se scegli di ricorrere a quello. Quando faccio workshop spesso dico [agli studenti]: posso darti una mano in tutto (e credimi, abbiamo realizzato storie pazzesche partendo da idee totalmente astratte) ma l’unica cosa in cui non posso aiutarti è capire cosa è davvero importante per te, quando ti ritrovi da solo.

Jon and Alex. World Press Photo of the Year 2015 © Mads Nissen

Jon and Alex. World Press Photo of the Year 2015 © Mads Nissen

Quando ho visto Hope Over Fear – Colombia’s Struggle For Peace al Festival della Fotografia Etica di Lodi ho pensato che non era la prima volta che ritraevi una situazione in cui il soggetto subisce la costrizione e al contempo, in qualche modo, la accetta. Come in Fever, gold fever, denuncia dei costi umani e naturali della ricerca di oro nella foresta Amazzonica). Secondo te, in casi simili, vogliamo davvero cambiare? Cosa ci spinge a cambiare qualcosa che non ci va più bene?

Credo che l’aspirazione a raggiungere qualcosa di meglio sia intrinseca alla natura umana.

Come se fosse un torrente profondo in noi, qualcosa di intrigante che può essere coperto, intorpidito o schiacciato, ma non per sempre.

A volte i detenuti scelgono di rimanere in prigione per paura di ciò che non conoscono o perché l’idea da sola li affanna. Riconosco questa sensazione. Alla fine però qualcuno varcherà quella soglia, nonostante il grande lavoro che spesso chiede il cambiamento. Alla fine le persone faranno quello sforzo in più per raggiungere qualcosa di meglio.

Aǧdābiyā, Libia © Mads Nissen

Aǧdābiyā, Libia © Mads Nissen

In un’intervista dicesti che volutamente preferisci lasciare lo spettatore senza uno slogan. L’immagine è il modo che hai scelto per veicolare un messaggio. E devo dire che funziona, ci ritroviamo davanti a certi frammenti di quotidiano spiazzati. Che cosa possiamo fare per cambiare ciò che scopriamo in quelle immagini?

La chiave di tutto per me è l’empatia. Se di base ciò che sento è impotenza, è quello che cercherò di indagare e, se va bene, esprimere nelle immagini. Magari fino al punto dove l’immagine sembra claustrofobica, così che chi guarda si senta addosso quella sensazione.

Il punto nella fotografia – o forse in realtà in molte forme di comunicazione – è che non puoi mai davvero controllare il messaggio e, se ti fissi per riuscirci, si trasforma in noiosa propaganda, uno slogan, una predica o uno spot. Preferisco provare a esprimere ciò che provo io e spesso già quello è contraddittorio, perché il mio mondo non è mai o bianco o nero.

È difficile per te testimoniare certe situazioni? Come ti comporti rispetto a certi carichi di sofferenza?

Immagino sia troppo presto per dire quale sarà il prezzo, perché tutto alla fine ha un prezzo. Ciò che trattengo coscientemente e ciò che ricordo senza rendermene conto. Però ce la metto tutta per mantenere il mio equilibrio. Se non posso ascoltare me stesso, non riesco a sentire gli altri e in quel caso le immagini riusciranno male in ogni modo.

About author

Ilaria Arghenini

Ilaria Arghenini

Mi piace ascoltare racconti e viaggiare in treno, e questo è la causa di tutto: perché mi tocca leggere abbastanza da dover porre ad altri le domande che restano, e a volte trascrivo quello che ne scaturisce. Vivo in un piccolo paese della bassa lombarda, studio a Milano e al momento lavoro per una casa editrice. Tra John e Paul preferisco Macca.

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